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Gli Stereophonics presentano 'Language. Sex. Violence. Other?'

Gli Stereophonics presentano 'Language. Sex. Violence. Other?'

Tornano gli Sterephonics di Kelly Jones con un album dalla decisa impronta rock.

E lo fanno con una nuova formazione. Il batterista Stuart è stato infatti sostituito dall’argentino Javier Weyler. “Sono dieci anni che lavoro a Londra. Negli ultimi anni mi sono specializzato come tecnico del suono. Ho incontrato Kelly e Richard in uno studio di registrazione. Erano lì per lavorare sui demo del nuovo album. Siamo diventati subito amici e ho proposto loro di jammare sopra quei demo. Mi hanno preferito a una drum machine…”. Weyler suonerà nel tour della band ed è entrato a tutti gli effetti nella formazione ufficiale. “Sì, sono la nuova acquisizione. In Argentina - a differenza di quello che si possa credere - c’è una diffusa cultura pop. Mio padre era chitarrista e cantante, mi madre pure cantava, e sono cresciuto ascoltando i dischi dei Beatles”. Cosa pensi dei precedenti album degli Stereophonics? “Mi piacciono, soprattutto il primo. Gli ho ascoltati tutti molto attentamente per tirare fuori nuove partiture di batteria per i concerti che faremo”. Ma perché Stuart è stato allontanato dalla band? Spiega Kelly: “E’ successo tutto dopo neanche un mese dall’uscita di ‘You gotta go there to come back’. Non voleva più andare in tour e non era in sintonia con il resto della band. Per il tour ci siamo infatti esibiti con Steve Gorman (ex batterista dei Black Crowes). Noi eravamo in un certo modo cambiati dopo ‘J.E.E.P.’. Abbiamo provato a spiegarglielo e parlarne, ma non aveva il nostro stesso atteggiamento”. Siete rimasti amici? “No, ci siamo persi di vista. Sappiamo soltanto che ora presenta show televisivi e programmi radiofonici”. “Language. Sex. Violence. Other?” è un disco energico, con canzoni dalla possente ossatura rock. “Esatto. Lo consideriamo come un nuovo inizio, visto che vi hanno collaborato persone con cui non avevamo mai lavorato prima”. L’album arriva ad appena due anni dal precedente. Siete molto prolifici… “Non siamo quel genere di band che dopo un disco e relativo tour passano quattro anni senza far niente. Cerchiamo sempre di mantenere la nostra creatività al top. Ho continuato a buttar giù nuove idee durante l’ultimo tour ed è per questo che le canzoni sprigionano la stessa energia e carica che abbiamo sul palco. Ho inoltre cercato di dare una nuova angolazione alla nostra musica. E questo disco suona diverso da qualsiasi altro degli Stereophonics. Abbiamo evitato di essere prevedibili e ripetitivi come succede a molte band dopo il terzo o quarto album”. Cresciuti a Cwmaman, piccolo villaggio nel Sud del Galles, gli Stereophonics hanno sviluppato una grande capacità di osservazione, oltre a un’onestà intellettuale di tutto rispetto. Spiega Kelly: “Sono cresciuto in una famiglia contadina di veri lavoratori. Nel mio villaggio non è che ci fosse un granché da sperare per il futuro: lavori umili, pochi soldi. Adesso vivo a Londra ma mi piace tornare al mio paese dove ritrovo il calore familiare e del buon cibo. Mi deprimo quando penso allo squilibrio tra le metropoli, dove si vive sulla grande economia, e la povertà di certe province o vallate. Quindi, se so che una mia canzone serve ad alleviare la sofferenza di qualcuno, ritengo di aver fatto bene il mio lavoro”. I titoli dei vostri album sono sempre abbastanza curiosi, qual è il significato di “Language. Sex. Violence. Other?”? “Mi è venuto in mente osservando i codici di classificazione utilizzati nei retro dei DVD. La vita di tutti i giorni e i media fanno rientrare in queste categorie ogni cosa. O c’è qualcos’altro?”. Tra le nuove canzoni alla band piacciono il singolo “Dakota”, “Feel”, la traccia conclusiva, una ballata che si differenzia dal mood del resto dell’album, “Lolita”, ispirata al film di Kubrick, “Superman”, la prima ad essere stata composta, prossimo singolo. “L’abbiamo scritta in tre ore e segna il nostro nuovo corso”. Ma anche “Devil” (“Molto difficile da suonare e registrare. Gioca sul contrasto angelo-diavolo”) e “Pedalpusher” (“Volevamo un sound sporco e sensuale come certe canzoni di David Bowie e Iggy Pop”). Ascoltate musica italiana? “Conosciamo soltanto Jovanotti e Zucchero. Ance Niccolò Fabi. Ma della cultura italiana ci piace il cinema, soprattutto i film di Giuseppe Tornatore e le colonne sonore di Ennio Morricone”.

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