L’estate sta finendo, è tempo di Type O Negative

ovvero: un pretesto stagionale per ricordare un personaggio ormai caduto in un brutto dimenticatoio

L’estate sta finendo, la nostalgia agrodolce in stile Righeira anni Ottanta ci attanaglia (il potere delle tremende canzonette-tormentone è tragicamente immenso, nel segnare menti e ricordi). E l’autunno è dietro l’angolo. Proprio questo è l’aggancio per virare il discorso – e bruscamente, tirando in pratica il freno a mano – verso un argomento che ormai da più di un lustro sembra essere stato dimenticato: Peter Steele alias Petrus Thomas Ratajczyk (questo il suo vero nome), re delle atmosfere crepuscolari, dell’autunno mortifero e malinconico perenne. 

Stiamo parlando del leader, deus ex machina, principale compositore e anima dei Type O Negative (e dei Carnivore prima), band che per una manciata di anni – nei Novanta – è stata sul metaforico tetto del mondo, con il suo metal gotico striato di pop e psichedelia: i video su MTV, la stampa che impazziva, il famoso paginone centrale di “Playgirl” che tanto fece scandalo e tanta pubblicità portò a Peter (chi volesse approfondire, sappia che l’argomento include uno Steele molto poco vestito e con la sua virilità, eretta, stretta in una delle sue gigantesche mani), i live con i fan e le fan adoranti…

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Ancora oggi, rispettivamente a 23 e 20 anni dalla loro uscita, “Bloody Kisses” e “October Rust” sono due pietre miliari del metal, così come del rock: due album che in ambito di certo metallo contemporaneo ridefinirono generi, estetica, immaginario (da lì a qualche annetto sarebbe arrivato il ciclone nu-metal, con il suo atteggiamento taurino e muscolare, da rissa fra tamarri al centro commerciale, il sabato pomeriggio). Eppure Peter Steele, nonostante la sua band abbia dato uno scossone notevolissimo al panorama metallico e abbia raccolto enormi favore per un lustro circa, pare essere ormai caduto nel dimenticatoio. È piuttosto raro vedere articoli o monografie dedicate a questo gigante newyorchese, di origini polacche, alto oltre due metri, con mani e piedi da colosso, sguardo d’acciaio, chioma corvina – una presenza imponente, inquietante. Il motivo non è, in effetti, difficile da immaginare: la negatività e l’aura oscura che lo hanno sempre circondato hanno avuto la meglio su quanto di grandioso ha fatto. Perché un principe del lato oscuro può restare tale solo finché ha abbastanza energie, fortuna e forza per reggere la parte… quando fato, abusi e mazzate della vita divengono troppo pesanti da reggere, quel ruolo ti consuma e reclama la tua vita: ti fa pagare il conto. Salatissimo.

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La discesa nel baratro della cocaina, dell’alcolismo e della depressione quasi patologica è costata a Peter una carriera che era avviata verso il top, ed è invece finita per incrociare la strada del carcere, della comunità, del trattamento sanitario obbligatorio e dell’abbandono a una fede ritrovata ma non in grado di fornirgli un appiglio decisivo. Certo, la qualità della sua proposta musicale non è mai stata meno che eccellente, ma purtroppo – a partire da “World Coming Down” in poi (ossia “Life Is Killing Me” e “Dead Again”) l’oscurità ha vinto, facendogli creare lavori sempre più intrisi di tragedia e cupezza, ma privandolo di quella scintilla vitale folle e selvaggia che l’aveva reso protagonista dei due capolavori già citati. Una discesa inarrestabile, fino all’epilogo improvviso, ma inevitabile: il 14 aprile del 2010 Peter è morto – inizialmente si cedeva a causa di un aneurisma aortico, in realtà per  setticemia – ponendo fine a tutto. Aveva 48 anni.

Quello che ci ha lasciato è un corpus di sette album in studio coi Type O Negative e due con la sua precedente (seminale, direbbe qualcuno) band – i terrificanti Carnivore (resuscitati peraltro poco prima della dipartita di Peter). I suoi testi controversi, a volte provocatori, lo hanno spesso reso bersaglio di accuse di razzismo e sessismo. Ma il suo pensiero era decisamente poco ingabbiabile in semplici schemi; anzi, la provocazione era sostanzialmente il motivo unico di certe sue boutade che erano in pratica “oggetti di scena”, a cui non ha mai dato seguito all’atto pratico - dimostrandosi invece persona amabile, cordiale, gentile e insicura.
Di questi dischi, come già accennato, almeno due sono la quintessenza del metal moderno, striato di pop sepolcrale e gothic rock, due veri capolavori in grado di sfondare il muro dei generi, trascendendo il girone dell’heavy duro e puro, con ampia risonanza in fasce di pubblico avvezze ad altre sonorità. E – incidentalmente – si tratta di due dischi che ben incarnano l’atmosfera autunnale (per chiudere il cerchio) incombente. Quindi godetevi le ultime giornate in piscina e gli ultimi weekend al mare. Poi sarà ora di “October Rust” e “Bloody Kisses”. Che, immancabilmente, vi segneranno a ogni ascolto.

[a.v.]

 

Per saperne di più:

Type O Negative, “Bloody Kisses”, Roadrunner CD

Type O Negative, “October Rust”, Roadrunner CD

fortheloveofpetesteele.blogspot.it (il blog gestito dalla famiglia di Peter – fermo dal 2013)

“Soul On Fire” di Jeff Wagner, Tsunami Edizioni, libro

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