Jovanotti racconta “Oh, vita” e Rick Rubin: “Volevo perdere il controllo"

Jovanotti racconta “Oh, vita” e Rick Rubin: “Volevo perdere il controllo"

“Ogni tanto ci guardavamo e ci dicevamo: ma davvero stiamo facendo un disco con Rick Rubin?”. Lorenzo Cherubini è un entusiasta di natura, ma quando parla di “Oh, vita!” - il nuovo disco in uscita domani, 1° dicembre - non nasconde l’emozione. L’orgoglio dell'artista e la commozione del fan si riuniscono e si fondono in un’unica entità.
“Oh, vita!” è un disco completamente diverso da “Lorenzo 2015”. 14 canzoni,  molta chitarra acustica, suoni essenziali anche quando c'è più elettronica. “Rick mi ha dato sintesi, quasi all’estremo. Il suo metodo mi sta facendo riconsiderare anche il mio passato: stiamo provando le canzoni per il tour, mettendo di fianco i brani nuovi e quello vecchi, e ogni volta penso: devo metterci di meno. Lui dice sempre “I’m not a producer, I’m a reducer” ed è vero, questa tendenza all’overproduzione è soprattutto nostra, è un retaggio dell'opera. Se possiamo mettere qualcosa di più nelle canzoni lo facciamo". Jovanotti questa volta ha fatto l'opposto.
In questa lunga chiacchierata Lorenzo racconta il suo incontro con Rubin, e come questo rapporto ha dato forma alla sua nuova musica.

(Giampiero Di Carlo/Gianni Sibilla)

Partiamo dalla copertina: solo “Jovanotti”, niente Lorenzo. Come mai?
E’ stato casuale, ma io dal caso provo sempre a trarre dei segni. Sergio Pappalettera, che fa le mie copertine da 30 anni ormai, mi ha mandato la bozza e c’era solo Jovanotti. Ho pensato che non fosse male. Anni fa non ci avrebbe neanche pensato, avrebbe messo Lorenzo - e il fatto che lui abbia agito così mi ha fatto pensare che fosse la cosa giusta. Possiamo anche dargli dei significati: i miei 50 anni, per esempio, lo fanno passare di là, lo fanno diventare un’installazione, un nome da fumetto. Se un giorno ne avrò 80, questo nome sarà ancora più adatto… C’è stato un periodo in cui il nome mi era scomodo, e ho iniziato a chiamare i dischi con il mio nome di battesimo. E poi non m’è andato più scomodo. Ho pensato: no, mi piace.

Una copertina con una foto in bianco e nero senza filtri. Come nella musica, anche grazie a Rubin ti presenti in maniera decisamente più diretta.
Senza dubbio. Rick Rubin è stato un incontro… come lo potrei definire… E’ stato "l’incontro". Mi sono sentito in studio con lui come mi sentivo a 20 anni nello studio di Deejay con Claudio Cecchetto. A 30 anni di distanza mi sono sentito con quel desiderio di essere all’altezza di una situazione, ma con trent’anni di più e una storia alle spalle. E’ il produttore più importante della mia generazione, ha reinventato diverse volte un suono. 

Come lo hai conosciuto?
Lo incontrai sei anni fa a una cena per addetti ai lavori. Io ero con mia moglie Francesca e lui con la sua compagna, Muriel, una colombiana molto in gamba. ‘Cazzo ma quello è Rick Rubin, porca troia!’, dissi a Francesca notandolo. Tuttora la ragione per la quale ha finito con il lavorare con me resta un mistero. Quella sera mi ero presentato a lui come un fan e gli dissi che erano stati proprio i suoi lavori a darmi la convinzione che quella roba avrei potuto farla anche io, che ero solo un DJ. Mi ringraziò sorridendo, senza dire molto (è uno che parla poco) ma alla fine della serata Muriel venne da me e mi diede la sua email, incoraggiandomi a contattarlo, facendomi capire che la nostra chiacchierata l’aveva intrigato. Restammo in contatto e due anni dopo, mentre era in Italia in vacanza, mi scrisse per chiedermi se conoscessi qualcuno che poteva aiutarlo a visitare qualche villa interessante in Toscana, e io avevo la persona giusta. Così combinammo e passammo cinque giorni insieme, io, lui, Muriel e Francesca. Da allora ci siamo sempre tenuti in contatto senza mai parlare di lavoro. E ogni tanto mi dicevo che mi sarebbe piaciuto lavorare con lui, eccome. Che figata sarebbe stata fare anche un solo pezzo insieme, pensavo”.

