NEWS   |   Pop/Rock / 19/07/2018

David Bowie, la storia dietro la versione 2018 dell’album “Never let me down”

David Bowie, la storia dietro la versione 2018 dell’album “Never let me down”

“Never let me down” di David Bowie come non l’abbiamo mai sentito prima. Non è un modo di dire. Una nuova versione dell’album del 1987 prodotta nel 2018 da musicisti del giro di Bowie è il pezzo forte del cofanetto di 11 CD o 15 LP “Loving the alien (1983-1988)” che uscirà il 12 ottobre e che riunisce le registrazioni anni ’80 dell’artista inglese. È un’operazione senza precedenti: del disco di trent’anni fa sono state salvate le tracce vocali di Bowie e poco altro. Il resto è stato risuonato e a volte reimmaginato. Ecco la storia dell’album del 1987 e della sua versione rimaneggiata.

La notizia arrivò via radio: una nube radioattiva si stava dirigendo dalla Russia verso l’Europa. Era un sabato di fine aprile del 1986 e David Bowie scopriva come milioni d’altri europei il dramma di Chernobyl. L’artista inglese era a Montreux a registrare l’album che avrebbe preso il titolo di “Never let me down”. I pensieri che gli affollarono la mente dopo la notizia presero la forma di una canzone intitolata “Time will crawl”, la descrizione di un mondo in rovina fra fallout nucleari e mutazioni genetiche. Fu pubblicata su 45 giri, si fermò al numero 33 della classifica del Regno Unito e non lasciò grande traccia dietro di sé. Anche “Never let me down” sparì molto velocemente dall’orizzonte, finendo relegato fra le opere minori di un genio. C’era però una persona che continuava ad amare quella canzone e quell’album. Quella persona era David Bowie.

Lo si capì quando, nel 2008, gli fu proposto di pubblicare un disco antologico da allegare gratuitamente al quotidiano The Mail On Sunday. L’inglese accettò a patto di avere l’ultima parola sulla scelta delle canzoni. Al posto di includere i soliti grandi successi, Bowie selezionò canzoni meno note tra cui “Time will crawl”. Quando l’antologia “iSelect” uscì nel giugno 2008 (e nei negozi di dischi quattro mesi dopo), gli acquirenti scoprirono che il pezzo era proposto in un nuovo mix curato da Mario McNulty mischiando incisioni d’epoca e parti risuonate. “È una delle molte canzoni che ho inciso nel corso degli anni e che, per una ragione o per l’altra, ho spesso desiderato di registrare nuovamente”, scriveva Bowie nelle note di copertina. Nel frattempo, confidava a McNulty la volontà di rimaneggiare tutto “Never let me down” e lo scriveva nelle liner notes della compilation: “Ah, poter rifare tutto l’album…”.

È una storia raccontata da Paul Bromby, direttore marketing del catalogo di Warner Music International, nel presentare la versione 2018 di “Never let me down” dov’è realizzata l’idea di rimaneggiare l’album di “Time will crawl”. Pur essendo uno dei dischi più venduti di Bowie, “Never let me down” è considerato uno dei suoi lavori peggiori. Nelle classifiche “from worst to best” dei dischi dell’inglese che di quando in quando vengono pubblicate, figura immancabilmente nelle ultime posizioni: numero 21 su 28 per Consequence of Sound; penultimo per Stereogum; il peggiore in assoluto per Ultimate Classic Rock. Nel volume “The complete Bowie”, Nicholas Pegg scrive che “è opinione comune che ‘Never let me down’ sia l’ultimo atto di una spirale discendente di mediocrità rivolta con scarsa convinzione da Bowie al suo nuovo pubblico ‘formato Phil Collins’, un percorso in un vicolo cieco che sarebbe stato interrotto dalla drastica scossa di ‘Tin Machine’”.

La base di “Never let me down” fu posta ai Mountain Studios di Montreux con il produttore David Richards attivo in loco e già collaboratore di Iggy Pop per “Blah blah blah” (Richards è scomparso nel 2013). Pur avendo pubblicato l’ultimo disco tre anni prima, Bowie era rimasto attivamente sulle scene scrivendo colonne sonore, partecipando al Live Aid, duettando con Mick Jagger, centrando singoli formidabili come “Absolute beginners” e “This is not America”, quest’ultimo con il chitarrista Pat Metheny. Se oggi Bowie è considerato un’icona rock intoccabile, all’epoca per molti era diventato un artista dal repertorio leggero e delle produzioni troppo pop per un pubblico che aveva venerato il personaggio di Ziggy Stardust e apprezzato le sperimentazioni di “Heroes”.

