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Paolo Conte, ecco (finalmente) il nuovo disco

Paolo Conte, ecco (finalmente) il nuovo disco
Erano nove anni (da “Una faccia in prestito”, autunno 1995) che Paolo Conte non pubblicava un intero album di nuove canzoni. Erano usciti solo dischi live e antologie, oltre a “Razmataz” – progetto multimediale connesso a un musical, pubblicato su DVD – e ora finalmente sta per arrivare nei negozi, il 5 novembre, “Elegia”: 13 nuove canzoni prodotte da Renzo Fantini e distribuite su disco da Warner Music.

“Non sono stati anni di inattività” ha spiegato Conte, che abbiamo incontrato martedì sera, 2 novembre, in un ristorante milanese. “Sono stati riempiti dai molti concerti all’estero e in Italia, e dall’impresa avventurosa di ‘Razmataz’. Questo nuovo disco è nato dal desiderio di ricominciare a fare il mio mestiere di scrittore di musica e di parole. L’ispirazione non arriva a comando, ma se sollecitata può farsi viva; e strada facendo mi sono accorto che la voglia di scrivere non mi mancava, così che in realtà ho scritto parecchi nuovi brani, ben più dei tredici contenuti in ‘Elegia’; anzi, potrei dire di avere già un secondo disco quasi pronto”.
Scortato dal fido Fantini e accompagnato dall’affascinante consorte Egle, Paolo Conte ha parlato con piacere del suo nuovo lavoro, “nel quale si ritrova quel tanto di confessorio, mai esplicito, che può esserci nelle canzoni – canzoni nate in un clima molto sereno, dal piacere di scrivere con semplicità. Mi ritrovo sempre nel mio vecchio habitus mentale dei primi tempi, quando scrivevo per altri: ogni brano può essere diverso dall’altro, ma pretende sempre di essere la facciata A di un disco a 45 giri”.

E del titolo, “Elegia”, Conte spiega che è “un po’ letterario e un po’ musicale: mi pare un titolo nobile, che – dal vocabolario – rimanda al concetto di ‘composizione di stampo sentimentale’, ed è forse un titolo che preferisce non voler dire più che voler dire”.

L’ambiente conviviale non induce all’interrogatorio, così è l’ospite che divaga appena sollecitato dalle curiosità dei presenti: “Vediamo se siete preparati, se sapete quale canzone non è del tutto inedita.

Non lo sapete, eh? Ve lo dico io: la musica di ‘Frisco’ era già stata usata per la colonna sonora di un’opera teatrale ispirata a ‘On the road’ di Kerouac messa in scena dalla compagnia Il Magopovero di Asti”; “Non mi sembra di buon gusto approfittare dell’attualità, preferisco raccontare favole, che è l’unica strada seria che può scegliere questo mestiere”; “abbiamo suonato spesso il pianoforte a quattro mani perché elimina la batteria, e dà il piacere di sentire sfruttato tutto il pianoforte a tastiera piena”; “in concerto vorrei un po’ sparigliare le carte, cambiare la scaletta, ma sono vincolato dall’obbligo delle luci, che rende tutto un po’ troppo cameristico e organizzato, ti fa un po’ schiavo – benché non sia mai stato un corridore di palcoscenico, e sia stato sempre attaccato al pianoforte come a una zattera, nei prossimi concerti può darsi che qualche canzone la canti stando in piedi”; “leggo libri gialli, ascolto jazz arcaico e musica classica, fra i nuovi personaggi della scena italiana mi incuriosisce Davide Van De Sfroos”; e, sul finire della cena: “Non mi dispiacerebbe essere ancora in scena a novant’anni, come Charles Trenet”.


Ma il disco, che abbiamo ascoltato una volta prima di incontrare l’artista e che riascolto ora scrivendo, com’è? Da Paolo Conte non ci si può aspettare la rivoluzione, né forse l’evoluzione di una formula espressiva peculiare come la sua; il meglio che ci può dare è la precisazione, la politura stilistica, la sottrazione del superfluo, l’asciugatura. La voce è quella che conosciamo, a volte soffiata ed estenuata, a volte reboante come passata attraverso un megafono da fiera di paese, precisa nelle acciaccature, sempre suggestiva. E le canzoni del disco? C’è il jazz, certo (“Frisco”, col suo elenco di città scomparse paragonate a San Francisco “l’etrusca”); e c’è la Francia (“Molto lontano”, con quella sua fisarmonica così profumata di pastis); e c’è il Sudamerica (“Regno del tango”, col bandoneon che strappa e punteggia e rima con “illusion”); e c’è una nuova puntata, la quarta, della saga contiana più epica (“Nostalgia del Mocambo”, nel cui testo c’è la frase più struggente dell’intero disco: “si vede una coppia in silenzio che beve l’assenzio del tempo ladron”).

C’è il capolavoro? Chissà, è presto per dirlo, al secondo ascolto.

Le canzoni di Conte crescono nel tempo, resistendo e irrobustendosi attraverso l’usura degli anni e dei concerti. A me, al momento, piace soprattutto la meno apparentemente “contiana” delle canzoni di questo disco: la conclusiva “La vecchia giacca nuova”, petroliniana assai ma che mi rimanda irresistibilmente alle ancora poco conosciute e ancora molto misconosciute canzoni dei primissimi due dischi di Paolo Conte, entrambi intitolati col suo nome, usciti per la RCA nel 1974 e nel 1975. Intanto vale la pena di non privarsi del piacere di assaggiare questo “Elegia”; un album pieno di belle parole desuete e un poco polverose, così eleganti, dal gusto enigmistico (caligine friabile réclame pietra pomice sofà cretonne petomane manometri decalcomanie azalea.), pieno di belle musiche benissimo suonate da strumentisti di vaglia.


Parole e musiche che insieme fanno un mazzetto di canzoni ancora acerbe alle nostre orecchie, da ascoltare preferibilmente in certe domeniche pomeriggio un po’ umide d’autunno, foglie fradice in giardino e bicchierino di rosolio che lascia un tondo appiccicoso sul ripiano di vetro del tavolino vicino alla poltrona.
(fz)
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