La grande truffa elettronica di Bloody Beetroots: Rifo racconta “The great electronic swindle” - VIDEOINTERVISTA

La grande truffa elettronica di Bloody Beetroots: Rifo racconta “The great electronic swindle” - VIDEOINTERVISTA

A sentirlo parlare, giù dal palco e senza maschera, Simone Cogo non somiglia per niente a Sir Bob Cornelius Rifo, il DJ e produttore dietro al progetto Bloody Beetroots. Eppure l’uomo che parla in modo assennato del nuovo album “The great electronic swindle” è lo stesso che salta e corre come un pazzo nel video di “My name is thunder”, il pezzo inciso con i Jet che si rifà in modo spudorato allo stile degli AC/DC. In un mondo in cui solo gli over 40 considerano il vecchio hard rock un linguaggio potente, e anche in loro la certezza vacilla, Rifo ha messo assieme un disco basato su riff chitarristici anni ’70-’80 e sull’impatto di ritmiche monstre. Per suonarlo e cantarlo ha chiamato gente come Jay Buchanan dei Rival Sons, i Gallows, Eric Nally dei Foxy Shazam e il santone del rock alternativo anni ’90 Perry Farrell, quest’ultimo nel singolo “Pirates, punks & politics” che strizza l’occhio allo stile dei Rage Against the Machine. “Ho fatto un disco chiaramente ispirato al rock del passato” racconta Rifo, “però in chiave contemporanea”. In realtà l’album contiene anche elementi di electro-pop, rap, drum’n’bass e big beat, un po’ di kitsch come le parti vocali col talkbox e cori da stadio, che è poi il luogo a cui queste canzoni sono idealmente destinate.

La storia di “The great electronic swindle” inizia con una crisi. Alla fine del 2014 Rifo si scopre disilluso dal progetto Bloody Beetroots. “Aveva assunto una forma frivola, non riuscivo più a esprimermi”. Per un anno e mezzo Rifo gira il mondo come DJ. Partecipa ai festival e assiste, da spettatore, a molti concerti rock. “Erano band fighissime, ma non avevano il transiente della musica elettronica. Nel senso che non spingevano, che suonavano sgonfi. C’erano canzoni rock fighissime, ma senza palle”. E allora l’ha fatto lui, il disco con le palle. “Mi sono detto: e se provassi io a prendere gli elementi di quelle canzoni rock che mi piacciono e le sommassi a un ambiente subsonico più forte, cosa ne verrebbe fuori? L’ho fatto per arrivare alla pancia e avere la pienezza che oggi è importante. È un esperimento che ho replicato in quasi tutti i pezzi del disco: al posto di portare il rock verso l’elettronica, ho portato l’elettronica verso il rock. Ho preso il meglio del rock, secondo il mio gusto e la mia cultura, e l’ho reso… grosso. Con le palle”.

La copertina di “The great electronic swindle” è di Tanino Liberatore, un fatto a cui Rifo tiene particolarmente. Il titolo deriva da quello del film dei Sex Pistols “The great rock’n’roll swindle”, che Rifo vede come il simbolo della decadenza del punk. “Oggi stiamo esperienziando la stessa cosa con l’elettronica: è diventata popolare e priva di gusto. Quando funziona un singolo, se ne producono altri venti uguali e questo polverizza la qualità della musica, facendola cadere nel baratro della non-identità. Mancano gli artisti: dietro a una faccia c’è spesso un team. Mi è capitato di incontrare artisti elettronici ai festival. Avrei voluto scambiarci idee sulla musica, mi sono reso conto che erano persone vuote, che non avevano idea di cosa dire. Si limitano a girare i dischi, se li girano, che chissà quale produttore dà loro. E magari dietro c’è un ragazzino in uno studio che mettendo assieme i pezzi per quel nome famoso spera di emergere. A causa della velocità con cui viene prodotta, pubblicata e consumata, l’elettronica è diventata piatta”.

A Rifo le cose piatte non piacciono. Anzi, in musica ama timbri forti, marcati, carichi. “The great electronic swindle” ne è pieno. Ha uno stile gridato, è un ininterrotto bombardamento sonoro dai volumi folli, un contendente per nulla dispiaciuto al trionfo nella loudness war che caratterizza la musica digitale degli ultimi anni. Se lo ascolti con lo smartphone, ti spacca il telefono, scherza Rifo. “Mi sono guardato in giro e mi sono chiesto: c’è qualcuno che grida in modo contemporaneo o spetta a me farlo? Questo disco è fatto per essere ascoltato in cuffia e fare la sua porca figura. E infatti ero preoccupato quando ho ascoltato i test pressing del doppio vinile. Mentre appoggiavo la puntina me la sono vista brutta, mi sono detto: oh cazzo, adesso va tutto affanculo perché l’ho masterizzato troppo forte. E invece, dai, mi son salvato”.

Quasi tutte le canzoni di “The great electronic swindle” nascono da collaborazioni. Fra gli altri rocker contattati per l’album e con cui Rifo ha iniziato a lavorare ci sono anche Justin Hawkins dei Darkness e i Wolfmother. In passato, Bloody Beetroots ha collaborato persino con Paul McCartney. L’idea che un ragazzo nato nel ’77 a Bassano del Grappa potesse collaborare con un Beatle o col cantante dei Jane’s Addiction era considerata fino a pochi anni fa semplicemente impossibile. “E forse è questo il punto. Partire dall’idea che tu sia escluso solo perché italiano, beh, ti esclude. Forse riesco ad allacciare queste collaborazioni grazie all’empatia. Adoro il mio lavoro e adoro comunicare. Ad esempio, i testi dell’album sono dei cantanti che li interpretano, però sono frutto di lunghe chiacchierate. Non sono un paroliere, sono uno che sbaglia i congiuntivi, sono un disastro. Devo diventare amico dei cantanti, fare un po’ di festa assieme, diventare empatico con loro. Ecco perché, anche se poi i testi li scrivono loro, dentro al disco ci sono i miei ultimi quattro anni di vita, dalle storie d’amore a quando me ne sono andato via da Hollywood”.

Oggi Rifo vive fra Bassano e Los Angeles – posti con geografia simili, assicura – e lo si capisce dalla miscela di accento veneto ed espressioni inglesi italianizzate con cui si esprime. Dice che a casa sua, a Bassano, non è un eroe locale. “Ho ricevuto un’onorificenza dal sindaco, ma pochi mi riconoscono per strada, immagino per via della maschera che porto. Non credo che la gente parli di me. Sono più quelli che mi guardano e restano indecisi: sarà lui o non sarà lui? Perciò alla fine non mi rivolgono la parola. Meglio così: mi piace il basso profilo”. Non quando è sul palco. Quando parla del tour imminente promette “uno spettacolo matto, a tratti circense. Dieci anni di Bloody Beetroots, uno show di 85 minuti che non si ferma mai. Una bella bomba”.

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