Tuniche, ottimismo e sinfonie pop: ecco il verbo dei Polyphonic Spree

Un coro gospel? Il cast di un musical neo hippie in stile “Hair”? Una congrega religiosa che si serve della musica per veicolare la parola di Dio? Al cospetto dei Polyphonic Spree, piccolo esercito di 25 anime 25 che sul palco si agita tra un mulinar di trombe e percussioni, strumenti acustici e aggeggi elettronici, è facile essere colti da stupore e disorientamento, oltre che da divertita sorpresa. Di sicuro la comune musicale di Dallas, capitanata da Tim DeLaughter, non assomiglia a nessuna altra entità in circolazione nei circuiti rock odierni. E batte tutti, Lambchop, compresi, per affollamento numerico e pura potenza di fuoco. “Il bello è che si tratta pure di un gruppo stabile, siamo più o meno gli stessi da quando abbiamo cominciato”, ci racconta DeLaughter al telefono da casa sua, mentre dice di rimirare alla finestra una di quelle giornate texane in cui non si trova una nuvola in cielo neanche a cercarla con la lente di ingrandimento. “Beh, a dire il vero qualche perdita lungo la strada c’è stata, qualcuno aveva figli a cui badare e la vita on the road è una ruota che ti schiaccia”. Anche lui, l’ex frontman dei Tripping Daisy, viaggia con moglie (Julie Doyle) e prole al seguito: “Julie è nel coro e fa anche le veci di manager, e noi di figli ne abbiamo tre. Hanno 5, 4 e 3 anni rispettivamente e viaggiano sempre in tournée insieme a noi. Hanno già girato il mondo ma la loro unica esperienza di vita, per ora, sono i Polyphonic Spree. La nostra band è come una grande famiglia, in tutto siamo in 33 a spostarci da un posto all’altro. Questo lavoro ci impegna ventiquattro ore al giorno, sette giorni a settimana. Gestiamo anche un’etichetta, e un negozio di dischi, abbiamo cercato di tener fede ai nostri ideali di partenza allargandoli quanto più possibile. E’ un’esperienza estrema, di sicuro, e ci vuole una gran tenacia anche perché in un certo senso tutto questo ti annulla come individuo. Ma abbiamo anche capito che è proprio in un contesto così fuori dal normale che riusciamo a dare il meglio”.
Il filo che tiene unita la variopinta masnada è la musica, naturalmente; sono le canzoni di DeLaughter, che l’autore chiama “sezioni” numerandole progressivamente secondo l’ordine in cui appaiono nei dischi (il secondo, “Together we’re heavy”, è uscito da poco nei negozi). “Fin dagli inizi”, spiega il visionario musicista texano, “ho cominciato a scrivere i miei pezzi come si trattasse di un’opera unica. Lo scopo, infatti, non era di fare un disco ma di avere del materiale da proporre sul palcoscenico. Quando si è trattato di pensare a uno sbocco discografico ho ritenuto giusto proseguire in questo modo, mi pareva il sistema migliore di dare una continuità al progetto. L’idea di fondo è di creare un suono, di documentare un processo evolutivo, un flusso di suoni e immagini di cui dischi e concerti sono altrettante testimonianze. Mi rendo conto che oggi la gente è molto occupata dalle faccende quotidiane, ma chi troverà il tempo di sedersi ad ascoltare il disco dall’inizio alla fine potrà comprendere meglio dove vogliamo arrivare: ‘Together we’re heavy’ racconta una bella storia a lieto fine. Come sempre, ho composto testi e musica improvvisando. Non sono uno che si siede a riflettere, piuttosto adotto un metodo simile al flusso di coscienza, e quel che mi esce spontaneamente da dentro è ciò che mi concentro a sviluppare. Fosse per me, alcune canzoni potrebbero andare avanti all’infinito…e alla fine il risultato è un concetto unitario, qualcosa che assomiglia a un’opera o a un musical”. O anche alle colonne sonore di un film disneyano, come alcuni critici hanno puntualizzato. Ricorda DeLaughter: “Quando avevo più o meno sei anni mia mamma mi comprava le fiabe sonore della Disney, erano la mia baby sitter quando lei usciva di casa per andare a lavorare. Ogni volta che mi ammalavo, e succedeva spesso, me ne restavo da solo ad ascoltarle. Mi piaceva quella maniera di raccontare storie, il modo in cui gli strumenti sinfonici venivano utilizzati per