L’utopia americana di David Byrne: “Contano le piccole risposte alla grandi domande” - VIDEOINTERVISTA

L’utopia americana di David Byrne: “Contano le piccole risposte alla grandi domande” - VIDEOINTERVISTA

La risata di David Byrne è contagiosa, aperta e sincera. Il ciuffo ora è completamente bianco. Lo sguardo è penetrante e attento, l’approccio cordiale - eppure potrebbe permettersi di trattare tutti con sufficienza, dall’alto di una carriera che ha segnato piiù volte la  storia della musica, negli ultimi 40 anni: i Talking Heads, la collaborazione con Brian Eno che all'inzio degli anni '80 ha anticipato mondi musicali a venire, la scoperta e la rielaborazione della world music.... Ad ogni domanda, anche alle più banali che bisogna fare, c’è un sorriso o una risata per rompere il ghiaccio.

Byrne è passato recentemente in Italia: a fine gennaio, alla Fondazione Prada di Milano,  è venuto a tenere la conferenza “Reasons to be cheerful”, che sta portando in giro per il mondo, e a presentare il nuovo album “American utopia”, in uscita il 9 marzo. E’ il suo primo lavoro solista in 14 anni, da “Grown backwards”: in mezzo collaborazioni con Brian Eno, St. Vincent, Caetano Veloso, Fatboy Slim. E musical, libri, tra cui il fondamentale “Come funziona la musica” (pubblicato in Italia da Bompiani).

Ci sono molte, troppe cose da raccontare, con David Byrne e un po’ di sana pressione psicologica da parte del suo management: prima di fare l’intervista ai giornalisti sono state fornite alcune indicazioni: ascoltare con attenzione il disco, leggere i testi, vedere la conferenza in rete, non indugiare troppo sul passato e sui Talking Heads. Tutte cose che normalmente si fanno, ma messe nero su bianco fanno un certo effetto. Sembra quasi di andare ad un esame - e per me che ho messo il suo libro in bibliografia nel mio corso università e che di solito interrogo i miei studenti su di lui, è un bel paradosso.

Da dove cominciamo, chiedo? “Da dove vieni?”, mi chiede, e poi mi ascolta attento. Il suo metodo, quello che trovi tanto nel nuovo disco quanto in "Reasons to be cheerful", è l'osservazione e la ricerca. Studiare il mondo, ascoltare le persone e chi ha davanti, scomporre la musica in cerca le possibili fonti di ispirazione. Questo ha fatto, anche per i due progetti: disco e conferenza sono nati parallelamente, ma poi si sono incrociati sullo stesso tema: “quello che conta è dare piccole risposte a grandi domande”, mi spiega con un largo sorriso.

David Byrne è un raro caso di artista-intellettuale, ma che riesce anche a non essere troppo cervellotico o noioso.  “So che altri artisti lavorano principalmente sull’istinto e sull’intuito. Ma fare ricerca è il mio modo di lavorare. Incontrare persone, vedere posti, intervistare. Trasformare tutto in canzoni. E poi fare autoanalisi, riflettere sul modo in cui faccio le cose - che poi è ciò che mi ha portato a scrivere un libro, ‘Come funziona la musica’”, mi spiega. 

Di certo non è noioso “American utopia”: 10 canzoni che sono contemporaneamente una summa sonora della sua produzione passata (ad un ascolto distratto possono sembrare un ritorno alle origini), uno sguardo disincantato sul presente, e un occhio rivolto al futuro.
Un titolo ambizioso e ambiguo, gli faccio notare, che potrebbe essere letto in maniera sarcastica o all’opposto troppo sul serio. “Ma no”, ride. “Non c’è nessuna ironia. L'utopia americana non esiste, come tutte le utopie. E’ un modo di chiederci: 'Chi siamo? quali sono i nostri sogni? che tipo di animali siamo? Di cosa abbiamo bisogno per essere felici? Cosa stiamo facendo di incasinato e sbagliato?' ”

Però è quasi inevitabile pensare al sogno americano, e a come la realtà oggi sia lontana da quell'ideade: “Ho preso ad esempio l’America perché è lì che vivo. Forse è il momento sbagliato per fare questo tipo di provocazione. Ma è un approccio potrebbe essere applicato anche ad altre cose simili che stanno accadendo altrove, non negli Stati Uniti. Da noi è  forse più drammatico in questo momento, ma molte persone si stanno facendo le stesse domande in diversi posti del mondo”.

“American utopia”, continua, “è nato quasi per caso. Non avevo intenzione di fare un altro disco da solo. Ma spesso faccio cose senza pensarci, e le capisco solo alla fine. Il mio amico Brian Eno aveva delle basi ritmiche, fatte con un particolare algoritmo. Sono state la mia ispirazione iniziale per scrivere. Poi le canzoni si sono accumulate, ho coinvolto diversi ascoltatori e siamo arrivati al disco. Dal punto di vista musicale volevo che avesse energia, che suonasse contemporaneo ma senza essere necessariamente essere trendy. Per esempio, ho evitato l’autotune e la correzione della voce in studio: sono strumenti che mi piacciono, ma sono troppo abusati”.

