Rabbia contro la macchina: la storia leggendaria dei Rage Against The Machine

Rabbia contro la macchina: la storia leggendaria dei Rage Against The Machine

Questa “leggenda rock” è un estratto da “Storia leggendaria della musica rock”, libro scritto da Riccardo Bertoncelli e Gianni Sibilla per Giunti Editore. Il volume ripercorre la storia dei grandi artisti attraverso episodi mitologici, aneddoti, storie: Rockol ne sceglie uno e lo pubblica ogni settimana, per gentile concessione dell’editore. In fondo alla leggenda, trovate una playlist con la musica del libro: buona lettura e buon ascolto!


Il DJ fa partire la canzone, poi torna a lavorare alla scaletta del programma del giorno dopo, senza fare troppo caso a quello che ha mandato in onda. In  fin dei conti, e` solo routine per Bruno Brookes. Il suo è uno dei nomi più noti della BBC, sta conducendo la classifica di quella settimana. Un lavoro facile normale, per un DJ di esperienza come lui: qualcuno sceglie le canzoni dalle più vendute, tu le lanci con poche parole. La gente ti ascolta, sei famoso. Ma appena hai presentato una canzone pensi già alla prossima o ad altro.


La canzone ha un titolo che non promette nulla di buono, pensa Bruno, e anche quello della band è minaccioso. Ma magari è l’unica volta che gli tocca passare quella roba. Quella settimana di fine febbraio del ’93 il disco è entrato nella Top 40 per la prima volta, al trentottesimo posto, e figuriamoci se un gruppo così salirà più in alto. Tocca farla ascoltare, quella canzone. Bruno se la trova in scaletta, la lancia. “Ecco a voi i Rage Against The Machine. Questa è Killing In The Name Of, dal loro disco di debutto”. La canzone parte con quattro schitarrate, un giro di basso e un riff contagioso, metallico. Poi entra la voce, prima un urlo, poi una serie di parole ben scandite: parlano di croci che bruciano come quelle del KKK, di morti che vengono giustificate come se nulla fosse, di “bianchi prescelti”.
Il redattore del programma, però, non si è accorto che ha scelto la versione sbagliata della canzone. Anche in regia sono tutti distratti, come Bruno, quando la canzone arriva verso la fine, quella che nella versione “radio”, quella che sarebbe dovuta andare in onda, non c’è, era stata tagliata. Quattro minuti di parole e invettive che stanno in rima e riecheggiano la carica e la protesta del rap più duro, anche se stanno su una base hard rock. Poi le rime del cantante diventano urla: “Vaffanculo, non farò quello che mi dici!”. Quel “Fuck you” si sente diciassette volte in trenta secondi. Seguito da un urlo finale: “Motherfuckeeeeeer”!


Bruno non ha neanche il tempo di accorgersi di quello che ha mandato in onda che i telefoni della BBC iniziano a suonare: centinaia di chiamate in pochi minuti. Il giorno dopo l’incidente è sui giornali: è la BBC, mica una radio pirata, quella. Brookes viene sospeso, e dopo qualche tempo se ne andrà dalla BBC, finendo a fare il DJ per radio e TV locali. I Rage Against The Machine hanno messo a segno uno dei loro colpi: vogliono combattere il sistema; ma dall’interno, portando il loro messaggio rivoluzionario proprio in posti come la BBC.
Quel 21 febbraio 1993 l’album eponimo dei Rage Against The Machine è uscito da quattro mesi e si è fatto notare subito anche per la copertina: un monaco buddhista che si dà fuoco. La foto è del 1963: venne scattata da Malcolm Browne per la Associated Press a Saigon e contribuì a fare pressione sull’Occidente nei confronti del governo vietnamita sulla repressione della religione buddhista.


I Rage Against The Machine arrivano dalla California, dalla città che solo un anno prima, il 31 marzo del ’92, si è sollevata per protestare contro il pestaggio di un tassista nero, Rodney King, da parte della polizia bianca. Quella città non è la radical-chic San Francisco ma la radicale e basta Los Angeles. E loro sono l’incarnazione del radicalismo, anche se mirano ad andare oltre i soliti circuiti dell’autogestione. La loro rabbia contro la macchina è letterale: uniscono l’hip hop all’hard rock ma sui dischi si vantano che tutti i suoni del disco “sono fatti da chitarra, basso e batteria”, compresi quelli incredibili della 6 corde di Tom Morello, che sembrano campionati tanto sono funambolici e diversi da tutto ciò che si è sentito fare dallo strumento no a quel momento.
Andare a urlare diciassette volte “Fuck you, non farò quello che volete” alla BBC fa parte di quel piano. Un piano che per qualche anno riesce alla perfezione: nel ’96 il loro secondo disco entra direttamente al primo posto in classifica. E senza spostare di un millimetro il tiro delle loro canzoni: il fucile è sempre puntato contro le ingiustizie, contro il conformismo e quella società capitalista che loro hanno deciso di combattere dall’interno. Nel ’97 aprono per gli U2 nel loro tour più gigantesco, il Pop Mart, devolvendo gli incassi a un’associazione zapatista. Nel 2000 riescono a far chiudere la Borsa di Wall Street per poterci girare un videoclip con il regista Michael Moore.


La macchina però si rompe proprio per quella rabbia. Una rabbia che a un certo punto collassa verso l’interno della banda, consumando un membro più degli altri e le sue aspirazioni. Zack De La Rocha, origini messicane ed europee, lascerà il gruppo nel 2000, dopo anni di liti con il resto della band, accusata di essere troppo debole, di essersi piegata alle logiche del capitalismo e dell’industria. Il suo addio, più che la ne di una rock band degli anni ’90, sembra un ciclostile di un’assemblea degli anni ’70: “Il nostro processo decisionale è completamente fallito. Non è più l’unione di noi quattro, intesi collettivamente come band. Abbiamo indebolito il nostro ideale politico e artistico”.

 

 

 

 

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