Gianna Nannini: una figlia chiamata Penelope, storia di una bambina voluta

Gianna Nannini: una figlia chiamata Penelope, storia di una bambina voluta

Molto si parlò il 26 novembre 2010 quando l’allora 56enne Gianna Nannini partorì dando alla luce la figlia Penelope. Chiaramente il dibattito verteva esclusivamente sulla non più verde età della neomamma. Quella che normalmente è la novella più lieta che una donna può raccontare al mondo venne recepita come un qualcosa di bizzarro e, da quando la notizia dell’attesa fu pubblica, le opinioni e i pettegolezzi si moltiplicavano. Può essere cosa buona e lasciare la parola direttamente alla cantautrice senese che ha dedicato a quello che è uno dei capitoli (o, il capitolo) più felici della sua vita alcune pagine della sua autobiografia ”Cazzimiei” (Mondadori). La gioia di Gianna per il coronamento di un vero e proprio sogno venne da lei celebrato anche dedicando la copertina del suo diciassettesimo album ”Io e te” pubblicato qualche mese dopo il parto nel gennaio 2011.

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Queste sue parole possono aiutare a far capire il suo punto di vista a quanti hanno storto il naso alla notizia, della attesa prima e del concepimento poi, di Penelope: “Dare un figlio a questo mondo non è così facile. Allora cerco un’altra strada, quella della inseminazione artificiale. Non voglio un figlio a tutti i costi, ma desidero dare vita alla vita che mi è stata data, e voglio donare me stessa per la vita, perché credo nella vita, e penso che sarei una buona mamma. E soprattutto voglio che il mio utero perfetto dia alla luce un essere umano. L’utero me lo hanno fatto per quello, devo dargli quella possibilità. Ho le mestruazioni, vuol dire che posso farlo. Così me ne vado in un centro dove prendono anche le donne oltre i cinquant’anni, nel mio caso, all’anagrafe, cinquantaquattro. Mi fanno firmare un foglio con cui accetto il fatto che il rischio di morire è alto. Ne sono consapevole e firmo…loro non sanno che, in realtà, io sono dell’83! Dalle indagini di rito vien fuori che va tutto bene, sono una donna che ha le caratteristiche per restare incinta, e allora provo una, due, tre, e alla settima volta, finalmente, ci resto. Mi sembra di toccare il cielo con il cuore, ringrazio forze che dall’alto mi fanno questo regalo. Lo dico alla mia mamma, che quasi non ci crede, ma ha un sorriso che mi resterà addosso per sempre: sono l’unica femmina, e un figlio dalla figlia femmina fa più piacere. Vivo nell’idillio. Vado in tv con tutti gli ormoni a palla, eccomi da Fazio dove mi esibisco in un quattro mani con la mia insegnante di piano su “Meravigliosa creatura”. E poi piango per niente, perché con la vita dentro tutto ti emoziona di più. Nessuno sa niente, la mia voce è ai suoi massimi”.



Gianna è in paradiso, ma il paradiso forse non è per tutti. O forse alcuni se lo devono meritare più di altri, chissà. Così procede il suo racconto: “Arrivo all’undicesima settimana, e vado a X Factor, dove canto “Attimo”. Il giorno dopo ho l’ecografia, e non vedo l’ora. Mi sento bene, però c’è qualcosa di strano in me, qualcosa non va. La mattina dopo, dal ginecologo, scopro che il cuore del bambino che aspettavo si è fermato. Un tonfo! Un boato come se cadessi in un buco nero. ‘Ma dottore, non si può fare qualcosa?’ ‘ No, mi spiace, non c’è niente che si può fare’. Ecco, la possibilità, forse l’ultima, l’ho persa. E quando mi ricapita? In un’altra vita? Ancora? E’ un destino? Un destino che devo accettare. No, non succederà più, è meglio farsene una ragione. Abbattutta, distrutta, esco dall’ospedale. Mi hanno fatto un aborto terapeutico, si butta via la vita che non vuole venire al mondo. Vado a mangiare una brioche col cappuccino, mi è tornata una fame normale. Ho perso la partita più importante, la possibilità, quasi raggiunta, di diventare mamma. Il dottore mi riceve il giorno dopo, insiste che devo tentare ancora, dice che questo è stato un difetto cromosomico che il corpo non ricrea più, che ci devo riprovare. Ne sono poco convinta, credo di non crederci più, ma il dottore è stato così insistente che ci riproverò. In quei giorni poco dopo l’aborto, faccio ‘Amiche per l’Abruzzo’, e poi mi rimetto all’opera”.



