Benvenuti nel manicomio Lacuna Coil: Cristina Scabbia e Andrea Ferro raccontano “Delirium” – INTERVISTA

Benvenuti nel manicomio Lacuna Coil: Cristina Scabbia e Andrea Ferro raccontano “Delirium” – INTERVISTA

L’idea è portarci dentro al manicomio Lacuna Coil. La buona notizia è che quando arrivi ti accoglie la cantante Cristina Scabbia con una camicia bianca talmente lunga da sembrare un camice d’ospedale, e poi occhiali con montatura scura e in bocca una erre très chic che fa a pugni con l’immagine truce della band milanese. Al suo fianco, l’altro cantante del gruppo Andrea Ferro. I due sono gentili, disponibili, hanno la testa sulle spalle. Dopo dieci minuti già li si adora e si capisce perché quando li incontra persino quel burbero di Dave Mustaine dei Megadeth stappa bottiglie di champagne e nei backstage dei festival inglesi e americani vanno tutti ad assaggiare il loro caffè fatto con la moka. Il manicomio esiste, o meglio i Lacuna Coil l’hanno inventato, immaginandolo da qualche parte nel Nord Italia e vi hanno ambientato il loro ottavo album “Delirium”. È un concept che pur non raccontando una storia gira attorno al tema della pazzia, intesa come: 1) condizione medica, 2) insieme di manie quotidiane, 3) caos nell’ordine mondiale. “Il manicomio Lacuna Coil è aperto a chiunque si senta solo o abbandonato”, spiega Scabbia. “È un posto dove condividere le esperienze e magari trovare una cura… se c’è”.


L’idea è nata lavorando a “Delirium”, la canzone. Quel titolo ha scatenato fantasie, aperto un mondo, indicato una direzione. “Lì abbiamo capito di cosa avrebbero parlato i testi e come sarebbe stato l’artwork. Volevamo un album da vedere oltre che da sentire”. Il côté visivo, libretto del cd e costumi di scena, lo spiega Ferro: “Ci siamo ispirati alle foto dei pazienti dei manicomi d’inizio secolo. Non c’è film dell’orrore che eguagli l’inquietudine trasmessa da quelle immagini: gli sguardi, la magrezza estrema, le pose innaturali”. L’autore e bassista e qui per la prima volta produttore unico Marco Coti Zelati ha scritto le musiche guardando la tv col volume azzerato – s’ispira così, mi dicono. Scabbia e Ferro hanno aggiunto i testi ragionando sul tema della follia, che considerano famigliare per ragioni personali di cui un po’ parlano e un po’ tacciono. “Non avremmo cantato di pazzia se non l’avessimo in qualche modo conosciuta”, spiega la cantante. “Abbiamo visitato ex manicomi e cliniche. Volevamo essere sicuri di trattare l’argomento con serietà, ci premeva fare un disco realistico, che riportasse sensazioni vissute e non episodi di fantasia, ci tenevamo ad essere rispettosi”.

E insomma “Delirium” non è un fumettone ad effetto? No no, fa Cristina, “è un argomento che conosco, è una cosa mia personale, di famiglia, preferirei non entrare nei dettagli. Posso dirti che ho conosciuto persone con seri problemi mentali e perciò ho messo nel disco la mia esperienza. Entrando in contatto con loro ho imparato molto cose. Mi ha insegnato qualcosa anche da chi non è più in grado di parlare, ma ha un’altra maniera di comunicare e rapportarsi con la realtà. Sono cose di cui non si parla perché se ne ha paura, e se ne ha paura perché non le si conosce. Ecco cos’è la follia: è l’ignoto da affrontare”. Ferro confessa d’avere avuto attacchi di panico ed esperienze depressive: “Magari sei in auto e non riesci nemmeno più a tenere il volante. Ho imparato che l’unico modo per affrontare la situazione è forzarsi a fare le cose, rimettersi a guidare finché la paura non svanisce. Non esiste una vita completamente protetta, questo dice l’album”.

