Calcutta, quando 2 euro fanno la differenza: il racconto dell'ultimo concerto del 'Mainstream tour'

Calcutta, quando 2 euro fanno la differenza: il racconto dell'ultimo concerto del 'Mainstream tour'

Fondamentalmente, Calcutta non ci ha capito niente. Il 21 dicembre 2015 s'è svegliato e ha beccato una sua canzone, "Cosa mi manchi a fare", in una delle radio più seguite d'Italia. Certo, il "fenomeno Calcutta" era già esploso in rete grazie alle considerevoli visualizzazioni macinate dai video dei suoi pezzi su YouTube, ma il fatto di essere passato da una radio "mainstream" lo ha in qualche modo catapultato fuori dalla sua nicchia e forse lui nemmeno se l'aspettava. È stato quasi uno shock: a 26 anni si è ritrovato buttato sul palcoscenico senza neanche accorgersene, di fronte a migliaia di persone pronte ad ascoltarlo, ad ascoltare le sue canzoni (perché chi non lo conosceva, nel frattempo, ha scoperto che oltre a quella "Cosa mi manchi a fare" c'era di più). Lui si è guardato intorno, sorpreso e spaesato, del tipo: "Ma io che ci faccio qui?". L'ha buttata sul cazzeggio: "Vabbé, se proprio devo vi faccio ascoltare qualche pezzo", ha detto, con l'aria di chi non si aspetta proprio niente e sa che questo successo potrebbe essere effimero, una condizione momentanea.

E alla fine ci ha preso gusto. Da quel palco non è voluto più scendere: il tour di supporto a "Mainstream", il suo nuovo album, uscito a dicembre del 2015 per l'etichetta indipendente Bomba Dischi e poi tornato nei negozi in edizione deluxe lo scorso giugno con distribuzione Sony, lo ha portato ad esibirsi in giro per i club italiani per oltre 100 date e ha chiuso nel weekend con una doppietta romana sold out. Edoardo D'Erme - questo il suo vero nome - è così, in bilico tra indie e "mainstream": ha l'atteggiamento tipico di chi se ne sbatte del successo e vive bene nella sua nicchia, ma al tempo stesso vuole arrivare a quanta più gente possibile con le sue canzoni. Flirtare anche con il "pop", quando capita: Takagi e Ketra, che in tempi recenti hanno messo mano a diversi successi italiani ("Roma-Bangkok", "Vorrei ma non posto"), hanno prodotto la sua "Oroscopo", trasformandola in una hit da disco d'oro. A chi lo critica di essere diventato "più commerciale" il cantautore di Latina dà una risposta netta: "Secondo me non ha più alcun senso parlare di 'commerciale' nel 2015".

Questo vago senso di indefinitezza tra "indie" e "pop" caratterizza anche i suoi concerti, per diverse ragioni. Il pubblico, anzitutto, non è esattamente quello che ti aspetti di trovare al concerto di un artista "indie": all'ultima data romana c'erano per lo più ragazzine sui 17-18 anni, quelle che postano sui social i loro selfie malinconici con le frasi delle canzoni di Calcutta, accompagnate dai rispettivi ragazzi. Lui arriva sul palco con indosso un felpone verde (e scarpe abbinate), berretto con visiera e pantaloni neri: direttamente dagli anni '90, verrebbe da dire. Ha l'atteggiamento del cantautore "indie": parla poco, non gli piace, e quando lo fa è solo per ringraziare il suo staff e i suoi musicisti. Preferisce lasciar parlare la sua musica, le sue canzoni. Mantiene un profilo bassissimo, ma viene inneggiato come un idolo dallo stesso pubblico a cui accennavamo poco sopra. Calcutta - e non capisci se ci fa o se ci è - rifugge dall'ostentazione. Addirittura, chiede scusa quando va a ripescare canzoni pubblicate prima del "boom" di "Cosa mi manchi a fare": "Il mio disco dura 27 minuti, non potevo suonare solo per 27 minuti. Quindi sono dovuto andare a riprendere canzoni che avevo fatto prima, scusatemi se non vi piacciono", dice.

Ma è soprattutto nelle sue canzoni che si gioca questo scontro tra "indie" e "mainstream": quelle di Calcutta sono canzoni che, nella maggior parte dei casi, hanno il mood e il cuore in minore dell'indie e la forma del pop. Esprimono spesso malinconia, solitudine e piccoli tormenti personali ("E quante volte ho pensato che alla fine il sorriso è una parentesi se vedi bene / Mi annoiavo alle feste, mi annoiavo alle cene"), ma lo fanno con la melodia e la semplicità delle canzoni pop: sono dirette, orecchiabili e immediate. Il concerto è tutto così, un'altalena che oscilla tra il sing-along e momenti più introversi: "Milano", "Frosinone", "Gaetano" e "Cosa mi manchi a fare" sono i pezzi che si collocano al polo più estremo del "pop", accolte dal pubblico come dei piccoli classici, mentre brani come "Pomezia" e "Amarena" sembrano riportare per certi versi Calcutta dentro il recinto dell'indie.

Quando è uscito "Mainstream", i puristi dell'indie hanno rivolto a Calcutta diverse critiche, via social, per il prezzo del disco: non i canonici 10 euro da artista indipendente, ma 12. Ecco, potremmo dire che l'essenza di Calcutta sta tutta in quei 2 euro: rappresentano simbolicamente il suo passo in avanti, una sorta di biglietto per provare a mettere un piede fuori dal recinto e vedere cosa c'è fuori, cosa c'è oltre. Una cosa del genere, nell'ultimo periodo, l'hanno fatta i Thegiornalisti di Tommaso Paradiso, che dopo un tour "Completamente sold out" nei club la prossima primavera approderanno addirittura nei palasport: Calcutta li segue (qualcuno ha scritto che i Thegiornalisti, Calcutta e I Cani vogliono "uccidere l'indie") e sembra essere proprio sulla buona strada. Se fossimo stati britannici, Calcutta sarebbe stata la "next big thing" da tenere d'occhio.

di Mattia Marzi

"Limonata"
"Frosinone"
"Cane"
"Fari"
"I dinosauri"
"Milano"
"Gaetano"
"Le barche"
"Dal Verme"
"Cosa mi manchi a fare"
"Un albero"
"Benedetta"
"Pomezia"
"Amarena"
"Del Verde"
"Senza asciugamano"
"Arbre Magique"
"Il tempo che resta"
"Mi piace andare al mare"
"Oroscopo"
"Natalios"
"Cosa mi manchi a fare" (versione acustica)

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