Digitali prima di te: Shirley Manson racconta “Version 2.0” dei Garbage, vent’anni dopo – INTERVISTA

Digitali prima di te: Shirley Manson racconta “Version 2.0” dei Garbage, vent’anni dopo – INTERVISTA

Shirley Manson accompagna le risposte con risate fragorose. Al telefono da Los Angeles, la cantante dei Garbage racconta l’epoca di “Version 2.0”, l’album del 1998 che sarà ripubblicato il 22 giugno con l’aggiunta di alcune bonus track. È il disco in cui il gruppo di Butch Vig abbraccia la cultura digitale, mentre la cantante scozzese affina la sua visione dark del mondo e delle relazioni. All’epoca, molti la consideravano una concessione al pop da parte del produttore di “Gish” e “Nevermind”. E invece era il futuro che bussava alla porta.

Nel 1998 mischiare rock ed elettronica era ancora considerato un gesto se non audace, per lo meno inusuale…
Era audace, altroché. Ricordo critiche infocate da parte dei giornalisti musicali che ci guardavano con sospetto. La gente arrivò persino a insultare Butch salvo poi scoprire, vent’anni dopo, che quel che facevamo non era un’aberrazione, era il modello per il pop del futuro.

C’è un’altra cosa che all’epoca non si sapeva o di cui si sottovalutava l’impatto. “Version 2.0” è stato uno dei primi dischi pop-rock fatti interamente in digitale con Pro-Tools, che sarebbe diventato uno dei software più usati nelle produzioni pop.
Vero. La musica attraversava un interessante momento di transizione. Nuove tecnologie venivano lanciate sul mercato e pochi sapevano come usarle. Butch era uno dei produttori più importanti della sua generazione e le aziende tech si rivolgevano direttamente a lui facendogli provare le ultime novità. Per la prima volta nella storia, la vecchia scuola di musicisti rock abbandonava la mentalità analogica. Eravamo talmente entusiasti dalla tecnologia digitale da usare anche 200 tracce per ogni canzone.

I Garbage affrontarono quel momento di passaggio con un’identità mista. La musica era pop, ma il bagaglio che Butch si portava appresso era rock. La gente ne era disorientata?
Sapevamo che avremmo confuso una parte del pubblico, ma era quella la nostra particolarità e tirammo dritti per la nostra strada. Era un melting pot ed è la direzione in cui s’è incamminata la musica, tant’è che oggi è normale sentire, chessò, canzoni superpop che campionano Bon Iver. Siamo stati tra i primi a intuire che lì stava la novità. Così alla fine chiamammo l’album “Version 2.0” perché era il nostro secondo e perché rifletteva un cambiamento tecnologico in atto nella musica e nella società. Un fatto enorme, che ci ha cambiato la vita.

Ti aspettavi il successo del primo album?
Macché, è stato scioccante! Credo che nessuno se l’aspettasse, tranne forse Butch. Non immaginavo neanche lontanamente che quel bizzarro miscuglio di musicisti quarantenni sarebbe diventato un gruppo pop di tendenza. Ai tempi del secondo album ero perfettamente consapevole del mio ruolo. Sapevo di dover essere all’altezza delle altre rock star per non essere sopraffatta dalla competizione e non scomparire.

Vent’anni sono tanti. Ti riconosci ancora nelle canzoni di “Version 2.0”?
Sì, perché eravamo più vecchi della tipica pop band e le cose che cantavo erano adulte. Religione, morte, sesso, identità, non erano storielle da liceali.

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Ti sentivi un’emarginata all’epoca?
Lo sono ancora, è uno stato permanente [ride]. Tanto più allora: ero più giovane degli altri della band, non ero americana, ero donna, venivo una cultura differente. E in tutta onestà, sono contenta di essere rimasta un’emarginata. Fanculo il sistema e fanculo il conformismo.

Riascoltando il disco dopo vent’anni mi sono stupito di quanto cupi siano alcuni testi. Canti di crisi d’identità, relazioni incasinate, medicinali, di persone complicate. Da dove venivano questi stati d’animo?
Mi hanno sempre affascinato le persone che hanno un lato luminoso e uno oscuro. Quelli che tentano di nasconderlo sono monodimensionali e noiose. Qualunque essere umano sperimenta dentro di sé una lotta e io voglio raccontarla. Sono piena di colori e conflitti, piena di idee e dubbi.

