La vita dopo il grunge: la storia dello scontro leggendario tra Pearl Jam e Ticketmaster

La vita dopo il grunge: la storia dello scontro leggendario tra Pearl Jam e Ticketmaster

Questa “leggenda rock” è un estratto da “Storia leggendaria della musica rock”, libro scritto da Riccardo Bertoncelli e Gianni Sibilla per Giunti Editore. Il volume ripercorre la storia dei grandi artisti attraverso episodi mitologici, aneddoti, storie: Rockol ne sceglie uno e lo pubblica ogni settimana, per gentile concessione dell’editore. In fondo alla leggenda, trovate una playlist con la musica del libro: buona lettura e buon ascolto!


Casper nel Wyoming e Las Cruces nel New Mexico sono gli ultimi posti in cui ti aspetti di veder suonare una delle rock band più popolari del pianeta. Eppure, nell’estate del ’95, è fin lì che devono arrivare i fan dei Pearl Jam, una band che ha venduto milioni di dischi e la cui fama rivaleggia con quella dei concittadini Nirvana. I Pearl Jam sono l’altra faccia del grunge ma hanno scelto una via opposta rispetto all’autodistruzione di Cobain. Soprattutto ora che Kurt non c’è più, loro vogliono lottare. Non vogliono rimanere incastrati e schiacciati dal sistema. Solo che questa volta il nemico è così potente che li ha costretti quasi in esilio, nella periferia del rock. Il nemico si chiama Ticketmaster.
I Pearl Jam si sono formati nel 1990 dalle ceneri dei Mother Love Bone, una delle glorie locali di Seattle. Una gloria per pochi però, finita bruscamente con la morte per overdose del cantante Andrew Wood. Per andare avanti Jeff Ament e Stone Gossard hanno cambiato nome e chiamato un nuovo chitarrista, Mike McCready. Ma soprattutto hanno reclutato un giovane cantante di Chicago cresciuto a San Diego, Eddie Vedder, che gli ha mandato un demo con i loro strumentali cantati con voce potente e sensibilità incredibile. Con quella nuova formazione hanno pub-blicato il loro primo disco alla ne dell’estate del ’91, TEN.
All’inizio in pochi hanno dato ascolto a quell’hard rock un po’ acido, a quelle storie un po’ disperate che parlano di rimanere vivi e di bambini come Jeremy che si sparano in classe perché non vengono capiti. Ma quando esplode il grunge, TEN vola dritto in classifica, arrivando nella Top 10 a marzo, continuando poi a vendere milioni di copie. Già per il disco successivo, VS., hanno fatto scelte controcorrente: un suono più aggressivo e nessun video promozionale. Hanno detto loro che è un suicidio, visto quanto la rotazione di MTV dei clip di Jeremy e Alive hanno contribuito al successo del precedente. Ma i Pearl Jam non si ferma- no lì: decidono di intraprendere una battaglia contro Ticketmaster, un’agenzia che distribuisce la vendita di biglietti di concerti, che recentemente ha comprato il suo rivale Ticketron e che di fatto ha il monopolio del mercato.
Il primo segnale che qualcosa non funziona in quel sistema arriva nel ’92: i Pearl Jam vogliono organizzare un concerto gratuito nella loro Seattle per la fine di settembre. Sono disposti a sostenere di tasca propria i costi, oltre centomila dollari. Ma la città richiede comunque che sia a numero chiuso: trentamila persone con un biglietto, anche se gratuito. Ticketmaster si rifiuta di distribuire i biglietti gratuiti per meno di un dollaro e mezzo a persona.
Per il tour che segue VS. i Pearl Jam decidono di imporre un prezzo politico: non più di diciotto dollari a tagliando. Ma Ticketmaster si oppone, alzando il prezzo delle tariffe, e rincara la dose: se non volete, andate a suonare da un’altra parte, dicono alla band. Perché i locali storici di mezza America hanno un’esclusiva con loro e loro possono chiedere anche cinque o sei dollari per ogni biglietto venduto. “Potremmo vendere i nostri biglietti a cinquanta dollari ma non ci interessa: i nostri fan non hanno tutti quei soldi”, dichiarano i Pearl Jam. E fanno causa al gigante. Devono annullare buona parte del tour del ’94, e nel ’95 per i loro concerti devono prenotare posti lontani dalle grinfie di Ticketmaster: prati, campi da calcio, piazze d’armi, rinunciando a teatri e palazzetti.
Intanto la causa va avanti e arriva al Congresso degli Stati Uniti, dove i membri della band si presentano a testimoniare. Ma alla fine del ’95 la battaglia è persa su ogni fronte. “Venire attaccati da una rock band di superstar è come venire accusati di prendere a calci il proprio cane”, dichiarerà tron o il rappresentante di Ticketmaster, quando la corte darà loro ragione.

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“I fought the law, and the law won”, avrebbero cantato i Clash, uno dei miti della band: con gli anni, i Pearl Jam torneranno a collaborare con Ticketmaster, torneranno a suonare in posti come il Madison Square Garden di New York o il Wrigley Field, lo stadio dei Chicago Cubs, la squadra del cuore di Vedder. Ma sono battaglie come quelle contro Ticketmaster o contro l’invadenza di MTV che li renderanno uno dei simboli dello spirito rock.
Continueranno a fare le cose a modo loro, scegliendo meglio le loro battaglie. Nel ’98 tornano a fare videoclip ma senza comparire di persona: reclutano il fumettista Todd McFarlane per Do The Evolution, che non è neanche il singolo di YELD. Nel 2000 decideranno di pubblicare ogni concerto in CD, come “bootleg ufficiale”, per la gioia dei fan e lo sconforto di chi lucra sulle registrazioni illegali: arriveranno a venderne milioni di copie, anticipando una moda che con la musica digitale dilagherà a macchia d’olio. L’unico concerto che non pubblicheranno è quello del 30 giugno: a Roskilde: mentre loro suonano, muoiono nove persone, travolte dalla calca. Quasi si scioglieranno, dopo quella tragedia. Ma elaboreranno il lutto scrivendo e dedicando a quei ragazzi una delle loro canzoni più intense, Love Boat Captain.
I Pearl Jam lottano e sopravvivono sempre. Sopravviveranno alla fine del rock degli anni ’90, ritagliandosi uno spazio tutto loro fatto di credibilità, buona musica e coerenza. Più di vent’anni dopo quell’infausta estate del ’95 e più di quindici dopo quella del 2000, i Pearl sono ancora “Alive” e riempiono gli stadi, tenendo alta la bandiera del rock anche quando non è più di moda.

 

 

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