NEWS   |   Italia / 09/09/2018

Lucio Battisti: Io e Pasquale Panella. Di Aldo Vitali

Lucio Battisti: Io e Pasquale Panella. Di Aldo Vitali

Quando Lucio Battisti pubblicò il primo disco con Pasquale Panella (“Don Giovanni”), la prima cosa che pensai fu: devo rintracciare questo genio (Panella, intendo). Non ricordo come, ma tempo dopo riuscii a procurarmi il suo numero di telefono di casa (forse semplicemente era sull'elenco). C'era una segreteria, io lasciavo messaggi tipo “Buongiorno, sono Aldo Vitali, lavoro al Giornale, vorrei mettermi in contatto con lei”. Gli davo il mio numero, ma Panella non richiamava mai. Poi un giorno cambiai messaggio: “Buongiorno, sono Aldo Vitali, sì, quello che lavora al Giornale. Ma soprattutto ci tengo a dirle che sono un appassionato di letteratura inglese e in particolare di Laurence Sterne”. Certo, saprete tutti chi è Sterne; ma se qualcuno lo ha dimenticato, ricordo che si tratta di uno scrittore inglese del Settecento che, proprio mentre veniva “inventato” il romanzo, scrisse un antiromanzo, dove la prefazione è al tredicesimo capitolo, alcune parti sono in bianco, altre in nero, ci sono digressioni, nonsense, avanti e indietro nel tempo e l'io narrante, il protagonista, nasce quando il romanzo è cominciato da un bel pezzo. Insomma, smontò la forma-romanzo quando il romanzo era ancora nella culla e pochissimi scrittori vi si stavano dedicando. È considerato, per intenderci, un precursore di James Joyce. Si intitola, questo libro epocale, “La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo” (e io, lo dico con orgoglio, faccio parte del... fan club ufficiale di Sterne, che ha sede a York, la sua città, e pullula di professoroni). Tra i fan italiani di Sterne ci sono Enrico Ghezzi e Aldo Busi. E anche Umberto Eco andava pazzo per lui.
Beh, la parola Sterne fu la password: una sera Panella mi telefonò, e da lì cominciò una lunga frequentazione telefonica. Lunga anche perché le telefonate duravano ore: affrontavamo argomenti di ogni genere senza porci limiti, se non il braccio anchilosato e l'orecchio rosso per via della cornetta. Di Battisti parlavamo poco; Panella tendeva a minimizzare la sua opera, mi diceva che scriveva le canzoni in pochi minuti (non una, tutto un album) su un foglietto, a mano, e poi Battisti le inseriva a forza nelle musiche. Era un autore molto richiesto (“Vattene amore”, seppure senza firmarla, la scrisse lui) e molti cantanti usavano il suo genio di nascosto. Ridevamo molto del fatto che i suoi testi sembrassero incomprensibili, mentre a renderli complicati era solo la scansione del verso che Battisti faceva a modo suo, magari spezzandolo per esigenze di metrica.
Passarono gli anni, non so quanti, qualcuno, e dal Giornale passai alla Voce, seguendo Indro Montanelli nell'avventura più divertente, rocambolesca e folle della mia carriera. E coerentemente con la bizzarria del progetto, grazie ai miei “poteri” di capo degli Spettacoli affidai una rubrica a Panella. Si intitolava come una sua canzone (sua e di Lucio), “Per altri motivi”. Era libero di scrivere quello che voleva, e scriveva davvero quel che voleva. Non tutto era chiarissimo, ma era tutto molto bello e poetico. I lettori ne andavano pazzi, io ricevevo ogni settimana un fax col suo testo e lo mettevo in pagina senza cambiare una virgola (ce n'erano molto poche, tra l'altro): qualunque cosa avessi toccato, sarebbe venuto giù tutto, come un muretto di Lego a cui togli il mattoncino fondamentale.
Andammo avanti così per più di un anno, per la gioia dei lettori e con l'invidia degli scrittori “normali” che scrivevano nelle pagine della cultura e che continuavano a protestare con Montanelli per quell'intruso di successo.
Finché un giorno, in vista di Ferragosto, commissionai a Panella una pagina intera. Lui mi disse: “Scriverò un romanzo in una pagina”. Con questo non voleva dire che avrebbe scritto un racconto di una pagina o un riassunto di un romanzo. Intendeva dire che avrebbe scritto un romanzo vero e proprio, che sarebbe stato tutto in una pagina e che quindi avrebbe avuto salti e omissioni, costringendo il lettore a una specie di ginnastica mentale.
Ne uscì un capolavoro.
Ma il giorno dopo Ferragosto, entrando in redazione, trovai un foglietto sulla scrivania: “Il direttore ti vuole parlare, chiamalo subito”. Montanelli era in vacanza a Cortina, circondato dagli scrittori che odiavano Panella e che chiedevano la sua testa. “Tu sei pazzo!” mi disse al telefono. “Quella roba incomprensibile sul mio giornale è un affronto”. Cercai di difendere Panella portando come prova le centinaia di lettere ricevute da lettori entusiasti. Niente da fare, Montanelli era irremovibile. “Vengo a Cortina a spiegare…” dissi. Ma non mi fece finire: “Risparmiati il viaggio, caccia quel Panella altrimenti caccio te”.
Chiamai Panella e gli raccontai tutto. Si mise a ridere: “Essere cacciato da Montanelli è una medaglia” mi disse. La rubrica fu sospesa, tra le proteste dei lettori.
Poi cambiai giornale e tornai a far scrivere Panella. Stavolta senza incidenti.
Oggi “Lino”, come lo chiamano gli intimi (o “il maestro”, come lo chiamo io) non è più irraggiungibile, scrive canzoni firmando col suo nome, collabora persino a “Techetechete'” (a cui ha regalato il titolo che, dice, si conclude con un apostrofo perché in realtà la parola andrebbe avanti all'infinito). Le canzoni battistiane del “periodo Panella” cominciano a essere capite e apprezzate. I contemporanei le odiavano, i grandi critici dei giornaloni davano del cretino a Battisti, a Panella e anche modestamente a me, che ero tra i pochi che scriveva recensioni entusiastiche (ancora oggi di Battisti io ascolto quasi esclusivamente quei cinque dischi “bianchi”).
Ogni tanto io e il grande Pasquale Panella ci sentiamo al telefono, ridacchiamo, ci raccontiamo aneddoti e soprattutto ci vogliamo bene.
Non ci siamo mai visti di persona.

Aldo Vitali
ex Raincheck, oggi direttore di “TV Sorrisi e Canzoni"


 

 

Qui tutti i contenuti dello speciale di Rockol su Lucio Battisti nel ventennale della scomparsa.

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