All’epoca di “Version 2.0” eri descritta come una sex symbol. Era una cosa voluta da te, una mossa promozionale o una trovata dei media?
Quando una donna ha successo, i media spostano l’attenzione dai motivi di quel successo alla sessualità, all’aspetto esteriore, a quanto quella donna è scopabile. Lo fanno per controllare la narrazione e toglierti potere. Intendiamoci, non credo che questo desiderio di controllo sia sempre conscio, anzi, spesso è frutto del subconscio. Fatto sta che più successo ottenevo e più mi dipingevano come una sex symbol e più discutevano del mio aspetto fisico, mai che si parlasse della mia voce o delle mie capacità d’autrice. Capii che cosa stava accadendo e non volendo trasformarmi in una macchietta sabotai la mia reputazione. Quando uscì il terzo album mi rasai i capelli e cominciai a vestirmi in modo gender-fluid. Più divento vecchia e più mi convinco di aver fatto bene [ride].

La sessualità, però, è parte integrante del rock, no?
Sì, ma trovo maggiormente interessante l’ambiguità sessuale, che si tratti di Siouxsie Sioux, Iggy Pop o David Bowie. M’interessano musicisti anticonformisti che spiazzano le aspettative. C’è un filo comune che ci lega a loro e forse ha a che fare con il concetto di libertà.

Parlando del movimento #MeToo, pensi che il music business somigli a Hollywood?
Certo che lo penso. Il music business è noto per essere un ambiente permissivo in cui per anni era considerato accettabile molestare le donne. Prova a immaginare quanto difficile può essere farsi ascoltare in un tale contesto. Guarda cos’è successo a Kesha che è stata bersagliata, colpevolizzata e ignorata. È terribilmente complicato.

Tornando a vent’anni fa, per realizzare il video di “Push it” spendeste 750 mila dollari. Non è folle?
È tremendo, sì [ride]. Ma onestamente non me ne pento. Quel che facevano ci appassionava a tal punto da volere il meglio. Però, sì, effettivamente è terrificante…

In autunno suonerete negli Stati Uniti e in Europa, ma non in Italia. Farete “Version 2.0” dall’inizio alla fine?
Il tour si chiama “20 Years Paranoid”. Non rifaremo tutta la track list, è un’idea che abbiamo sperimentato col tour del ventennale dell’esordio accorgendoci che suonare le canzoni nell’ordine in cui sono state pubblicate può spezzare il flusso d’energia. In quanto all’Italia, sono dispiaciuta, ma a che fare con la gestione economica, domanda e offerta. Niente di personale. Siamo una band indipendente che incide per un’etichetta indipendente e che finanzia sé stessa. Dobbiamo stare attenti ai costi. Credimi, è diventato sempre più difficile anche per noi guadagnarci da vivere con la musica.

Ho visto che mettete in vendita dei pacchetti vip. Credi sia etico far pagare a un fan 300 dollari per scambiare due chiacchiere con voi e scattare una foto assieme?
È la domanda che ci stiamo facendo da anni. Da quando la gente ha smesso di comprare dischi le band non riescono a campare. Quindi, o trovi fonti alternative di guadagno o soccombi. E io voglio sopravvivere, voglio continuare a far musica. Sono anni che discuto  di questa cosa col nostro manager. Io gli spiego che sono situazioni che mi mettono a disagio, lui risponde che sto dando la possibilità di incontrarmi a persone che altrimenti non ne avrebbero l’occasione. Ed è vero che la gente vuole e cerca questo tipo d’esperienza.

Ho letto che state lavorando a un nuovo album. Ci puoi dire qualcosa?
Abbiamo passato un paio di settimane a scrivere nuovo materiale. Ci torneremo su per capire se quelle idee si trasformeranno in vere e proprie canzoni. Sappiamo il tipo di disco vogliamo fare e vedremo che verrà fuori. Con la musica va sempre così: devi lasciarla andare dove va, non puoi forzarla. Siamo a un punto interessante della nostra carriera. In passato siamo stati sopraffatti dalle aspettative dell’industria musicale e questo ha distrutto la nostra capacità di goderci quel che facevamo. Questa cosa deve finire.

(Claudio Todesco)

 

Questa la tracklist di "Version 2.0"
1. Temptation Waits
2. I Think I'm Paranoid
3. When I Grow Up
4. Medication
5. Special
6. Hammering in My Head
7. Push It
8. The Trick Is to Keep Breathing
9. Dumb
10. Sleep Together
11. Wicked Ways
12. You Look So Fine
 
Brani contenuti solo nella versione deluxe:
13. Can't Seem To Make You Mine
14. 13x Forever
15. Deadwood
16. Get Busy With The Fizzy
17. Soldier Through This
18. Thirteen
19. Lick The Pavement
20. Medication (Acoustic)
21. Tornado
22. Afterglow
 

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