Tom Odell racconta il nuovo album ‘Wrong Crowd’: “Io, come Jep Gambardella” – INTERVISTA

Tom Odell racconta il nuovo album ‘Wrong Crowd’: “Io, come Jep Gambardella” – INTERVISTA

Una vita per mettere assieme il disco di debutto e pochi mesi per scrivere il secondo. È la storia più vecchia del pop, ma Tom Odell ci è passato solo adesso. Il cantautore inglese, un milione di copie vendute col primo album “Long way down”, ha lasciato Londra per scrivere le canzoni di “Wrong crowd”, prodotto da Jim Abbiss (Adele, Arctic Monkeys, Kasabian) e in uscita il 10 giugno. È volato negli Stati Uniti ed è tornato con la storia di un uomo che anela a uno stato di innocenza perduta. Non si tratta di un concept album, e in verità gran parte delle canzoni trattano di relazioni. “Eppure”, dice Odell in t-shirt e giacca carta da zucchero “esprimono un desiderio d’innocenza, di connessione pura con la gente e col mondo. Ho vissuto uno stile di vita selvaggio portando in tour il primo album e ora sto cercando di tornare a una forma di connessione più profonda… così credo, almeno”.

L’avevamo lasciato in cima alla classifica inglese e alle prese nel Natale 2014 con una cover di “Real love” dei Beatles. Per aprire una nuova fase, Odell ha preso in affitto un appartamento nell’East Village e si è gettato per le strade di Manhattan, oltre a salire sul palco del Madison Square Garden prima di Billy Joel. È tornato a Londra e di nuovo volato negli Stati Uniti, questa volta a Echo Park, quartiere hipster di Los Angeles. “Sentivo l’esigenza di andare in luoghi che non frequento d’abitudine. Per scrivere canzoni devo sentirmi un estraneo, allontanarmi dal mio ambiente, parlare con sconosciuti, sentirmi solo per entrare nello spirito dell’album e capirne la natura. Anche ai tempi del primo disco era così: per essere ispirato devo isolarmi. Avere troppi stimoli è grandioso, ma non mi incoraggia a scrivere, non mi rende produttivo”. E poi tira fuori la parola outsider a cui tiene molto, la ripete più volte. E quando gli si chiede come si fa ad essere un outsider dopo avere venduto un milione di copie, risponde che “non esiste successo talmente grande da cambiare la mia natura di outsider. È un modo di essere. Mi sento ancora come il tipo che alle feste si sente fuori luogo e a cui nessun parla”.

A volte è lui a non parlare, come quando gli si chiede del padre citato nella canzone “Daddy”, la cui melodia ricorda una versione melodrammatica del classico “The house of the rising sun” e in cui è evidente l’influenza di Jeff Buckley. Quando l’NME affibbiò un clamoroso zero su dieci a “Long way down”, il padre del cantautore telefonò alla redazione per lamentarsi generando un po’ di imbarazzo e una serie di articoli ironici. “Preferisco non parlarne”, dice Odell e intanto sminuzza con le mani la confezione di un pacchetto di caramelle. All’epoca l’NME descrisse Tom come “un povero, malaccorto wannabe finito nelle mani dell’equivalente nell’industria discografica dei trafficanti ungheresi di prostitute”. La mancanza di direzione artistica e la gran voglia di piacere si sentono anche in “Wrong crowd” dove ballate pianistiche vecchio stile convivono con pezzi ultrapop, particolari pregevoli sono spazzati via da ritornelli da spot pubblicitario di telefonia mobile, arrangiamenti orchestrali stanno fianco a fianco con elettronica piaciona. Lui dice che “il disco contiene molte influenze, volevo che ogni brano fosse diverso, che fosse un viaggio non solo nei testi, ma anche nella musica”.

Odell non ama entrare nel dettaglio delle canzoni. Di “Somehow” dice che è “piena di speranza e perciò chiude l’album dicendo che andrà tutto bene. Ma non so davvero di che parli”. Non scherza: è convinto che il songwriting non sia un processo intellettuale, che abbia a che fare con emozioni che non comprendiamo razionalmente. “Le canzoni non sono matematica, non sono intelletto. Sono sfoghi emotivi. Le frasi migliori nascono per caso, non so davvero che cosa significano, eppure una volta che la gente le ascolta generano significato”. E infine torna agli outsider e dice di avere trovato in Italia il suo preferito. “Mio zio ha sposato una donna italiana. Vivono in Australia, ma lei è di Bergamo. Passare del tempo con la loro famiglia mi ha dato un’idea dell’italianità. Sono stato ispirato da Fellini e mi è piaciuto ‘La grande bellezza’ di Sorrentino. E quando penso al protagonista del mio album, una persona isolata dal mondo in cui vive, mi ritrovo nella figura di Jep Gambardella”. Sarà, Tom, ma Jep non approverebbe mai il bavero oversize della tua giacca.

(Claudio Todesco)

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