I R.E.M. in Italia, intervista e video a Stipe e Mills: “La nostra storia dimostra che si può avere successo senza compromessi”.

I R.E.M. in Italia, intervista e video a Stipe e Mills: “La nostra storia dimostra che si può avere successo senza compromessi”.

I R.E.M. si sono sciolti, ma esistono ancora. Non solo nella storia del rock o nella memoria dei fan, ma fisicamente. Sono una band non attiva, che non incide nuova musica né fa concerti. Ma occasionalmente alcuni dei membri - solo alcuni, mai tutti -  si ritrovano in pubblico per raccontare il loro percorso: “E più facile, ora che la storia della band è chiusa in una capsula temporale”, ci racconta Michael Stipe. Il cantante e Mike Mills sono passati da Milano per raccontare i 25 anni di “Automatic for the people”.
Una giornata intensa, quella di lunedì 13 novembre, che ha concluso un breve tour promozionale europeo: dopo Berlino e Londra, a Milano Stipe e Mills hanno concesso qualche intervista alla stampa francese, e a pochi e selezionati giornalisti italiani, tra cui Rockol. In serata la presenza ad un evento molto fashion, molto milanese e molto affollato per presentare una linea di accessori legati all’immaginario del disco, che venne firmato da
Anton Corbijn. Stipe e Mills si sono concessi a foto tra addetti ai lavori, ex concorrenti di talent, "celebrità" e fan - il tutto sempre e sotto lo sguardo attento del manager Bertis Downs (qua un ritratto del personaggio: lo stesso giorno ha tenuto una lezione al Master Musica della Cattolica) e anche della signora Stipe, una deliziosa signora d’altri tempi che vive ancora nella campagna di Athens, Georgia, e che ha seguito il figlio Michael in questo giro europeo.
I R.E.M. sono rimasti una famiglia: come accadeva quando la band era attiva, in alcune occasioni si allarga ai loro amici italiani di sempre, e si apre ai fan. La chimica tra Mike e Michael è evidente - anzi ora che la band non è più attiva sembrano più rilassati tra di loro e verso l’esterno, senza la pressione del dover dimostrare qualcosa: hanno un sorriso per tutti, si prestano a foto e domande.
Ecco l’intervista a Michael Stipe e Mike Mills. E no, purtroppo, non hanno nessuna intenzione di riformarsi: soddisfatti della scelta di sei anni fa - coerenti e diversi fino in fondo, è ciò che li rende grandi. “Abbiamo dimostrato che si può avere successo senza compromessi”, dice Mills.

(Gianni Sibilla)

 

“Automatic for the people” è considerato il vostro capolavoro. Siete d’accordo?
Stipe
: Credo sia uno dei nostri capolavori, non l’unico. E’ il mio terzo disco preferito, e sono orgoglioso di come venne accolto al tempo. C’era attesa per cosa avremmo fatto dopo “Losing my religion” e abbiamo sorpreso il pubblico. 25 anni dopo speriamo di sorprenderlo di nuovo.

Nel 1991 eravate una delle rock band più importanti del mondo. “Losing my religion” fu una canzone inusuale per avere successo. Non andaste in tour, ma tornaste in studio, cosa ancora più inusuale, per realizzare "Automatic". Cosa successe?
Mills
: Ci piace infrangere le regole. Ci piace far vedere che le cose si possono fare in maniera diversa. Pensammo che andare in tour di nuovo sarebbe stato poco salutare, sia per la band che per le persone. Avevamo fatto concerti per 10 anni di fila negli ’80, e decidemmo di prenderci una pausa. Funzionò per “Out of time”, e non danneggiò neanche questo disco.

 “Automatic” non è il tipico disco post-successo: l’unico accenno alla fama è nel video di “Drive”, dove galleggi sopra il pubblico. Ma le canzoni parlano di tutt’altro. Come ti sei ritrovato a cantare di quei temi?
Stipe
: Il tema dominante è la morte, assieme al passaggio e alla transizione. Non avevo programmato di scrivere di queste cose, non volevo di certo fare un disco così scuro. Ma è quello che mi è venuto in mente al tempo.
Il 1991 e 1992 furono un periodo di cambiamenti, nel mondo: la fine dell’era Reagan, l’avvento della tecnologia digitale e del computer. Era chiaro a chiunque facesse attenzione, e sicuramente a noi, che il mondo stava diventando diverso, molto profondamente e molto in fretta. Il disco lo riflette: è quello che un artista deve fare.

Un altro cambiamento forte fu nel suono. Vi scambiaste gli strumenti, incidendo l’album principalmente in acustico. Un metodo sperimentato in “Out of time” e in parte in “Green”, ma mai da voi usato in maniera così radicale come in “Automatic”.
Mills
: E’ una cosa che ci è sempre piaciuta fare. E il nostro obbiettivo in questo disco era di non incidere nulla che suonasse “alla R.E.M.”.
Così abbiamo messo da parte diverse canzoni troppo classiche: non sapevamo che sarebbe diventato un disco intimo e lento, ma quando abbiamo selezionato le nostre canzoni migliori, quello era il suono.

Quelli erano gli anni del grunge, del ritorno delle chitarre elettriche, che voi recuperaste solo due anni dopo, con “Monster”.
Mills:
Credo che Peter stesse cercando nuovi modi modi di suonare, ed era consapevole che negli anni '80 avevamo portato quel sound fin dove poteva arrivare. Nel disco ci sono le chitarre, ma provammo a sperimentare, a scrivere su strumenti diversi come il bouzouki. Ci siamo messi alla prova - e siamo rimasti sorpresi anche noi del risultato.

