Il death con tocchi prog, jazz, folk degli svedesi Opeth è personalissimo e inimitabile. Lo sappiamo bene qui all’Heavy metal pub, dove si beve alla loro salute, ma soprattutto si ascolta cosa la band ha da dire per descriversi e raccontarsi. Perché questi musicisti sono davvero dei personaggi, in particolare Mikael Åkerfeldt, che non lesina in battute – di buono e cattivo gusto! – e bravate.
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Non vedo il motivo di suonare in una band a senso unico, quando invece puoi fare tutto. Non sarebbe possibile per noi suonare solo death metal; quelle sono le nostre radicii, ma siamo un mix di tutto e non siamo puristi di alcuna forma musicale.
[Mikael Åkerfeldt]
Non abbiamo paura di sperimentare e di farci trovare con le braghe calate, per dirla in un altro modo. È questo che ci dà la forza di andare avanti.
[Mikael Åkerfeldt]
Non eseguiamo mai canzoni a richiesta. Lo faremo quando saremo un gruppo pop e allora… suoneremo “Sweet Home Alabama”
[Mikael Åkerfeldt]
Quando suoniamo live voglio che sia divertente perché divento nervoso. Sono nervoso quando salgo sul palco e le mie battute mi servono per calmarmi. E per qualche motivo tutti si rilassano. È come se dicendo qualcosa di sciocco sul palco cambiasse la dimensione dal vedere delle rockstar su un palco al vedere gente normale che suona, cosa che mi fa sentire molto più a mio agio.
[Mikael Åkerfeldt]
Come band abbiamo inciso molte canzoni… ma neppure una per andare in spiaggia, rilassarti e toccare le tette a una ragazza… penso sia quasi una vergogna questo fatto.
[Mikael Åkerfeldt]