James Blunt, dal Kosovo a L.A.: 'Ma non sono un cantautore soldato'

James Blunt, dal Kosovo a L.A.: 'Ma non sono un cantautore soldato'

Ventotto anni, inglese, giramondo fin dalla tenera età per seguire gli spostamenti del padre militare di carriera, James Blunt è uno a cui il destino ha messo in mano il mitragliatore prima che la chitarra.

Anche per questo l’interprete di “High”, canzone che di questi tempi si ascolta molto in radio, ha già la sua etichetta bella e pronta appiccicata in faccia: è il cantautore con le stellette da capitano, il musicista che ha scoperto la sua vocazione dentro ad un carro armato, ufficiale di stanza in Kosovo durante la sanguinosa guerra civile nella ex Jugoslavia. “Ma quelli sono stati solo sei mesi della mia vita. Prima avevo fatto altre cose, e molte altre spero di farne in futuro. Così due canzoni appena del mio disco, ‘Cry’ e ‘No bravery’, sono direttamente ispirate a quella esperienza” ribatte prontamente l’interessato, in Italia per partecipare ad uno show di Mtv. .


Resta il fatto che proprio “No bravery”, il titolo che chiude il suo primo album “Back to bedlam” da poco in circolazione, è nata nella meno usuale e provvida delle circostanze: “Anche se non è andata proprio come è stato scritto”, precisa lo scarmigliato e simpatico James. “Non l’ho scritta di notte, perché in un presidio militare quello è il momento dedicato all’assoluto silenzio. E non l’ho scritta dentro una tenda da campo, perché non c’erano stanze private dove appartarsi. Mi trovavo di fianco al mio carro armato, in un cortile, in pieno giorno. Ed è venuta fuori così, in dieci minuti, anche perché non è che ci fosse tanto tempo da perdere tra una sparatoria e l’altra”. Un bell’addestramento, non c’è che dire: difficile che dopo esperienze del genere James si faccia impressionare facilmente dagli eventi. “In effetti è così. Ho scoperto la gioia di suonare dal vivo, per esempio. Una volta che hai imparato ad esibirti davanti a una platea di militari è tutto in discesa. Esibirsi davanti a un pubblico amico, che sta tutto dalla tua parte, è un po’ come organizzare ogni volta la propria festicciola privata”.

Esordire in età matura è un’altra cosa che può avere i suoi vantaggi, anche se si proviene da una famiglia che la musica l’ha sempre ignorata o quasi.

“La mia conoscenza del pop era quasi nulla, in casa circolavano sì e no un disco dei Beatles e uno dei Beach Boys. Mia madre però si è data da fare per farmi imparare qualche strumento fin da quand’ero ancora molto piccolo. Prima il flauto dolce, poi il violino, infine il pianoforte. La folgorazione l’ho avuta a scuola, a quattordici anni, quando ho visto un ragazzo suonare la chitarra elettrica. Ho subito pensato che nella vita avrei voluto fare proprio quello, ho messo da parte un centinaio di sterline e mi sono comprato una chitarra di pessima qualità. Mio padre non ne fu per niente contento, insisteva perché seguissi anch’io la carriera militare. L’esercito aveva contribuito a pagare le mie rette universitarie, e così firmai un contratto che mi impegnava a prestare servizio militare per quattro anni, una volta terminati gli studi. Così ho fatto, fino a due anni e mezzo fa”. Ci voleva qualche altro incontro importante, qualche altra circostanza fortunata, per trasformare il suo sogno in realtà. “In testa avevo solo abbozzi, frammenti di melodie. Dell’industria musicale e dello scrivere canzoni non sapevo nulla, non conoscevo musicisti e i miei genitori non potevano darmi una mano. E’ successo che il mio demo di ‘You’re beautiful’ è finito nelle mani giuste, quelle del mio attuale manager (Todd Interland), un grande professionista che lavora per la società che gestisce anche gli interessi di Elton John. Ho firmato un contratto con le edizioni della EMI e tramite loro sono entrato in contatto con Linda Perry. Lei è venuta a vedermi al South by Southwest di Austin e mi ha offerto un contratto discografico. A quel punto le mie canzoni erano molto migliorate. Venivano dal cuore, mi basavo soltanto sulla infarinatura musicale che avevo avuto da piccolo. Non avevo dischi, in casa. Avevo solo ascoltato un po’ di musica rock, Led Zeppelin e Pixies, a casa di amici”. .