E’ vero che inizialmente volevate fare un disco rock?
Mills:
Non hai mai un’idea precisa di come suonerà un disco, quando entri in studio. Non volevamo suonasse troppo riconoscibile, questo sì. Non ci importava fosse acustico o rock, bastava che il sound fosse diverso da quello dei dieci anni precedenti.

Canzoni come “Everybody hurts” sono diventati degli inni, che trascendono il vostro ruolo di artisti e autori. Viene cantata da tutti, da altri artisti, per strada, come nei talent. Vi fa piacere o vi infastidisce la sovraesposizione?
Stipe:
E’ una cosa che amo. Se incidi una canzone che  va oltre il momento in cui l’hai scritta, che diventa qualcosa che la gente tiene nel cuore, qualcosa che aiuta le persone nei momenti difficili… che cosa puoi chiedere di più?

Il box della ristampa di “Automatic” contiene molto materiale, tra cui l’unico concerto del ’92. Uno dei vostri migliori show e molto più classico nel suono.  
Mills
: Beh, siamo sempre noi, alla fine.
Stipe: Non volevamo suonare in pubblico, in quel periodo, ma GreenPeace ci propose di tenere un concerto con un sistema completamente basato sull’energia solare. Come attivisti, come persone interessate all’ambiente, pensammo fosse una buona occasione per dimostrare qualcosa. Suonammo nella nostra città, Athens, Georgia, al 40 Watt Club, un posto a cui siamo molto legati.

Nel box sono compresi 20 demo, che raccontano il processo di realizzazione del disco. Qual è stata la vostra reazione a risentire quella registrazioni? 
Stipe:
Mi mette molto a disagio, in realtà. Ma so che a molta gente piace sentire queste cose, quindi va bene. Personalmente, non voglio sentire i demo: è quando sono al massimo della vulnerabilità. Sono all'inizio di un percorso, non cerco neanche l’intonazione con la voce, non penso alle parole, sto pensando a creare qualcos’altro.
C’è un demo molto bello. Ne ho ascoltati solo quattro, poi ho detto: sceglieteli voi. Ma quello che mi ha colpito è “Find the river”, con la mia voce che canta la melodia, poi sale uscendo fuori dal mio range vocale. E’ una cosa bella e cristallina, quasi alla Dolly Parton. Mi sono commosso riascoltandola, e mi sono chiesto come mai non l’abbiamo usata per il disco. Le parole e il tono della versione finale sono più solenni, forse per questo. Ma il resto dei demo non li voglio neanche sentire…

I R.E.M. si sono sciolti sei anni fa. Quale eredità hanno lasciato, secondo voi?
Mills:
Abbiamo costruito un repertorio solido in un arco di tempo ampio, e ne siamo orgogliosi. Ma soprattutto abbiamo dimostrato che si può avere successo alle proprie condizioni. Ci sono delle regole che ti dicono che devi per forza seguire, ma non è vero. Puoi crearti le tue regole, se accetti il tipo di successo che puoi ottenere in quel modo. Noi siamo stati fortunati, perché con le nostre regole siamo diventati molto famosi. Ma è più importante potersi guardare allo specchio sapendo di avere fatto la cosa giusta. 

Che spazio hanno i R.E.M. oggi nelle vostre vite, sia a livello mentale che pratico? 
Stipe
: Sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto. Mentre eravamo ancora attivi, sarebbe stato difficile rivedere così il nostro passato. Ora che la band è in una capsula temporale è più facile parlarne. 
Questa è la nostra versione del disco, con le nostre foto, con il packaging, ma anche con la distanza emotiva di 25 anni di storia. Ne sono orgoglioso: abbiamo guardato alla nostra musica con la prospettiva del 21° secolo.

Domanda obbligatoria: siete sereni e ancora convinti riguardo alla decisione di sciogliere la band?
Mills
: Si, sapevamo che era la scelta giusta al tempo, eravamo sereni e consapevoli, e oggi ne siamo ancora più convinti.
Stipe: Ognuno di noi ha i suoi progetti. Abbiamo avuto una bella storia, che è finita quando eravamo ancora relativamente giovani. Ora abbiamo altri interessi, che ci permettono di esplorare la creatività da altri punti di vista.

Avete fatto un percorso particolare e personale anche dopo la fine del gruppo: solo Peter Buck ha pubblicato un disco solista, voi due no. Cosa possiamo aspettarci musicalmente in futuro?
Stipe
: Ogni tanto canto, per occasioni speciali, come qualche giorno fa alla Carnegie Hall di New York, per un concerto a favore di una organizzazione ambientale che sostiene l’adesione degli Stati Uniti agli accordi sul clima di Parigi. Ho appena finito di produrre il disco di Fischerspooner, che uscirà a febbraio, per cui ho anche scritto: è bello per me sentire la mia voce attraverso quella di qualcun altro. Ho altri progetti musicali, e continuo a lavorare nell’arte e nella fotografia. Mike, tu lo farai un disco solista?
Mills: Credo. Ho inciso un concerto per violino, archi e rock band. Ma prima o poi succederà.

 

Dall'archivio di Rockol - Mike Mills e Michael Stipe raccontano l'eredità del gruppo
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