Francesco De Gregori "si racconta" nel libro "Passo d'uomo". L'abbiamo letto, e...

Francesco De Gregori "si racconta" nel libro "Passo d'uomo". L'abbiamo letto, e...

Tantissimi anni fa, nel 1976, quand’ero un giovane e saccente collaboratore su argomenti musicali per un quotidiano di provincia (essere giovani e saccenti è naturale; lo è anche essere vecchi e boriosi, come sono io oggi; i dubbi sulle proprie opinioni appartengono all’età matura), scrissi una recensione acida su “Bufalo Bill”, l’album successivo a “Rimmel”. Volendo potrei andare a ripescarla nell’archivio di “Bresciaoggi”, ma temo che rileggendola per intero mi vergognerei troppo di me e della mia superbia. A un certo punto, verso la fine, per quel che mi ricordo, apostrofavo De Gregori come “cantautore da liceali” (capirai: il liceo io l’avevo finito da poco più di tre anni...).

Non che poi, negli anni a seguire, io sia diventato, per contrappasso, un degregoriano convinto. Ricordo di aver apprezzato molto “Titanic”, mi piacque “La donna cannone” (la canzone più fraintesa della storia: ho sentito, giuro, in un programma televisivo un conduttore, di cui non farò il nome per pietà, che l’ha definita “una canzone che parla di anoressia e bulimia”, come se la Donna Cannone fosse una cicciona e non un’artista da circo), poi non ho più prestato particolare attenzione a un gran pezzo di produzione del cantautore romano - fino a “Sulla strada”, disco che mi sorprese piacevolmente e che mi portai in automobile per un po’.

Questo per dire che l’uscita di “Passo d’uomo”, il libro pubblicato da Laterza che contiene le trascrizioni di una serie di conversazioni di De Gregori con Antonio Gnoli, mi ha interessato, come notizia, soprattutto per il fatto che il cantautore è sempre stato notoriamente schivo nel raccontarsi (e “schivo” è un eufemismo), cosa che non fece nemmeno con uno studioso competente delle opere sue come Enrico Deregibus, al quale si deve la migliore storia biografica e professionale di De Gregori (la prima versione, “Quello che non so lo so cantare”, e l’edizione aggiornata del 2015, “Mi puoi leggere fino a tardi” - entrambe edite da Giunti). Quindi mi ha sorpreso sentir presentare questo libro come “De Gregori si racconta a Antonio Gnoli”. Oltretutto, non essendo mai stato un lettore di “Repubblica” non conoscevo nemmeno Antonio Gnoli, che del quotidiano romano è stato, apprendo dalla bandella, capo delle pagine culturali.

Adesso ho ricevuto il libro, l’ho letto – non senza qualche fatica – e posso dirvene qualcosa di più. Lo schema è quello della conversazione, si diceva: una sequenza di chiacchierate, ognuna delle quali parte da uno spunto e poi si sviluppa con una certa libertà disordinata, benché ognuna di esse torni sempre a una conclusione coerente al tema iniziale. Ma questa non è una biografia di Francesco De Gregori, e non è nemmeno un’intervista a Francesco De Gregori. Anzi, benché il nome di De Gregori sia, in copertina, scritto in corpo tipografico visibilmente maggiore rispetto a quello riservato a Gnoli, nel libro c’è Gnoli quanto De Gregori. Non tanto in termini di quantità di righe assegnate all’uno o all’altro, quanto per l’importanza che Gnoli sembra assegnare ai suoi propri pensieri e alle sue proprie parole, che si alternano ai pensieri e alle parole di De Gregori con pari peso, con pari rilevanza.

Detto in un altro modo, e più chiaro: credo che al lettore medio, normale, a uno come me, insomma, sarebbe piaciuto che ci fosse molto più De Gregori e molto meno Gnoli. Poi queste sono scelte editoriali, o sono decisioni autorali, oppure è uno schema concordato fra i due conversatori. Sia come sia, mi sono accorto, leggendo, che tendevo a saltare le parti indicate AG per concentrarmi su quelle etichettate FDG. Il che è normale, e ovvio: a me interessa cosa racconta De Gregori perché mi occupo di musica e di cantanti. Ma siccome il libro credo sia destinato a gente come me, alla quale interessa De Gregori, e non interessa Gnoli, ecco, beh, magari un po’ più di squilibrio sul versante degregoriano ci sarebbe stato bene. Perché, fra l’altro, molte delle cose che De Gregori racconta, sollecitato da Gnoli, sono interessanti, e spesso inedite. Il che conforta la curiosità del lettore “normale”, come me, che se compera questo libro lo compera per il nome di De Gregori e non per quello di Gnoli.

Adesso mi accorgo che potrebbe sembrare a qualcuno che da parte mia ci sia una qualche forma di invidia o di fastidio nei confronti di Gnoli; vi rassicuro, non ce n’è. Se avessero chiesto a me di raccogliere in un libro una serie di mie conversazioni con De Gregori avrei risposto serenamente che non m’interessava farlo – non conosco abbastanza la sua storia e la sua produzione musicale per potergli essere un interlocutore valido (magari avrei consigliato di far fare quel libro – o questo libro - a Deregibus, per la provata competenza sulla carriera di De Gregori, o ad Antonio Dipollina, per la provata capacità di scrivere in maniera brillante senza essere mai noioso). Sto dicendo che Gnoli è noioso?

Ma sì, in un certo senso lo sto dicendo. Più volte, nel corso del libro, cerca di tirare per la giacchetta De Gregori perché il cantautore si autoiscriva alla categoria degli intellettuali, e altrettante volte De Gregori si schermisce, si sottrae, si rifiuta e rivendica il suo voler essere considerato semplicemente  un cantante e un artista. E in generale la scrittura di Gnoli, anche in quelle che dovrebbero essere trascrizioni di una conversazione, è alta e compiaciuta di sé e di quanto egli sa e conosce (“Pensa a Longhi, a Starobinski, a Blanchot...” – eh?). E così quando si parla di letteratura, di cinema, di storia, di politica, la sensazione del lettore mediamente incolto, come me, è spesso quella di stare origliando una conversazione fra due persone che si dicono fra loro cose incomprensibili a chi non abbia fatto le stesse letture, visto gli stessi film, condiviso le stesse esperienze. C’è, insomma, e quasi finisco, la sensazione di un aristocratico condividere una cultura comune senza troppo desiderio di farne parte chi legge.

E così, terminata la lettura, quello che ricordi del libro sono le belle parole di stima e di affetto di De Gregori per il fratello Luigi, e l’emozione che hai provato intuendo la commozione con cui De Gregori racconta di quando cantò “Stelutis alpinis” a Udine, per una platea nella quale c’era anche la vedova dello zio Francesco (“Lì ci siamo tutti resi conto, improvvisamente, che la canzone ci stava addosso”). E in questa frase c’è, ancora una volta, la convinzione con cui De Gregori, nelle 230 pagine di “Passo d’uomo”, ogni volta che ne ha l’occasione difende e rivendica l’importanza delle canzoni, la forza delle canzoni, il loro non dover essere cultura, messaggio, impegno: “Ho il terrore che in un’opera d’arte, quale che sia, anche la più mediocre, si nasconda un’intenzione moralistica o edificante; se tu mi dici che quella canzone sottolinea dei valori mi dai una brutta notizia”; ma soprattutto: “La canzone può entrarti nella testa senza che neppure te lo aspetti. Più che la rappresentazione di uno stato mentale è una esperienza del cuore. Più che un semplice piacere è una gioia profonda e al tempo stesso leggera, inebriante”.

 

Franco Zanetti

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