Trascorre il 2009 e bussa alla porta un nuovo anno. Bussa alla porta il 2010. “Passano otto mesi e l’ultimo tentativo mi scatena degli attacchi d’asma insopportabili. Aspetto lo squillo del dottore che mi deve dare i risultati, la sentenza sta per arrivare. Bene, mi dico, questa volta, in ogni caso, è l’ultima. ‘Pronto? Mi dica’ ‘Signora, i valori sono al massimo. Stavolta sembra un gigante.’ Non ci credo, urlo, mi inginocchio, bacio il pavimento del mio studio, salto per aria. Godo negli occhi che guardano il cielo, mi sento attraversare da infuocate luci stellari di mondi sommersi esplosi in alto, una cascata di lucciole nel buio che mi circonda. Sono incinta. Da quel momento non sto chiusa in casa, cammino e faccio pilates tutti i giorni, vado in auto e vado anche a cantare il nuovo album, “Io e te”, a Londra, a Abbey Road. Sono tutte canzoni scritte prima di ricevere questa grande notizia. Rimando l’uscita di qualche mese, e mi ritiro nel podere vicino a Bettola, dove cerco un rifugio. Da quando è esplosa la pancia, e si è saputa la notizia, sono sempre circondata dai paparazzi. Ma io non leggo più i giornali: mi esaltano, mi massacrano, sono un caso. Cazzi loro. In studio non ho mai avuto una voce così potente. Bisognerebbe rimanere incinte a ogni disco”.



La gioia di Gianna è incontenibile e l’inutile chiacchiera monta come la panna montata: “Intanto i giornali si sbizzarriscono, continuano a parlare di me e i talk show vanno a nozze con la mia faccia. Io continuo a non cagarli, non me ne frega di niente, ma scrivo una lettera a Vanity Fair. Il numero esce, e sulla copertina ci sono la mia pancia e una maglietta con la scritta: GOD IS WOMAN. Ho detto forse qualcosa di non vero? E’ una maglietta che vendono nei negozi per donne ‘pregnant’ a Londra. Ma do fastidio, come ai tempi di “California”, e della cover scandalosa col vibratore, metafora della masturbazione di una fallocrazia fallita. Ma io penso solo a Lei adesso, la creatura che verrà e mi cresce dentro in questi mesi di attesa. E’ solo a lei che devo rendere conto. E così le scrivo… ‘Ciao Penelope, ti chiamerò così. Sei dentro di me, batti il tempo con la manina che mi saluta quando ti faccio l’ecografia. Tu rispondi col dito medio, ti dà noia la luce pulsante, farò l’indispensabile, non ti si riempirà di flash come fanno con me. Ganza, sei già ganza, ti imponi già nella pancia. Dirai la tua, sarai magari una rivoluzionaria, non a caso ti ho scelto il seme giusto. Sì, bisogna anche aspettarselo che mi chiederai del padre, e io ti dirò che alla fine conta l’amore, che se ti manca qualcosa che non c’è, è perché gli altri – che si sentono più normali – sono proprio per questo in difetto. Ma tu non sai che fatica ho fatto per farti nascere, sei contenta di star per venire al mondo? Il tuo sorriso mi dilata la pancia, e io mi sento strabordare d’amore. Ma che cos’era che amavo prima dell’amore?’.

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“L’amore. ‘Ricorda che a nessuno l’ho dato come a te’. Mentre scrivevo queste parole, che sarebbero diventate parte del testo di “Ninna nein”, Lei era già nata. Le ultime frasi le ho scritte col computer illacrimato, davanti al mio amico Gino Pacifico, sul battito della tastiera che era quello del cuore che batte dell’amore dato a nessuno come a Lei, come a te, Penelope. ‘Penelope, è vero’ le dico oggi, mentre ascoltiamo insieme “Ninna nein”. Quelle parole mi fanno piangere ancora come quando le ho scritte. Lei mi guarda e mi dà una carezza, chissà cos’ha capito, ma ha capito…sì, sicuramente ha capito più di me".

(Paolo Panzeri)

L’autobiografia “Cazzimiei” di Gianna Nannini è uscita sul mercato il 22 novembre 2016, la puoi acquistare nel mondadoristore cliccando qui


 

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