Veggie music machine: artisti vegetariani/vegani, benaltrismo e rivoluzione

Veggie music machine: artisti vegetariani/vegani, benaltrismo e rivoluzione

Il tema dei diritti degli animali e, più nel particolare, del messaggio a favore di un’alimentazione vegetariana e/o vegana trova da tempo uno spazio crescente in campo musicale. Senza andare a impelagarsi in analisi di fenomeni più di nicchia – come lo straight edge o l’hardline – il numero di musicisti (star internazionali e non) che abbraccia questo tipo di stile di vita è piuttosto elevato. Anzi, molti lettori saranno sorpresi nello scoprire che alcuni non mangiano carne, e magari neppure alcun derivato animale, visto che non tutti ne fanno una bandiera o un tema di cui discutere o su cui sensibilizzare i propri ascoltatori.

L’impressione è che quanto sopra costituisca sostanzialmente una discriminante non di poco conto. Chi parla apertamente e magari con una certa frequenza delle proprie scelte in questo senso, infatti, spesso viene percepito – almeno dai non vegetariani o vegani –  come uno/a che predica e rompe le scatole. O, peggio, come qualcuno che non ha niente di meglio a cui pensare, perché “i problemi sono ben altri” (e via di benaltrismo, che fa sempre bene, disimpegna elegantemente e fa sentire più social media chic).

Concordo sul fatto che alcuni, come ad esempio – esempio principe ed estremo, se vogliamo – Morrissey, vadano giù piattissimi e in maniera così intransigente da suscitare per forza una polarizzazione delle opinioni. E non escludo che sia una strategia di comunicazione voluta e sviluppata in maniera conscia: del resto, come lo stereotipo insegna, l’importante è che si parli di un argomento, nel bene o nel male – se ciò accade, la missione del comunicatore è andata a buon fine.

Altri, invece, scelgono un profilo più basso, accennando qua e là alle proprie convinzioni e spesso facendo la figura – agli occhi dei detrattori del lifestlye cruelty free – dei viziati o magari dei modaioli (si sa, ora tutto ciò è percepito come fashion – complice un effettivo interesse da parte dei media… ma non dimentichiamo che il fatto che un argomento venga preso di mira e sfruttato dai media non significa che sia falso, finto o destinato a evaporare come le mode passeggere più volatili).

Il punto è che, comunque la si voglia leggere, questa tipologia di messaggio – che venga veicolato in maniera hardcore oppure più soffusa – è comunque positiva, anche se indigesta e fastidiosa per chi non vuole saperne di abbandonare abitudini ben radicate, giustificate da gusto, consuetudine e, a volte, anche da semplice pressione sociale (se non mangi animali e/o derivati animali spessissimo la prima domanda che viene posta è: “Sei allergico? Hai intolleranze? Hai problemi di salute?” – l’idea che lo si faccia per motivi etici non da tutti è contemplata). Inoltre, se vogliamo bypassare il periglioso terreno etico, resta sempre l’argomentazione legata al puro e semplice benessere: nessuno dice che non si possa fare, ma andare avanti a bistecche, wurstel, polli arrosto, salamele, affettati, grigliate, cotolette impanate etc. non è esattamente consigliato da un fronte compatto ed esteso di nutrizionisti. Al limite consigliano la varietà – un modo come un altro per dire che mangiare (o bullarsi di mangiare) solo carne/pesce/latticini non è una cosa salutare.

Quindi? Quindi ben vengano il rock e il pop che veicolano messaggi etici. Siano essi di natura umanitaria, economica, sociale e – sì – animalista. Del resto, come diceva quel poeta di Bob Mould, la rivoluzione inizia ogni mattina a casa, davanti allo specchio, per cui i nostri gesti quotidiani contano. Anche la scelta di alimentarsi e /o vivere in maniera cruelty free. La musica è entertainment e svago, ma non è SOLO questo. Mal che vada, c’è sempre la possibilità di ascoltare i pezzi senza badare ai testi. Oppure di ascoltare altri artisti – ammesso e non concesso che questo sia un buon motivo per fare una delle due cose.

[a.v.]

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