Come quella di altri cantautori della nuova generazione (Ray LaMontagne, per esempio), la musica di Blunt sembra possedere un inconfondibile tocco primi anni ’70.

Strano, per un ragazzo che non ascoltava la radio e che nei ’70 era ancora un bambino… “In effetti è un fatto del tutto inconsapevole. Anche la canzone che ho dedicato a Hendrix e a Jim Morrison, ‘So long, Jimmy’, è nata in realtà come un saluto al mio coautore Jimmy Hogarth prima di partire per Los Angeles per andare incidere il disco. Hendrix e i Doors li ascoltavo ai tempi in cui ho avuto la mia prima macchina. E in effetti considero quel periodo un po’ come un’età dell’oro della musica: allora si cercava di scrivere canzoni che restassero fedeli il più possibile alla loro forma elementare, essenzialmente si trattava di trasmettere emozioni e di raccontare storie attraverso una sola voce e un solo strumento, senza dipendere dall’elettronica o dalla produzione. Io scrivo così, sedendo al piano o strimpellando la chitarra, ed è per questo che mi sono trovato così bene con Tom Rothrock, in sala di incisione. A Los Angeles mi avevano proposto un paio di altri produttori, ma lui era il mio preferito per il lavoro che aveva fatto con Elliot Smith. Per una strana coincidenza, è successo che la sera prima che la casa discografica gli telefonasse per offrirgli il lavoro lui avesse ascoltato il mio demo su Internet e che gli fosse piaciuto. Con Tom c’è stato un rapporto ideale, non mi ha mai messo pressione ma ha cercato di tirar fuori la mia essenza. Ci siamo trovati subito d’accordo sul suono che volevamo dare al disco: un suono semplice, facilmente comprensibile, che avesse nelle chitarre, nell’organo Hammond e nel piano Wurlitzer i suoi elementi di base. Rothrock ci ha aggiunto la sua grande conoscenza delle ritmiche e delle percussioni”. Le canzoni sono rimaste fondamentalmente simili alla loro concezione originale, racconta James, che tuttavia non ha disdegnato aiuti e collaborazioni. “‘High’, per esempio, l’ho scritta con Ricky Ross dei Deacon Blue. E Guy Chambers, il coautore di Robbie Williams, mi ha dato una mano per ‘Tears and rain’. A volte ho lasciato a persone più esperte di me la possibilità di intervenire sulla costruzione musicale, di inserire un ponte o di abbellire i suoni creando il giusto involucro alla canzone. Io mi sono tenuto i miei spazi sui testi: per cantarli devo sentirmi coinvolto. Quando ho scritto ‘You’re beautiful’ le parole mi venivano così in fretta che sono entrato in panico perché non riuscivo a trascriverle abbastanza velocemente. Per altri pezzi c’è voluto molto più tempo, invece. Le mie canzoni parlano di relazioni umane, di rapporti andati a male e di solitudine. Ma non necessariamente da un punto di vista negativo: la vita è per la maggior parte un’esperienza essenzialmente solitaria. Il disco, canzoni come ‘Cry’ e ‘High’, parlano di questo, e degli incontri che si fanno lungo il proprio percorso. L’ho intitolato ‘Back to bedlam’, ritorno al manicomio, perché l’ho pensato come una raccolta dei pensieri che attraversano la mente di una persona e che talvolta è difficile comunicare agli altri”. “E’ un po’ il diario della mia vita”, dice James sorridendo. “Esperienze, sentimenti, idee e riflessioni di un’esistenza condensati in dieci canzoni! Non dura molto, una quarantina di minuti, perché mi piace andare dritto al sodo. Non mi piacciono gli sprechi, e forse questa è una cosa che mi è rimasta della mentalità militare. Ne sono molto soddisfatto, e sono felice che piaccia a tante altre persone”. Anche ai suoi genitori? “Mio padre all’inizio era molto nervoso. Poi è diventato il mio fan numero uno”. Mica un risultato da poco, per un colonnello in pensione che aveva sempre pensato alla musica come a un fastidioso rumore di sottofondo.

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