visualizzare delle situazioni, avendo a disposizione un disco e un libro al posto dello schermo. Un flauto per descrivere la corsa di una volpe nelle praterie, un’arpa per sottolineare il momento in cui il protagonista fa una magica scoperta e così via. Mi affascinava l’idea di incorporare in qualche modo la capacità evocativa della musica classica con l’urgenza del rock, di creare una combinazione avventurosa tra questi due mondi. Per questo nel gruppo ci sono tromba, trombone, flauto, corno francese, un’arpa classica, una sezione percussiva con timpani e campane tubolari…” Ma anche strumenti più inusuali come il theremin. Forse un rimando ai Beach Boys e a Brian Wilson ?“No, è stato Toby (Halbrooks), che inizialmente faceva parte del coro, ad avere l’idea. Non lo aveva mai suonato prima, se ne è procurato uno e ha finito per usarlo in un modo diverso dal solito, amalgamandolo con tutti gli altri strumenti della nostra orchestra. Era proprio quello che desideravo, i Beach Boys ne hanno fatto un uso interessante ma più limitato, più coloristico”. Anche le sue altre influenze musicali, racconta il ciarliero Tim, risalgono all’infanzia. “Oggi ho 39 anni, ma tutto ha avuto inizio quando ero molto piccolo, nei primi anni ’70. La musica di allora mi ha colpito in testa con la forza di una tonnellata di mattoni, e da quel momento ho capito che avrebbe sempre fatto parte della mia vita. Rimasi sconvolto dal pop sinfonico di allora, gruppi come i 5th Dimension, le canzoni di Jimmy Webb: musica intensamente spirituale che però non sposava nessuna religione specifica. Poi è arrivato il rock da stadio, e quella musica è stata schiacciata, si è imputridita. E’ lentamente scomparsa per non tornare mai più”. Almeno fino all’avvento dei Polyphonic Spree, per l’appunto. “Sì, stiamo cercando di creare un ibrido armonico tra pop, rock e musica sinfonica, col fine ultimo di raggiungere un suono che abbia una sua solidità. So che si tratta di una dichiarazione impegnativa, ma questo è il nostro obiettivo”.
Venendo meno alla sua formazione chitarristica, DeLaughter ha composto quasi tutto il nuovo disco al pianoforte: e si sente. “E’ capitato tutto per caso, non sono un pianista e si può dire che ho imparato a suonare lo strumento mentre scrivevo le canzoni. Non è un approccio ortodosso, come si vede, e forse è questo a renderlo più interessante. Suonando in modo così elementare, ho lasciato molto spazio a disposizione degli altri strumenti e dei contributi degli altri musicisti”. Il prodotto, secondo l’autore, è un disco dai toni, a tratti, insolitamente scuri e minacciosi. “So che a molti ha fatto l’effetto contrario, ma per me il primo album dei Polyphonic Spree (“The beginning stages of…”) è un disco molto malinconico. Ho pianto a lungo, in studio di registrazione, per me si è trattato di un’esperienza emotivamente molto coinvolgente. I testi parlavano di cose che mi toccavano profondamente, sono pieni di dolore per la perdita di Wes Berggren (partner nei Tripping Daisy, morto di overdose nel 1999). Ma alla fine ne è venuto fuori anche un disco pieno di ottimismo e di speranza”. La parola “hope”, speranza, campeggia anche sulla copertina del nuovo album, accanto alle foto del gruppo in marcia come si trattasse di una carovana biblica… “Sono un sostenitore convinto del concetto di speranza, ci gravito attorno fin da quando ero bambino”, dice DeLaughter. E quell’abbigliamento, quelle tuniche? Vanno prese sul serio, come un messaggio preciso, o piuttosto con un po’ di ironia? “E’ stata una delle prime cose che ho ideato, nel momento in cui ho cominciato a pensare ai Polyphonic Spree. Il movente principale era l’esigenza di confezionare una bella immagine per il gruppo, ma volevo anche trovare un elemento unificante tra tutti noi. Spiace dirlo, ma si continua ad essere giudicati per come ci si veste: tanto più in un business come quello della musica rock. Scegliere un abito uguale per tutti è anche un tentativo di deviare l’attenzione del pubblico sulla musica, piuttosto che sullo stile di abbigliamento di questo o quel musicista”.
