Francesco De Gregori, la storia di “Rimmel” (1975). ASCOLTA
“Rimmel” di Francesco De Gregori (musica e parole di Francesco De Gregori)
La canzone perfetta nell’album perfetto. “Rimmel” piove da un altro pianeta: testi senza una sbavatura, siano lirici, ironici, sentimentali, politici o simbolici, sopra una musica che sembra nata con loro. Arrangiamenti impeccabili nella loro eleganza minimalista, perfino la voce precisa e senza l’ombra di un’inflessione. Critica e pubblico sono entusiasti: il 33 giri vende quasi mezzo milione di copie scalando la vetta dei più venduti del 1975, davanti a Baglioni, Battisti, Celentano, De André, Mina, Cocciante, i Pooh... Troppa celebrità per un cantautore puro che, in un’epoca tumultuosa, diventa fatalmente bersaglio delle frange politiche estremiste. Certo, mentre Ivan Della Mea canta “L’amore del compagno che dona al partito tutta intera la sua vita”, De Gregori risponde con “Buonanotte, buonanotte fiorellino / buonanotte fra le stelle e la stanza / per amarti devo averti vicino / e vicino non è ancora abbastanza”, copiando fra l’altro la dylaniana “Winterlude”.
Ma l’album è ispirazione musicale allo stato puro e, a cominciare da “Rimmel” intesa come canzone, vola via in una brezza leggera. Così “il vento passava / sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona”, che è poi quella della ragazza a cui ha già dedicato “Bene” e di cui qui celebra la fine di un amore tormentato: “E qualcosa rimane / tra le pagine chiare e le pagine scure”, “Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo / e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro”. E del futuro letto da una zingara, che in verità è Dori Ghezzi che gli “ha fatto le carte” e l’ha chiamato “vincente” proprio mentre lei trionfa a “Canzonissima” con Wess (nella poco profetica “Non ci lasceremo mai”) e collabora al “Volume 8” insieme a De André e De Gregori. «Il rimmel è quello che le ragazze usano per gli occhi. Questo disco serve per smascherare i trucchi» spiega l’autore prima di camminare sui “Pezzi di vetro”, “sotto l’angolo retto di una stella”. Il testo è magico e forse autoironico, del cantautore guru e fenomeno da baraccone insieme che non ha “niente a che vedere col circo / né acrobata né mangiatore di fuoco / piuttosto un santo a piedi nudi / quando vedi che non si taglia già lo sai / ti potresti innamorare di lui / forse sei già innamorata di lui / cosa importa se ha vent’anni / e nelle pieghe della mano una linea che gira / e lui risponde serio è mia / sottintende la vita”.
“Il signor Hood” è Marco Pannella “un galantuomo sempre ispirato dal sole / con due pistole caricate a salve / ed un canestro di parole”; “Pablo”, composta con Lucio Dalla, è una tragica storia di emigrazione: “E il treno io l’ho preso e ho fatto bene / spago sulla mia valigia non ce n’era / solo un po’ d’amore lo teneva insieme / solo un po’ di rancore la teneva insieme”. E l’applauso finale sullo sfondo della Svizzera verde dove il lavoro “non è poi così male e il padrone non è poi così cattivo” con quel coro (“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”) che diventa uno slogan sociale. De Gregori ricorda: «Era il novembre del 1975 e qualche anno dopo comparve su un muro la scritta: “Hanno ammazzato Pietro, Pietro è vivo”, la cosa mi fece una certa impressione». Quel Pietro era Pietro Bruno, «uno dei tanti ragazzi che morirono in quegli anni di violenza e di scontri politici». “Le strade di ieri”, ripresa poi da De André, è una divertente lettura storica della “mascella” che “al cortile parlava”: “Mussolini ha scritto anche poesie / i poeti che brutte creature / ogni volta che parlano è una truffa”. «Una canzone piantata nella storia», come la definisce l’autore: «Anche se non ho mai scritto canzoni militanti».
Estratto da "I migliori anni della nostra musica. Un secolo di cantautori in 200 canzoni" di Federico Pistone, Arcana edizioni. (C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s. Per gentile concessione
