Little Steven al Pistoia Blues: un viaggio lungo la storia del rock'n'roll americano

Little Steven al Pistoia Blues: un viaggio lungo la storia del rock'n'roll americano

“Ciao ragazzi, come stai? Stasera vi farò fare un giro attraverso la storia del rock and roll americano”. E in effetti a Pistoia, per l’unica tappa italiana del suo tour con i suo Disciples of Soul, Little Steven ha organizzato un viaggio in ventiquattro fermate: ha rispolverato buona parte della sua carriera solista, ha presentato l’ultimo e validissimo album “Soulfire” attraverso i brani scritti per altri artisti come Southside Johhny e ha riletto dagli Electric Flag e James Brown a  Chuck Berry, allargando i confini fino a Etta James e Howlin Wolf, in omaggio al Pistoia Blues che lo ospitava ieri sera.

Arrivato sul palco con quasi un’ora di ritardo rispetto al cartellone, si è presentato con una band muscolosa e molto affiatata: due chitarre, basso, batteria, percussioni, tre coriste, organo, tastiera, sezione fiati con due trombe, due sax e trombone. Sotto al palco sembrava di essere a un meeting di springsteeniani, e quando Mr Van Zandt si è affacciato durante l’introduzione del primo brano, il pubblico (meno numeroso di quanto la serata avrebbe meritato: 2.500 persone) lo ha accolto come un amico di famiglia.
Steve da parte sua è apparso fin da subito in ottima forma: bandana e gioiellame d’ordinanza, si è liberato presto del giaccone lungo fino alle caviglie, e si è speso tra microfono e chitarra, dimostrando di divertirsi molto nel ruolo di bandleader e di poter contare su una voce ancora forte ed efficace.

Il suo universo musicale anche ieri sera è stato quello di sempre: un grande incrocio tra rythm & blues, rock & roll, soul, con il sound del Jersey Shore a fare da protagonista. E naturalmente spesso nei suoi pezzi ritrovi frammenti di Springsteen, come è ovvio visto che i due hanno cominciato praticamente insieme ed è difficile attribuire univocamente la paternità di suoni e idee.

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L’apertura è affidata a due brani dell’ultimo disco: la title track “Soulfire”, e “Coming back”, ripescata dai tempi di Southside Johnny & the Asbury Jukes. Steve parla abbastanza spesso, introduce le canzoni al suo pubblico, e dopo aver rivisitato “Among the believers” dal suo album più politico, “Voice of America” del 1984, spiega: “Questo è un festival blues, giusto? E allora facciamone un po’ ”, impreziosendo “The blues is my business” di Etta James con uno strepitoso solo di chitarra. La band poco dopo si esalta su “Groovin’ is easy” degli Electric Flag, con grande spazio per le ottime coriste (purtroppo penalizzate da un audio non impeccabile e dal volume troppo alto) e per l’assolo di tromba.

Il suono pieno del Jersey ritorna subito dopo in “Love on the wrong side of town”, da “Men without women” del 1982, mentre con “Until the good is gone” Steve coinvolge la gente, facendola cantare con il solo aiuto delle percussioni. Dallo stesso lavoro ripesca anche “Angel eyes”, ma non prima di essere tornato al disco nuovo con “St Valentine’s Day”. Prima di “Standing in the line of fire” Little Steven dichiara l’omaggio a Ennio Morricone, in effetti evidentissimo nella bella introduzione affidata alle chitarre e soprattutto nella maestosa cavalcata centrale dei fiati, che dal vivo ha una resa magnifica.

Le coriste si dimenano durante “Salvation”, e subito dopo arriva “The city weeps tonight”, il pezzo preferito di Steve su “Soulfire”. Introducendo questa canzone, che doveva aprire il suo disco d’esordio, si lascia andare ai ricordi dei primi tempi nel mondo della musica, “quando non c’erano ancora avvocati, manager, o il music business, ma solo cinque persone in armonia”. Siamo al tredicesimo brano, e in pratica è la prima volta che la band solleva il piede dall’acceleratore fin qui quasi sempre a tavoletta, con un doo-wop che trasforma la piazza in una specie di ballroom anni ’50.

C’è spazio per un omaggio a James Brown con “Down and out in New York City”, con i fiati che si alternano al centro del palco per una serie di assoli (con l’aggiunta perfino del flauto traverso), e poco dopo anche per il reggae di “I am a patriot” , altro tassello antimilitarista di “Voice of America”, preceduta da un perentorio “Happy fourth of july!”.

Dopo la lunga “Killing floor”, perla di un altro maestro del blues come Howlin’ Wolf, il pubblico canta e batte le mani a tempo di mambo in “Bitter Fruit”.

È il momento di “Forever” , poi Steven saluta il pubblico e se ne va con la band. Ma è solo una pausa per riprendere fiato: c’è ancora tempo per quattro encore, ricominciando da Southside Johnny (“I don’t want to go home”), passando per “Walking by myself “di Jimmy Rogers con l’assolo di chitarra affidato all’ospite speciale, Rick Nielsen dei Cheap Trick.

La piazza si scuote ancora una volta su Chuck Berry e la sua “Bye bye Johnny”, prima che “Out of the darkness” mandi tutti a casa. Due ore e venti di concerto quasi sempre in pieno tiro, con un’energia evidentemente presa in prestito dal suo amico Bruce, che qualcuno sognava di veder spuntare dal retropalco vista la presenza in Europa al seguito della figlia cavallerizza, magari pronto a cantare “Independence day”.

Ovviamente il cameo del Boss invece è rimasto un sogno. Almeno per ora: perché proprio ieri è arrivato l’annuncio del ritorno in Italia il prossimo inverno, e allora qualcuno ricomincerà a sognare.

[Lorenzo Mei]

 

SCALETTA

Soulfire
I’m Coming Back
Among the Believers
The Blues Is My Business
Groovin' is easy
Love on the Wrong Side of Town
Until the Good Is Gone
Saint Valentine's Day
Angel Eyes
Standing in the Line of Fire
I Saw the Light
Salvation
The City Weeps Tonight
Down and Out in New York City
Princess of Little Italy
I Am a Patriot
Killing floor
Ride the Night Away
Bitter Fruit
Forever
I Don't Want to Go Home
Walking by myself
Bye Bye Johnny
Out of the Darkness

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