Sarà pure arrivato dopo la musica, e chissà cosa guardava in tv Coti Zelati mentre scriveva, ma il tema della pazzia ha contribuito a rendere il disco più duro ed estremo di “Broken crown halo” di due anni fa e lo si capisce da certe parti armonicamente instabili, certe dissonanze, certi flash rumoristici. Anche le parti vocali sono più viscerali e varie del solito. Il cantato growl di Ferro non è mai stato così presente e crea un bel contrasto con la voce di Scabbia. “Una volta individuato il concept”, spiega il cantante, “abbiamo lavorato per creare momenti di caos e di contrasto all’interno delle canzoni. È forse il nostro disco più vario dal punto delle voci, che cambiano a seconda del mood della canzone: introspezione, disperazione, caos”. Dopo l’abbandono di Marco Emanuele Biazzi, in studio le parti di chitarra sono state suonate da Coti Zelati, con una serie di assoli eseguiti da ospiti tra cui Myles Kennedy degli Alter Bridge e Mark Vollelunga dei Nothing More. “Strano, non abbiamo un chitarrista in formazione e questo è il nostro disco con più assoli di chitarra”, nota la cantante. “Dal vivo ci sarà un nostro amico milanese, Diego Cavallotti, che già sentite in un paio di assoli dell’album. Lo proveremo per tutto il ciclo del disco prima di decidere se farlo entrare ufficialmente nella formazione, un po’ come abbiamo fatto col batterista Ryan Blake Folden”.

Il nuovo corso, per così dire, ha colto di sorpresa molti e quando i Lacuna Coil hanno pubblicato su Facebook il lyric video di “The house of shame”, le reazione sono andate da “Fucking hell” a “The best thing you’ve done in 7 years”, più qualcuno che ha mugugnato di fronte ai growl. Scabbia dice che col disco volevano “trasmettere una sensazione di pesantezza, d’inquietudine, un’atmosfera disturbata. Più che un insieme di canzoni, questo è un viaggio”. Che inizia dall’ingresso nel manicomio in “The house of shame” e si chiude con “Ultima ratio”, ovvero il tentativo di fuga, che non si capisce se riuscito o meno, il finale è volutamente ambiguo. In mezzo ci sono canzoni in cui il tema della pazzia è declinato in vari modi. “In ‘Take me home’ descriviamo un viaggio mentale su un treno inesistente. La casa di cui cantiamo è la cosiddetta normalità”, spiega lei. “E poi c’è l’ossessione”, aggiunge lui. “In ‘You love me ‘cause I hate you’ abbiamo preso l’idea della Sindrome di Stoccolma che porta i rapiti a fraternizzare coi sequestratori e l’abbiamo applicata a una storia d’amore tossico da cui non si riesce ad uscire”.

A proposito di ossessioni, mi chiedo se Cristina conosca quelle dei fan. Lei, inserita regolarmente nelle liste delle “hottest chicks in hard & heavy” (ma non s’offenderanno a essere chiamate chicks?), lei sulle copertine in pose seducenti, lei prima donna all’Ozzfest, lei sex symbol, lei ne saprà qualcosa. “Beh, sì, sono stata oggetto di ossessioni. E fino a un certo punto è anche una cosa positiva, perché vuol dire che sei un punto fermo nella vita di tanti fan, e davvero la nostra musica li aiuta a superare problemi di vita, anche pesanti. Alcuni superano quella linea e vogliono avere di più, sempre di più, fino ad arrivare ai limiti dello stalking. Sono ossessionati dall’idea di avere un contatto personale. Vorrebbero avere un’esclusiva su di te. E se non gli rispondi, cominciano a odiarti”. E si dice felice, la nostra hottest chick in hard & heavy, che il gruppo abbia deciso strategicamente di non concentrare tutta l’attenzione su di lei, al netto di qualche foto maliziosa, mentre il fenomeno delle sexy metallare prendeva piede. “Abbiamo deciso di non usare la mia immagine come esca”, dice, “abbiamo messo in chiaro che i Lacuna Coil sono una vera band e non Cristina Scabbia & i suoi musicisti. Bello vedere che oggi siamo ancora più rispettati”.

(Claudio Todesco)

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