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NEWS   |   Italia / 27/10/2017

Francesco Guccini, dopo quasi cinquant'anni il ritorno all''Ostaria delle dame': 'Qui ci si chiudeva dentro, fuori adesso c'è un'altra Bologna'

Francesco Guccini, dopo quasi cinquant'anni il ritorno all''Ostaria delle dame': 'Qui ci si chiudeva dentro, fuori adesso c'è un'altra Bologna'

E' visibilmente commosso, il Maestrone, seduto sul palco - che assomiglia più a una pedana da insegnante - dell'Osteria delle Dame, storico locale nel centro di Bologna che tra gli anni Settanta e Ottanta l'ha visto esibirsi più volte in un contesto estremamente intimo. L'occasione è la presentazione del disco dal vivo "L'ostaria delle dame", in uscita il prossimo 3 novembre, che raccoglie registrazioni di tre concerti tenuti negli anni Ottanta presso lo storico spazio bolognese.

"C'era tanta gente, molti non ci sono più, tanti amici ce ne sono andati prima del tempo", racconta lui: "Un mio amico mi ha detto: 'Che bello vedersi così in tanti, senza essere a un funerale. Perché allora eravamo tutti giovani, intorno ai trent'anni. E tutte le ragazze erano bellissime, come lo si può essere solo a vent'anni".

E racconta, Guccini. Della Bologna di una volta ("Dove c'erano locali aperti 24 ore su 24"), delle interminabili serate all'osteria, passate tra carte ("Le partite duravano fino a mattina, ma non ci siamo mai giocati nemmeno un caffé: giocavamo per il gusto di giocare"), del vino e, naturalmente, delle sue canzoni. "Qui ci si chiudeva dentro. Fuori, adesso, c'è un'altra Bologna", spiega lui, introducendo il live: "Grassini, il mio tecnico del suono, ha trovato delle registrazioni degli anni Ottanta, anche se i concerti, all'Ostaria, li facevo già negli anni Settanta, ma da solo, senza Flaco Biondini". Ma questa, precisa Guccini, non è la solita operazione sugli (e dagli archivi): "Questi nastri non sono un ritrovamento, ma sono 'freschi'", chiarisce lui, ricordando la spontaneità delle esibizioni finite nell'"Ostaria delle dame", "Flaco è bravo alla chitarra, più di me, tante volte mi veniva voglia di picchiarlo. Ci sono delle battute, nelle registrazioni. Si sentono degli scambi con Bonvi, che arrivava dopo aver bevuto non certo gazzose e limonate, e chiedeva le canzoni a modo suo. Quando voleva 'La locomotiva', per esempio, diceva 'ciuf ciuf'".

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L'Ostaria delle Dame, del resto, dopo decenni di inattività, tornerà ad aprire i battenti come spazio culturale e "casa della canzone d'autore italiana", sotto forma di associazione che si dedicherà all'organizzazione di mostre, incontri e altro. Ma lui, Guccini, che dice che di musica non ne ascolta più ("Anche se sentendo questi nastri mi sono divertito"), cosa pensa della canzone d'autore attuale? "Se non ascolto più musica, forse è per un senso di appagamento per quello che ho ascoltato allora, anche se appagarsi con la musica è impossibile. Adesso non esistono più le case discografiche: ci sono le multinazionali, tutto il sistema è cambiato. Il periodo storico della canzone d'autore è stato molto emozionante. Prima sono arrivati Paoli, Endrigo, Tenco e Jannacci, poi siamo arrivati io e De André: nel '64 ho scritto 'Auschwitz', e visti i recenti avvenimenti direi che la canzone ha ancora qualcosa da dire. Si parlava di campi di concentramento: io avevo solo ventisei anni, e quando l'ho registrata il fonico di studio mi ha detto che, nel caso avessi voluto continiare a fare questo lavoro, sarebbe stato bene pensare a cambiare genere. Allora inseguivamo canzoni diverse, che non avevamo inventato noi, certo: prima di noi ci sono stati gli chansonnier francesi, poi Bob Dylan. Le nostre erano diverse dalle normali canzonette, e noi ne eravamo consci. Adesso fanno i talent, è diverso: si è tornati al paroliere, al musicista, all'arrangiatore".

Possono essere forse i rapper gli epigoni odierni dei cantautori dell'età dell'oro? "Loro sono abbastanza interessanti", ammette Guccini, "Alcuni di loro hanno dei temi che mi dicono delle cose: le loro non sono le solite canzone d'amore, hanno dei testi interessanti, ma non è che li abbia ascoltati molto, quindi non sono ferrato sull'argomento. Dicono che sia poesia improvvisata, ma secondo me se la scrivono a casa. I cantastorie toscani, invece, improvvisavano davvero, in ottava rima. Ma non è vera poesia, è più che altro abilità mnemonica. I rapper, sotto questo aspetto, mi ricordano gli improvvisatori toscani".

