Roger Waters, il grande spettacolo di Us + Them al Forum di Assago – RECENSIONE E SCALETTA

Roger Waters, il grande spettacolo di Us + Them al Forum di Assago – RECENSIONE E SCALETTA

Per due ore si vedono immagini di droni che sorvolano zone di guerra. Alla fine sono due mani che si cercano a fluttuare nell’aria, sorvolando il pianeta attraverso panorami desolanti e magnifici. È il senso di Us + Them, lo spettacolo che Roger Waters sta portando in giro per l’Europa e che si è visto ieri sera al Forum di Assago (in replica stasera, dal 21 al 25 a Bologna, in versione open air in luglio a Lucca e Roma). È un appello alla compassione, alla solidarietà, all’unione, alla caduta dei muri che dividono “noi” da “loro”. Per una volta però, Roger Waters non ha elaborato il concept in maniera sofisticata come in passato. Us + Them è lo show concettualmente meno interessante dell’ex bassista dei Pink Floyd, quasi un riassunto della sua carriera un po’ come lo era "In the Flesh" nel 1999, senza l’effetto sorpresa di quello spettacolo memorabile.

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Trent’anni fa, quando ancora aveva voglia di rischiare, Roger Waters avrebbe costruito uno show basato sulle canzoni del suo ultimo album. E invece Us + Them è una sorta di collage dei concept passati che passa sì attraverso il repertorio di “Is this the life we really want?” (quattro canzoni in tutto), ma offre per l’80% classici dei Pink Floyd. Anche la parte visiva è meno curata e originale di quella proposta in Italia in passato. Ma è pur sempre un grande spettacolo, interpretato da una band di nove elementi che comprende i chitarristi Dave Kilminster (l’anima hard rock cui sono affidati quasi tutti gli assoli) e Jonathan Wilson (suo il compito ingrato di interpretare le parti vocali di David Gilmour), oltre a Jess Wolfe e Holly Laessig delle Lucius, che cercano di risolvere il rebus di “The great gig in the sky” rendendola più delicata ed eterea. I loro cori e le loro armonie vocali rappresentano uno degli elementi di (relativa) novità del concerto, eseguito con la consueta pulizia e lucidità.

Il concerto è diviso in due parti di un’ora ciascuna, più i bis. L’attacco è col repertorio di “The dark side of the moon”, che Waters ha portato in tour in Italia nel 2006-2007. Lo schermo ad alta risoluzione dietro le spalle dei musicisti copre l’intera larghezza del palco e mostra colori acidi e scioccanti per “One of the these days”, il video di “The last refugee”, vecchie animazioni. Si passa attraverso i brani nuovi, con il canto “Lay down Jerusalem” reintegrato a “Déjà vu”, ma le canzoni recenti stentano a decollare, le idee messe in campo sono già note, manca una narrativa forte. Nel finale dedicato a “The wall”, i ragazzi di una scuola milanese in tuta arancione da detenuti con la scritta “Maggie’s Farm” sulla schiena mimano il canto di “Another brick in the wall”, per poi mostrare una t-shirt con la scritta “Resist”.

Dopo 20 minuti di pausa arriva la seconda parte del concerto, la più efficace. Assemblando canzoni di “Animals”, “Dark side”, “Smell the Roses” dall’ultimo album e una parte visiva più a fuoco, Roger Waters riesce a comporre una narrazione coerente. Grazie a proiezioni e teloni calati dall’alto, in mezzo alla platea si materializza la centrale elettrica di Battersea. “Pigs (Three different ones)” viene scelta per attaccare Trump, un porcellino volante sorvola le teste degli spettatori, lo schermo ci informa in italiano che Trump è un maiale. “Us and them” viene strappata dall’epoca a cui sembrava indissolubilmente legata e abbinata a immagini del movimento Black Lives Matter. Un prisma luminoso si materializza per il finale ancora dedicato a “The dark side of the moon”.

Prima di attaccare “Mother”, Roger Waters parla dell’attacco dei “fucking” Donald Trump, Emmanuel Macron e Theresa May in Siria, aggiungendo che “per fortuna non è rimasto ucciso un solo russo altrimenti saremmo tutti nella merda”. Incita il pubblico a mettere a frutto l’amore che percepisce in sala, a “spiegare ai nostri leader che ci interessa il futuro dei nostri figli”, a trovare un modo per “organizzare questo pianeta fragile in modo più benigno e nell’interesse collettivo”. Infine ringrazia gli italiani perché “salvate regolarmente rifugiati nel Mediterraneo”. E dopo la finale “Comfortably numb” incassa un sentitissimo e meritato applauso.

Trent’anni fa, mentre girava l'America surclassato dal tour di Pink Floyd, Roger Waters diceva: “Sono in competizione con me stesso e sto perdendo”. Oggi, al suo primo tour abbinato a un album nuovo dai tempi di "Radio K.A.O.S.", quando ancora c'era il Muro di Berlino, non ha alcuna intenzione di perdere. Ha perciò messo in piedi un concerto spettacolare, ben calato nel suo immaginario, interpretato da una band robusta, con un repertorio imbattibile, privo però dell’audacia e della complessità che gli hanno fatto guadagnare l’appellativo di genio creativo.

(Claudio Todesco)

SET LIST:
Speak to Me / Breathe
One of These Days
Time / Breathe (Reprise)
The Great Gig in the Sky
Welcome to the Machine
Déjà Vu
The Last Refugee
Picture That
Wish You Were Here
The Happiest Days of Our Lives
Another Brick in the Wall, Part 2 / Another Brick in the Wall, Part 3

Dogs
Pigs (Three Different Ones)
Money
Us and Them
Smell the Roses
Brain Damage
Eclipse

Mother
Comfortably Numb

Dall'archivio di Rockol - Roger Waters ricostruisce il muro
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