Simple Minds, Jim Kerr racconta il nuovo album “Walk between worlds” – INTERVISTA

Simple Minds, Jim Kerr racconta il nuovo album “Walk between worlds” – INTERVISTA

I Simple Minds non mollano e anzi rilanciano l’idea di essere nel presente portando con sé un pezzo del proprio passato. Lo fanno con il nuovo album “Walk between worlds” e con un tour che toccherà l’Italia dal 2 all’11 luglio. Dopo “Big music”, il lavoro del 2014 salutato dai più come un ritorno al sound classico, la band scozzese ha fatto una mossa inattesa, lanciandosi in un progetto acustico. “I fan, i media, tutti avevano amato ‘Big music’. L’atmosfera era fantastica”, ricorda il cantante Jim Kerr. “Decidemmo di sfruttare quello slancio lavorando subito a un disco nuovo. Volevamo partire da ‘Big music’ e costruire qualcosa di diverso. Poi ci siamo fermati a metà dell’opera. Lo facciamo spesso per riacquistare un senso di prospettiva sulla musica che stiamo incidendo. È come quando vivi a lungo vicino a una montagna: finisce che quella montagna non la noti più. Il tour di ‘Acoustic’ ci è servito per tornare ad ascoltare le canzoni di ‘Walk between worlds’ con nuove orecchie. Tornati in studio, ne abbiamo riarrangiate alcune, aggiungendo nuove parti”.

Il risultato è un disco prodotto con Andy Wright e Gavin Goldberg che porta l’inconfondibile marchio dei Simple Minds, senza l’energia ritrovata ai tempi di “Big music”, ma con alcune piccole sorprese come gli archi registrati ad Abbey Road. “Lì incidemmo una parte del disco di debutto. Ma ero troppo giovane per godermela, avevo 19 anni e mi sembrava… boh, troppo”. Il nuovo album avrebbe dovuto intitolarsi “Utopia”, come la terza canzone della track list. “Ma è un titolo inflazionato, è una parola che di recente hanno usato Björk e David Byrne, sono contento di non averla utilizzata. Per me utopia significa un ideale, qualcosa di trascendente. Può essere un luogo, un’immagine, un sogno. Può essere la musica. Quando sei completamente immerso in un’arte, ti scordi del mondo che ti circonda e in qualche modo entri a far parte di un’utopia”.

L’evocazione del potere “magico” della musica ha sempre fatto parte della storia dei Simple Minds e difatti l’album si apre con una canzone intitolata “Magic”. “È un pezzo che parla di fede”, spiega Jim Kerr, “ma non di fede in senso religioso. Parla di musica. Dopo aver scritto qualcosa come 300 canzoni, posso dirti che la musica per me è ancora un mistero. Sì, un mistero. Lavoro con musicisti ogni singolo giorno, ma non sono uno di loro, non sono un musicista. Non capisco quel che fanno e quindi mi sembra una magia. La grande musica ti tocca spiritualmente e cambia persino la tua fisiologia, ma nessuno sa davvero come funziona”. Non ha mai vissuto come un limite, magari in sala d’incisione, il fatto di non conoscere il linguaggio della musica? “No, mai. Perché sono un cantante e un frontman, ma soprattutto sono la persona che tira fuori le idee e indica una direzione, sono quello che sceglie la strada da imboccare. Questo sono”.

I fan dei Simple Minds noteranno che il bridge di “Alive and kicking” è stato adattato per diventare il ritornello di “Sense of discovery”, provocando una sorta di cortocircuito fra passato e presente, uno stratagemma che la band usa spesso, questa volta in modo volutamente spudorato. “Quella canzone l’ho scritta con Owen Parker ai tempi del mio progetto solista ‘Lostboy!’. L’ho anche cantata in una session radiofonica, ma sentivo che era una canzone dei Simple Minds. Mancava qualcosa, però. Poi mi è venuta l’intuizione: un riferimento ad ‘Alive and kicking’ avrebbe funzionato e sarebbe stato divertente. L’idea non era prendere una parte di quella vecchia canzone e rifarla tale e quale. Volevamo evocarla, ci piaceva l’idea di giocarci su e creare un legame col passato”.

Fedeli all’idea di includere negli album canzoni in qualche modo legata alle loro radici, una tradizione che va da “Jungleland” a “Broken glass park”, questa volta i Simple Minds rendono omaggio al Barrowland, la sala da concerti di Glasgow che il gruppo scozzese ha contribuito a rendere famosa, girando il video di “Waterfront” e tenendo alcuni homecoming concerts apprezzati dai fan. “È l’equivalente di una chiesa, per noi. È la sala da ballo dove andavano a ballare i nostri genitori, anzi i nostri nonni. A partire dagli anni ’50, quando ci suonavano le big band di jazz, è passata tanta di quella musica di lì… Noi l’abbiamo in qualche modo ereditata e anche se è un sala piccola, suonarci è sempre un evento”. La canzone è scritta dal punto di vista di un ragazzo che si prepara ad andarci a suonare per la prima volta. “Mi interessava evocare l’eccitazione di quella prima volta e le domande che il ragazzo si fa: cosa accadrà? Cambierà la mia vita?”.

“Walk between worlds” contiene otto canzoni, come si usava negli anni ’80. L’edizione deluxe ne ospita tre in più, fra cui una versione dal vivo di “Dirty old town” di Ewan MacColl, nota ai più nelle versioni dei Dubliners e dei Pogues. “Come ricordi, i Simple Minds dovevano esibirsi a Manchester a meno di 24 ore dall’attentato al concerto di Ariana Grande. E come sai, decidemmo di non cancellare l’esibizione e di suonare comunque, a soli cinque minuti da dove era avvenuta la tragedia. Scegliemmo di fare ‘Dirty old town’ perché parla di Manchester. Volevamo fare qualcosa di speciale per la città e credo che in quell’esecuzione si senta tutta l’emozione di quel momento”.

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