David Bowie voleva scrollarsi di dosso quella nomea. Presentò l’album come un ritorno al rock e alle chitarre, una sorta di sequel di “Scary monsters” che bypassava i trionfi commerciali di “Let’s dance” del 1983 e “Tonight” del 1984. Non era però soddisfatto della produzione e, aggiunge Paul Bromby, ne parlò a lungo con Mario McNulty, immaginando una nuova versione suonata da altri musicisti. “Sapeva che cosa voleva”, afferma Bromby. “Voleva che diventasse il disco di una band”. E così nel 2018, McNulty ha riunito agli Electric Lady Studios di New York un gruppo di musicisti che, in un modo o nell’altro, hanno avuto a che fare con Bowie: Reeves Gabrels (chitarra, nei Tin Machine e in “Outside”, “Earthling”, “Hours”), David Torn (chitarra, “Heathen”, “Reality”, “The next day”), Sterling Campbell (il batterista scelto da Bowie per sostituire le parti di drum machine in “Time will crawl” nel 2005), Tim Lefebvre (basso, “Blackstar”). In più, un quartetto d’archi arrangiato da Nico Muhly.

McNulty ha isolato le parti vocali e chitarristiche incise dall’artista inglese all’epoca e le ha sottoposte alla band, chiedendo di accompagnare il “fantasma” di Bowie e reimmaginare le canzoni. Il risultato è “Never let me down 2018”, album ospitato nel cofanetto “Loving the alien 1983-1988” che uscirà il 12 ottobre 2018. Il disco rimaneggiato verrà reso disponibile a parte, ma solo in streaming. Niente CD o LP: per averlo in versione fisica va comprato il box set. È racchiuso in una copertina tratta dalle stesse session fotografiche d’epoca di Greg Gorman, con Bowie che guarda l’obiettivo da dietro un cerchio di fuoco da circo.

Prima dell’annuncio della pubblicazione del nuovo “Never let me down”, Paul Bromby ha girato l’Europa per farlo sentire alla stampa. In Italia l’ascolto si è svolto all’Hi-Fi Club di Milano. L’operazione è stata portata a termine in gran segretezza, ai giornalisti è stato chiesto di firmare un documento che detta i tempi della divulgazione delle informazioni. “Nel mondo”, ha spiegato Bromby, “finora l’hanno ascoltato 25 persone”.

È vero che non conteneva canzoni paragonabili a certi capolavori del passato, ma liberato dalla produzione anni ’80 dell’originale e con l’aggiunta dell’impatto nervoso ed elettrico della band in cui spicca lo stile appariscente di Gabrels, “Never let me down” suona ora come un disco nuovo. “Quasi un album perduto di Bowie”, suggerisce Bromby. Il sound è più intenso, spigoloso, affilato. Gli arrangiamenti per archi di Nico Muhly si fondono perfettamente alla band elettrica in “Beat of your drum” e “Bang bang”, schizzati e imprevedibili nella prima, memori del minimalismo americano nella seconda. I rumorismi di Torn emergono in “Beat of your drum” e la title track suona, nella strofa, come un piccolo classico.

Le parti vocali di Bowie sono valorizzate e la canzone che ne esce meglio, non a caso scelta per lanciare l’operazione, è forse “Zeroes”, che possiede un pathos appena accennato nella versione originale inutilmente appesantita dall’aggiunta kitsch della urla del pubblico di un concerto. Il pezzo contiene la traccia di sitar elettrico Coral che Peter Frampton suonava nella versione anni ’80, strumento un tempo posseduto da Jimi Hendrix. Se l’ospite di “Shining star” nell’87 era Mickey Rourke, reduce dal successo di “9 settimane e 1/2”, ora è Laurie Anderson. “Glass spider”, che diede nome a un tour che toccò anche gli stadi italiani non senza incidenti di varia natura, è ora più lunga dell’originale, con la parte recitata più limpida e profonda e una coda quasi industrial.

“Never let me down 2018” è allo stesso tempo eccitante e controverso. Altri musicisti hanno rimaneggiato in modo più o meno marcato le incisioni d’epoca, ma questo è il caso più unico che raro di album di un artista di primissimo livello che viene completamente risuonato, tenendo solo le parti vocali e poco altro. Esiste oramai una discografia parallela dei grandi del rock, vivi o morti, che comprende dischi d’epoca arricchiti da bonus track, provini, tracce live. Non è il tipo d’operazione che David Bowie amava e forse questo tentativo di reimmaginare un suo vecchio album è maggiormente adatto al suo profilo, o almeno così afferma Bromby. Il fatto di aver messo mano a un disco minore e non a un capolavoro rende il tutto più accettabile, ma è lecito chiedersi se si tratta di un’operazione eticamente corretta e se a Bowie il risultato sarebbe piaciuto. “Non possiamo dirlo”, risponde Bromby, “ma è un progetto che è partito da lui, non dal suo manager o dalla Warner. È quel che voleva David”.

(Claudio Todesco)

 

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