Anche i testi delle canzoni sono ambivalenti, gli faccio notare: oscillano tra la gioia e la disperazione, tra “il miracolo e le bollette non pagate”, come recita “Everyday is a miracle”: “Non ho risposte: anche per questo spesso ho messo le frasi più dure sui ritornelli più melodici”. 
Il paradosso è che sembra esserci sollievo nell’incoscienza, nell’essere un cane, come in “Dog’s mind” o addititura uno scarafaggio, come ancora in “Everyday is a miracle”  “Si, ci sono molti animali nel disco”, dice con una delle sue risate. “Mi piace mettere in discussione i limiti della nostra percezione, perché non sappiamo come gli altri vedono il mondo. Per uno scarafaggio la casa è l’universo, e noi per certi versi siamo limitati allo stesso modo”.

“I due progetti non sono mai stati collegati, si sono sviluppati in parallelo", continua passando a  “Reasons to be cheerful”. "Ho iniziato a raccogliere cose positive, che succedevano in giro per il mondo e che si potevano replicare con successo altrove. Ho pensato che il cambiamento possa iniziare da queste cose, da idee che si diffondono orizzontalmente, attraverso la gente, che non cadono dall’alto. Non pensavo neanche di renderle pubbliche: è qualcosa che facevo per la mia sanità mentale. Poi ho pensato che potevo condividerle, magari con un post sul mio blog. Quindi si è trasformato in un formato simile ad una lezione-conferenza, che avevo in parte già usato in passato. Alla fine ho visto che c’era un tema comune quella conferenza e l’album: quelle che contano sono le piccole risposte alle grandi domande”.

Una delle reazioni tipiche di molta musica alla situazione attuale americana non è attaccare frontalmente i nuovi leader, ma lavorare sul positivo: “E’ quello che sto tentando di fare”, mi spiega. “Trovare qualcosa che ci unisce. Spesso sento musica che mi piace molto, ma poi capisco che è solo un’altra canzone su una festa, sul tuo ragazzo o sulla tua ragazza. Ci sono molti artisti che vanno oltre questa visione limitata, e provo ad essere tra questi”.

Dei Talking Heads non parliamo, non perché lui sfugga o non voglia le domanda - ha recentemente detto che non è interessato ad una reunion. Ma semplicemente perché è proiettato sul futuro e non c’è bisogno di guardarsi indietro.

Nel futuro c’è un tour, anzi - nel presente: è iniziato questo weekend in America in arrivo per tre concerti anche in Italia nel mese di luglio. E' stato presentato come il suo progetto più ambizioso da tempo, ed è il suo primo tour da solo in quasi 10 anni. “Ci stiamo lavorando, stando attenti al budget: ormai fare dischi costa meno di una volta” spiega - lui che aveva dedicato un dettagliato capitolo di “Come funziona la musica” ai costi di “Grown backwards”, ultimo disco di studio (costato 225mila dollari, 278mila dollari di ricavi con 135mila copie tra fisico e digitale 53mila canzoni singole vendute). 

“Ma dai dischi ci si guadagna meno: oggi questi numeri non sono più possibili e quando si progetta un tour bisogna ancora più attenti alle finanze. In realtà si possono fare cose interessanti anche con non molti soldi: l’idea di questo tour è nata da una cosa che facevo durante gli show con St. Vincent, dove c’era una parte con i fiati liberi sul palco. Mi sono chiesto se si potesse applicare a tutta la band. Così tutti i musicisti si muovono senza fili, anche tastiere e batteria. Il concetto è in realtà molto semplice”, dice mostra le foto di prova della scena: un palco vuoto senza posizioni fisse per i musicisti, in cui tutti si muovano, e con delle catene pendenti a circoscrivere la scena e a riflettere la luce (la tecnologia è spiegata nel dettaglio qua). La sua risata risuona ancora nella stanza, mentre lo chiamano per andare a fare le prove della conferenza che terrà la sera: in "Reasons to be cheerful" Byrne in realtà mostra di non essere un grandissimo oratore, ma il progetto è interessante, e la gente attenta perché sa di trovarsi di fronte ad una leggenda: il cantante interagisce con il pubblico alla fine, nelle domande, sempre con il solito sorriso.

“Professor Byrne, ho passato l’esame?”, gli chiedo alla fine, prima di uscire dalla stanza. Ride. “Ma certo! Ma davvero i tuoi studenti devono leggere il mio libro per l’esame? E quale capitolo trovano più interessante?”. E continua a ridere contento.  

(Gianni Sibilla)

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