Invece siete finiti a fare un disco assieme. Come è successo?
Lo scorso aprile gli ho portato un demo a Los Angeles, e gli ho chiesto se avrebbe lavorato con me. Mi ha chiesto che scadenza avevo e, siccome avevo promesso a Universal che avrei consegnato un nuovo album per Natale, ho risposto a Rick che avremmo dovuto farlo d’estate. ‘Ma come prima di Natale? Ma così c’è poco tempo, veramente…’. In America sono abituati a pianificare con grande anticipo, gli suonava strano. Poi tre giorni dopo mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Dai, facciamolo. Lo registriamo ad agosto. Che ne dici, possiamo farlo fare in Italia?’…

Lo avete registrato in una villa in Toscana.
‘Sì, si può fare’ gli ho risposto, ‘ma ad agosto in Italia… non in studio’. E lui: ‘Meglio ancora, troviamo una villa in Toscana e montiamoci dentro uno studio’. Così ho cercato e trovato una bellissima villa all’Impruneta, fuori Firenze, la villa Le Rose di Ferragamo, e l’abbiamo allestita portandoci attrezzature da Londra e parte del mio studio domestico”.

Suona molto rock and roll, la villa, rievoca immagini ingiallite dal Laurel Canyon a Ville Nelcote… 
La villa sarebbe stata un elemento importante, perché volevo che per lui questa fosse un’esperienza indimenticabile. Lo conosco da sei anni e per me lui è un cercatore di qualità: la cerca per la musica come per le altre cose, compresa la sua bellissima casa a Malibu, che si è fatto sistemare da un architetto italiano. E così ad agosto ci siamo insediati ed abbiamo vissuto là dentro, insieme, per 25 giorni. Gli ho procurato un divano, perché lui il divano lo usa sempre per sdraiarcisi sopra durante le registrazioni e prendere appunti e rimuginare, e ho ingaggiato un cuoco residente. E alla fine è riuscito proprio come un disco di Rick Rubin: gli è piaciuto farlo e ci siamo trovati bene. E’ stata un’esperienza pazzesca. Per me lavorare con Rick Rubin non era nemmeno un desiderio, ma qualcosa che semplicemente andava oltre le mie possibilità.

Che approccio avete usato per il disco?
Aveva studiato, ascoltando i miei dischi e informandosi attraverso Universal USA sulla mia carriera, sulle cose che avevo fatto. Sapeva da che successo arrivavamo, del trionfo del disco e del tour. Vedeva che quello che avevo raggiunto con la mia squadra in Italia era qualcosa di grosso – facendo le proporzioni con il mercato americano era l’equivalente di qualcosa di gigantesco da quelle parti, e se ne rendeva conto. Così mi disse: ‘A te non riuscirò ad aggiungere nulla in termini di numeri, ma mi piace l’idea artistica. Quando avrai dei nuovi pezzi fammeli sentire’. Così ho fatto e, su sua richiesta, gli ho fatto avere anche un file con un piccolo racconto che descriveva il senso di ciascun brano. Volevo perdere il controllo, rimettermi in gioco, è stata un'esperienza grande per tutti e due. Alla fine mi ha detto "E' il disco più vario che abbia mai fatto".

