Salvini, il Trump italiano che fa arrabbiare i cantanti: dopo Rovazzi scende in campo anche Vasco

Salvini, il Trump italiano che fa arrabbiare i cantanti: dopo Rovazzi scende in campo anche Vasco

La storia è vecchia quanto lo sono le relazioni (pericolose) tra musica e politica: un politico sceglie una canzone dal messaggio "forte" (naturalmente fraintendolo pro domo sua) e lo usa ai suoi comizi, senza ovviamente metterne al corrente l'autore. Fece storia, al proposito, il caso di Ronald Reagan, che sfruttò la polemica "Born in the USA" di Bruce Springsteen per sostenere una delle campagne più repubblicane che la storia statunitense recente ricordi. Negli ultimi mesi, sempre oltreoceano, il nemico pubblico numero uno della comunità musicale a stelle e strisce (e non solo) è senza dubbio Donald Trump: il tycoon prestato alla politica, durante la sua campagna, è stato capace di indispettire - sempre per l'utilizzo non autorizzato di brani durante i comizi - Queen, Neil Young, Rolling Stones, Everlast e Adele, che non hanno mancato di far fioccare diffide per togliersi dalla colonna sonora della sua maratona elettorale.

Dalle nostre parti la storia è molto meno ricca di casi, ma l'evoluzione nella comunicazione elettorale - al proposito - da un po' di tempo sta vedendo l'europarlamentare e segretario leghista Matteo Salvini tenere banco.

Se Fabio Rovazzi, quando venne a sapere dell'utilizzo del suo tormentone "Andiamo a comandare" da parte del leader del Carroccio, la prese tutto sommato con filosofia, postando un laconico "Credevo di aver visto tutto nella vita... mi sbagliavo" seguito da un sarcatisco "E' stato bello... addio", il rocker di Zocca, che per piglio ed età è distante anni luce dallo youtuber meneghino, ha reagito in tutt'altro modo.

Già, perché Salvini, da qualche tempo a questa parte (l'ultima volta è successo solo il passato weekend, in occasione del tradizionale raduno a Pontida), sta usando il superclassico di Vasco Rossi "C'è chi dice no" per rendere esplicito al suo elettorato l'indicazione in merito al referendum sulle riforme costituzionali che verrà convocato per il prossimo autunno. Il cantante, pur non esprimendo pareri relativi alla consultazione né citando direttamente il numero uno del Carroccio, si è dissociato "dalla facile strumentalizzazione a scopo politico, in questo periodo, della mia canzone 'C’è chi dice no'", intimando: "la propaganda politica stia alla larga dalle mie canzoni".

E non è la prima volta che Salvini "scippa" una canzone senza il consenso dell'autore: qualche tempo fa il segretario leghista utilizzò per dei comizi al sud "Jamme jà", brano che Nino D'Angelo presentò con Maria Nazionale al festival di Sanremo del 2010. L'ex casco d'oro, pur condannando lo sfruttamento non autorizzato, sui social preferì sdrammatizzare, commentando su Facebook: "Per una vita hanno detto ‘Roma ladrona’, ma un po’ ladroni sono pure loro".

Leggi anche: Trump e gli Aerosmith, la Merkel e gli Stones, Saddam e Whitney Houston, Salvini e Nino D'Angelo: quando la politica 'scippa' le canzoni (a insaputa degli artisti)

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