Heavy metal pub – the mix: Judas Priest

Heavy metal pub – the mix: Judas Priest

Se fossero una birra, sarebbero l’equivalente di una classicissima bionda dal retrogusto amaro e forte, con una schiuma densa e profumata. Da bere rigorosamente alla spina, in boccali minimo da mezzo litro, brindando con gli amici di sempre. Un sapore a cui si torna sempre con gusto e piacere… esattamente come si fa con la loro musica. Judas Priest: vero metal da bere, sempre e comunque.

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Birmingham, 1970. Gli Earth sono diventati Black Sabbath e hanno appena pubblicato il loro primo leggendario album... ma sotto la cenere cova un altro incendio. Nella stessa città, nel cuore delle West Midlands britanniche, infatti, sta nascendo un’altra band destinata a incarnare in maniera quasi iconica il sound, il look e l’attitudine di ciò che sarebbe diventato l’heavy metal così come lo conosciamo. Signori e signore, ecco i Judas Priest.

Il  nome è di grande impatto (mutuato da un testo di Bob Dylan e “scippato” a una formazione locale appena sciolta) e la band fondata dai compagni di scuola K.K. Downing (chitarra) e Ian Hill (basso) – dopo l’inevitabile primo periodo di assestamento in salsa blues e blues rock – forgia ben presto un proprio suono basato su un hard rock potente e abrasivo, melodico al punto giusto; ma la vera botta, quella che accende il propulsore del successo, è rappresentata dall’arrivo, rispettivamente nel 1973 e 1974, del pirotecnico vocalist Rob Halford e del secondo chitarrista Glen Tipton... ed è subito rock’n’roll! Anzi, “Rocka rolla”: questo il titolo del primo album (proprio del 1974), seguito da “Sad wings of destiny” (1976) – due album che all’epoca passarono quasi inosservati agli occhi del pubblico più mainstream, ma che gettano solide basi (in particolare il secondo) per il grande salto verso il gotha del metal.

Con il look aggressivo tutto “chains and leather” – il guardaroba dei Priest è un misto fra abiti da biker e capi da club sadomaso, roba che non passa certo inosservata! – unito a quei riff a presa rapida e alla voce versatilissima di Halford, il gioco è fatto. Nel giro di otto anni la band si guadagna uno status gigantesco, praticamente leggendario, nel panorama del metal (e del rock) mondiale: lavori  come “Sin after sin”, “Stained class”, “Killing machine”, “British steel”, “Point of entry”, “Screaming for vengeance” e “Defenders of the faith” hanno la statura di classici imperdibili e immancabili nella discografia di qualunque appassionato del genere; ma sono anche ottimi dischi rock che non necessariamente hanno un appeal destinato ai soli amanti dell’heavy.

Come in tutte le storie che si rispettano, però, i momenti top non sono eterni e giungono irrimediabilmente anche i problemi: dopo qualche cambio di line-up e un paio di album più interlocutori (i commerciali “Turbo” e “Ram it down”, seguiti da “Painkiller”), il frontman Rob Halford decide di mollare la squadra nel 1991. Un fax di poche righe comunica la decisione ai colleghi – che faticano ad assorbire il colpo, tanto che i Judas Priest resteranno in stato di quiescenza per circa sei anni, per poi tornare in pista grazie all’energia del nuovo cantante Tim “Ripper” Owens. Da questa formazione “mark II” scaturiscono due album in studio e due live, lavori importanti per gridare al mondo che i Priest ci sono, sono vivi e vegeti e non mollano.

Nel frattempo Halford – nel 1998 – si rende protagonista di un gesto importantissimo, dichiarando apertamente la propria omosessualità: una sonora mazzata allo stereotipo metallico del machismo sessista... lui, il re del cuoio, delle borchie, degli ingressi sul palco a cavallo di una Harley, è gay e perfettamente a proprio agio. Una vera rivoluzione copernicana, che porta il metal a un nuovo livello di consapevolezza.

Fast forward al 2003, quando Halford rientra nella band per la gioia dei fan: è un nuovo capitolo della storia dei Judas Priest, che continuano – dimostrando un’energia inesauribile, nonostante i decenni di carriera e la defezione di K.K. Downing, che si ritira nel 2011 dopo oltre 40 anni di onorato servizio. Ma nulla è cambiato e loro sono ancora lì, al top.

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