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Nonostante la concorrenza degli MC, le canzoni dell'artista di Pavana reggono ancora benissimo alla prova degli anni, venendo apprezzate da un pubblico di tutte le età. Guccini, al proposito, non si nasconde: "A me fa piacere, ma quando si parla delle mie canzoni saltano fuori sempre le stesse, come 'L'avvelenata', 'Dio è morto', 'Cyrano', che tra l'altro non è nemmeno tutta mia, l'ho firnata con Giancarlo Bigazzi e Beppe Dati; invece ne ho scritte tante altre. Se piacciono ancora si vede che hanno ancora delle cose da dire. A prescindere, ovviamente, dal loro valore intrinseco, perché tecnicamente parlando 'Auschwitz', per esempio, è inferiore ad altre canzoni, come 'Amerigo': ma hanno una forza particolare".

Sempre in tema di canzoni, qualcuno in platea ricorda l'uscita imminente di "Nomadi", il brano scritto da Guccini ("Notate la fantasia nel titolo", scherza lui) incluso nel nuovo album della band di Beppe Carletti. Una canzone scritta in origine per Sanremo, che però non ha trovato la via dell'Ariston per volere dello stesso autore: "Non mi piaceva l'arrangiamento, era frivolo", ha motivato lui il suo veto, "Non andava bene per Sanremo, e sono contento che non ci sia andata. Del resto non credo sia piaciuta molto nemmeno a loro, dato che l'hanno messa nel disco ma non l'hanno mai suonata in giro". Ma ci si vede, Guccini, come autore sanremese? "Nella vita può succedere di tutto, non pongo freni alla provvidenza, non si sa mai", premette lui, ricordando la travagliata esperienza di "Una storia d'amore", brano scritto dallo stesso artista con la collaborazione di Mario Panzeri e Daniele Pace per il Festival e cantato da Caterina Caselli.

Irrevocabile, da parte dell'artista, è l'abbandono alle scene: "Cantare in pubblico è una fatica morale. E' come un esame da superare, tutte le volte", spiega Guccini, "Non suono più la chitarra, non ho più i calli sulle dita, faccio fatica con gli accordi. Qualche tempo fa ho ripreso in mano una chitarra e non sono più riuscito a fare un re. Adesso le mie chitarre sono lì in un angolo: ogni tanto le guardo, ma le lascio lì".

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"Citatemi una mia canzone politica", risponde lui quando gli chiedono che fine abbia fatto il "cantautore politico": "Quella era un'etichetta che davano. Le mie canzoni inseguivano il modello della canzone anarchica, tipo quelle di Pietro Gori. Come 'La locomotiva': è molto retorica perché si riferiva a quello stile. Se qualcuno mi considera un 'cantautore politico' la colpa è di voi giornalisti, che dovete sempre etichettare tutto. Le mie sono canzoni esistenziali. Perché la parola, per me, è sempre stata importante. Bisogna vedere cosa c'è, dietro le parole: l'etimologia, è questo che mi ha sempre interessato e incuriosito. La parola poetica vive in un certo modo se a contatto con altre. In una canzone mi sono definito 'burattinaio di parole' [in "Samantha", ndr], perché le muovo come i pupazzi in scena".

Guccini, da un po' di anni, vive nella "sua" Pavana, sull'appennino tosco-emiliano. Ci ha fatto il suo ultimo disco ("Registrato in un mese, adesso si usa così. Ed è meglio, rispetto a un tempo, quando ci si metteva sei mesi e alla fine non ne potevi più"), e si muove raramente. Nella "ritrovata" Ostaria delle Dame sarà coinvolto come socio onorario ("Al massimo ci tornerò a ballare", scherza), pur dubitando che si possa ricreare l'atmosfera che aveva conosciuto lui ormai qualche mezzo secolo fa ("Quando salta fuori una chitarra, subito la gente si raduna attorno: ancora oggi è così. All'epoca a fare la differenza erano gli studenti fuori sede dell'università, che vivevano la libertà dai vincoli familiari stando fuori tutta la notte. Oggi è tutto diverso, credo sia difficile ritrovare quell'atmosfera e il tipo di gente che c'era allora").  

"Da Pavana si vede un mondo diverso. Anche noi abbiamo gli extracomunitari, ma da noi sono integrati", racconta, in chiusura: "L'anno scorso dei marocchini hanno vinto la gara di briscola del paese: invece di farsi i segni si parlavano in arabo. Però il prosciutto che gli avevano offerto non l'hanno mangiato. Ogni anno muore qualcuno. Prima quelli degli anni Trenta, adesso è iniziato il turno degli ragazzi del Quaranta. Infatti è pieno di vedove, ché - si sa - le donne sono più longeve degli uomini. Ci sono dei cieli, da noi, quando le giornate son belle, che fanno venire in mente il Manzoni quando dice 'QUel cielo di Lombardia, così bello quando è bello', anche se adesso in Lombardia i cieli non sono più così azzurri. Le fontane buttano ancora acqua, anche se un pochino di meno, perché la siccità si è fatta sentire anche qui. Però adesso tornerà a piovere, con la stagione alle porte. Già. Arriverà l'inverno, purtroppo...".

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