Laura Pausini, il dito medio, “quello stronzo”... Ma non sarebbe più semplice tirar fuori i numeri?

Laura Pausini, il dito medio, “quello stronzo”... Ma non sarebbe più semplice tirar fuori i numeri?

Torno in ufficio dopo una giornata di trasferta – a Verona per i Wind Music Awards: ne riferirò in un altro articolo – e scopro che la notizia che ha tenuto banco da ieri pomeriggio a stamattina (più di duecento notizie pubblicate sul web) è che Laura Pausini, domenica sera all’inizio del suo secondo concerto allo Stadio di San Siro, ha fatto il gesto del dito medio “a quello stronzo che ha scritto che stasera non c’era nessuno”.
A San Siro non c’ero, non ho visto il gesto del dito medio, non ho sentito la frase della Pausini, non ho letto quello che ha o avrebbe scritto l’incriminato, quindi non posso parlare da testimone oculare (cosa che sempre preferisco quando tratto un argomento qualsiasi).
Sembra che il destinatario dell’invettiva sia un giornalista, e mi dicono che non sia quello che molti hanno pensato (cioè Michele Monina) ma un altro (cioè Andrea Spinelli). Relata refero, perché io, come ho già detto, non ho letto niente personalmente: ma il punto non è, secondo me, chi sia “lo stronzo”. E vado a spiegarmi.
Qualche settimana or sono, quando scrissi della polemica riguardante Elisa, sua nonna e Paolo Madeddu, qualcuno – commentando su Facebook – ricordò che decenni or sono Francesco Guccini utilizzò un verso di una sua canzone, “L’avvelenata”, per rispondere per le rime a Riccardo Bertoncelli, che in una sua recensione dell’album “Stanze di vita quotidiana” era stato piuttosto critico; e lo tacciò di “sparare cazzate” (qui il testo completo della canzone).
Tutto vero, anche se erano davvero altri tempi (e a quei tempi anche Antonello Venditti dedicò un’intera canzone, piuttosto polemica, a un altro critico musicale, Enzo Caffarelli, reo di aver scritto una recensione negativa di un suo album: la canzone si intitola “Penna a sfera”, e il testo lo trovate qui). Erano tempi in cui i giornalisti scrivevano sui giornali, i cantanti si esprimevano nelle interviste – e a volta anche nelle canzoni, come nei due casi sopra citati – e non esistevano i social network.
Ma soprattutto, e lo dico con cognizione di causa, erano tempi in cui ognuno stava al suo posto e faceva il suo lavoro. Erano tempi in cui non esisteva una stampa musicale “embedded”, come l’ho definita una volta (e l’espressione è poi diventata proverbiale); una stampa musicale che attraverso il gioco delle anteprime, delle esclusive, delle gite-premio per andare ai concerti all’estero, sviluppa con il cantante, che dovrebbe essere l’oggetto delle sue cronache ed eventualmente delle sue critiche, una sorta di rapporto para-amicale che inevitabilmente condiziona l’autonomia del giornalista.
Da qui, ad esempio (ma è solo uno dei tanti), la faccenda dei mancati inviti a Miami per la presentazione di un nuovo disco riassunta efficacemente in questo articolo, con conseguente irritazione dei non ammessi alla gita e con conseguente irrigidimento delle relazioni fra i non ammessi e l’artista.
A quei tempi l’unico vantaggio che un giornalista musicale traeva dal proprio lavoro era quello di poter ricevere gratuitamente i dischi e di poter assistere gratuitamente (non sempre, peraltro) ai concerti. Vantaggi connessi direttamente al poter riferire ai suoi lettori dei dischi e dei concerti, ma che rientravano in un rapporto di reciproca utilità.
Oggi le cose sono cambiate, e temo non in meglio. E infatti succedono cose come quella di cui sto scrivendo adesso, che paradossalmente diventano notizie a loro volta, rilanciate dai social, dai blog, dai siti internet e da tutto quel meccanismo perverso che condiziona pesantemente anche il lavoro di quelli che cercano di fare il giornalista con rigore, con correttezza e con equilibrio.
Ora: Laura Pausini mi è personalmente simpatica, la conosco da quando – da ufficio stampa – scrissi il primo comunicato sul suo primo album, ma dubito che lei si ricordi di me, e certamente se mi incontrasse non mi riconoscerebbe (a Miami non c’ero, no).
Trovo esagerate le reazioni scandalizzate di chi la rimprovera per aver fatto un gesto scorretto e per aver usato una parola offensiva. La Pausini la tienes como todas, e tienes como todas anche il dito medio, che ha appunto mostrato al pubblico dello stadio di San Siro. Lungi da me volerle insegnare l’eleganza: anzi, sono d’accordo con il lettore di Rockol, Fulvio Marzoli, che ha commentato “L'avesse fatto Vasco o Ligabue gli avrebbero già innalzato un tempio, ma se lo fa la Pausini giù tutti a criticare”.
Non so se San Siro fosse gremito, sabato sera e domenica sera. Soprattutto non so quanto spazio dello stadio fosse destinato al pubblico: perché il “tutto esaurito” dipende da quanti posti fossero disponibili, e non so se nel caso dei concerti della Pausini lo stadio fosse tutto disponibile, o se ne fosse disponibile solo una parte e nel caso quanta parte. Ma secondo me l’unico discrimine per capire da che parte sta la ragione e da che parte sta il torto – e a naso direi che in questo caso entrambe le parti in causa hanno un po’ ragione e un po’ torto – sarebbe tirar fuori i numeri.
Quindi: qualcuno che può – l’ufficio stampa di Laura Pausini, il promoter del concerto, la SIAE – tiri fuori i numeri e ci dica quanti biglietti c’erano in vendita per ognuna delle due serate e ci dica quanti di quei biglietti sono stati venduti. Così capiremo senza possibilità di errore quanta gente c’era a San Siro in quelle due sere.
Altrimenti qui stiamo a parlare di aria fritta, e non di fatti e di notizie.
Franco Zanetti

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