Nuovo album di inediti dopo sette anni per i Danzig di Glenn Danzig. Un parto durato tre anni in studio, che ci porta nove pezzi di rock-metal-blues sepolcrale, nel tentativo di ripescare l'attimo magico della band, quello che donò al mondi i primi tre album. Ma come è andata, questa volta?
Tre anni: è il tempo che Glenn Danzig ha impiegato ad assemblare questo album – le session hanno avuto inizio a febbraio del 2014 e, come intermezzo, ha pubblicato un orribile disco di cover (il disgraziatissimo “Skeletons” del 2015… la schiena trema ancora con un brivido, solo ripensando a quanto fu deludente e brutto, sì, proprio brutto). Tre anni sono tanti, soprattutto se si pensa che a parte Danzig e Tommy Victor (dei Prong, che si è occupato di chitarra e basso nelle registrazioni e che da tempo fa da spalla a Glenn), l’organico ha visto l’avvicendamento di ben quattro batteristi: Joey Castillo (Queens of the Stone Age), Johnny Kelly (ex-Type O Negative), Dick Verbeuren (Megadeth/ex-Soilwork) e Karl Rocket. Nomi altisonanti, ma solitamente non è mai un bel segnale quando un album vede troppi avvicendamenti di personale – il rischio è la frammentarietà e la disomogeneità è dietro l’angolo.