Sembra un paradosso: antimodaioli per eccellenza, con quei richiami a epoche passate, i Polyphonic Spree sono adulati dai trend setter del mondo della pubblicità e da Hollywood (due loro canzoni appaiono nella colonna sonora di “Eternal sunshine of the spotless mind”, il “Se mi lasci ti cancello” con Jim Carrey e Kate Winslet). “La nostra è musica diversa dal solito e, soprattutto qui in America, non c’è il rischio di sentirla passare per radio. Al contrario, abbiamo molti fan nel mondo del cinema e della televisione: un po’ per l’immagine, forse, un po’ per il potere evocativo della musica, un po’ perché loro, a differenza di chi fa radio, sono in contatto con quel che succede intorno. Sono un fan di Michel Gondry (il regista di “Eternal sunshine”) e ammiro molto Jon Brion (l’autore della colonna sonora). Anch’io ho appena composto la mia prima soundtrack, per un film intitolato ‘Thumbsucker’ e diretto da Mike Mills (designer grafico e regista video ora nella scuderia di Francis Ford e Sofia Coppola); nel frattempo sto già lavorando a un secondo progetto cinematografico e a un documentario sulla storia dei Polyphonic Spree. Gli spot sono un altro veicolo di visibilità per il gruppo, ma non solo: io ho due Volkswagen in garage, un computer iMac e un iPod, quindici persone nel gruppo usano un iBook e dunque siamo consumatori convinti delle merci che abbiamo pubblicizzato. Sono prodotti coerenti con l’ambiente in cui i Polyphonic Spree si muovono. E espandere il raggio d’azione è un modo per lubrificare la band e tenerla in costante movimento”.
Ma che tattica adotta, DeLaughter, per amministrare un collettivo numeroso come il suo? Una dittatura illuminata, o che altro? “La definirei una democrazia retta da una leadership forte. Ho costruito l’intero gruppo sul concetto di improvvisazione perché volevo che tutti fossero responsabilizzati a decidere come e cosa suonare. Personalmente sono piuttosto ignorante in materia di teoria musicale, e dunque il mio modo di comunicare con gli altri musicisti del gruppo passa attraverso l’attribuzione a ciascuno del compito di scrivere e sviluppare le sue partiture strumentali: in questo modo assicuro a ciascun componente della band la sua fetta di potere, ne gratifico l’ego invitandolo a fare le sue scelte. Il mio compito è di istigare la loro creatività scrivendo canzoni, tutti gli altri contribuiscono con le idee che ritengono adatte di volta in volta. Cerco di stimolare le energie di chi suona insieme a me, e la maggior parte delle volte funziona. Ho sviluppato una certa sensibilità nei loro confronti, se una canzone non raccoglie adesioni, se non stimola contributi, sono pronto a scartarla. E’ strano: siamo persone poco coerenti, di carattere diversissimo e dai comportamenti a volte eccentrici, ma come gruppo funzioniamo alla grande! Non importa quanto siamo diversi se possiamo trovare un terreno comune, una connessione, un’idea che appassiona tutti quanti. E’ sorprendente perché ci siamo inciampati addosso, a questo metodo di lavoro, ma è esattamente quel che succede. Per questo ho intitolato il disco ‘Together we’re heavy’ ”.
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