La tua band come ha preso questo approccio?
Con molta pressione. Con Rubin c’è molta pressione in studio. Sono contento di avere portato delle mie persone in studio, e di avere avuto la sua approvazione. Come Pino Pischetola, che mixato quasi metà del disco con il suo staff. Lui fa sempre mixare la musica a persone diverse, e poi fa un blind test. Alla fine mi ha detto, nella sua tipica essenzialità: “Pino is good”. Sono certo che gli darà della musica da mixare.

E’ un disco essenziale, molto diverso dal precedente “Lorenzo 2015”, e non solo per la presenza di Rick Rubin.
Il mio ultimo disco per me aveva chiuso un ciclo lungo dieci anni. Ci avevo messo dentro 30 pezzi contro il parere di tutti ed era andata da Dio (oh, magari se ce ne avessi messi solo 12 sarebbe andato meglio, chi lo sa?). Avevo proprio voluto svuotare il mio hard disk. Sette singoli numeri uno in radio… Era andata da Dio, però per me ormai era un capitolo chiuso. C’è stato un episodio curioso, poi, a convincermi ulteriormente che dovevo cambiare. Quest’anno guardando Sanremo mi è sembrato di riconoscere qualche traccia di me in sette o otto pezzi. Parlo di certe tracce stilistiche che io - che intendiamoci: mica ho fatto chissà che cazzo, però credo di avere introdotto. Beh, fu una sensazione da un lato molto piacevole, perché provavo orgoglio. Ma dall’altro fu inquietante e mi dissi: ‘Beh, io da qui mi devo muovere, devo andare via, devo fare altro’.

Volevi già cambiare strada, quindi?
Per me “Oh, vita!” è un disco nuovo e diverso soprattutto perché è scarno. Ma lo sento mio, non ci sto a disagio perché è diverso. Credo che Rubin abbia rimesso la musica al centro del mio tavolo. Il suo mantra è “It must sound like a record”, deve suonare come un disco. Lui parla di “records”, di dischi, perché sa che il suono che arriva a chi lo ascolta in radio non è quello che riproduciamo in studio. La sua idea è che non debba suonare sovra-prodotto, nè come un demo e nemmeno come una jam session. Deve suonare come un disco, punto.
Mi raccontò l’aneddoto del disco prodotto per Tom Petty: ‘Lo registrammo veramente in soli due giorni, ma mi ci vollero quasi due anni per riuscire a farlo suonare come un disco’.” Un giorno all’improvviso mi ha chiesto: ‘Secondo te chi è il più grande cantante di tutti i tempi’? E io, subito: ‘Frank Sinatra, è ovvio’. E lui: ‘Anche secondo me’.

La chitarra acustica è protagonista. Ma non saremo mica all’alba di un tour acustico, per caso…? 
Questo è in effetti un disco sbilanciato sulla parte acustica, ma la verità è che la decisione di partire in tour a febbraio l’avevo presa ancora prima di iniziare a fare il disco e ben prima che Rubin fosse un’idea. Nel momento in cui ho deciso di fare un album ho pensato ‘Farò un disco senza pensare al tour’. E infatti nel tour 2018 questo album lo rappresenterò solo in parte, anche perché in quel momento sarà praticamente all’inizio della sua vita. Ma l’approccio di questo disco sta anche influenzando i pezzi vecchi. Mi constringe a riviverli in modo più rock 'n' roll, inteso come filosofia, non come suono. Sto spingendo la mia band ad asciugare i pezzi. E' come se fossi passato da un workshop e costringo tutti a meditare... Non è minimalismo, ma semplicemente creare più spazio per far suonare meglio quello che già c'è.
Però devo ammettere che l’idea di fare un tour acustico in futuro è qualcosa che mi incuriosisce, perché ormai sono innamorato della chitarra acustica.

 

Dall'archivio di Rockol - Lorenzo racconta "Oh, vita!": la videointervista
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FRANCESCO DE GREGORI
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