C’è qualcosa d’incongruo e perciò d’affascinante nel modo in cui s’annuncia “Canzoni della cupa”. Inizia con un canto di lavoro delle tabacchine che Vinicio Capossela ha imparato a Patù, cittadina pugliese che ha dato al cantautore milanese d’adozione la cittadinanza onoraria con tanto di cerimonia sulla battigia alla presenza della vicepresidente della regione – sul serio. Al posto di rendere il canto in modo fedele, Capossela crea un legame fantasioso e potente fra le raccoglitrici di tabacco italiane e gli schiavi portati negli Stati Uniti a tirar su cotone. Usa l’immaginario legato all’esperienza afro-americana per raccontarci il dolore e la fatica di casa nostra. Così è “Canzoni della cupa”, l’album in cui il cantautore attinge al mondo folclorico per trasformarlo in un’epica estrosa e personale dove s’intrecciano contro ogni logica sonetti, tex-mex, serenate a ingiuria, blues americano, ballate, folclore da sposalizio, tutti allegramente affratellati dall’idea che la musica popolare non la si debba mettere in museo, ma praticare e dissipare gioiosamente.
CONTINUA QUA A LEGGERE LA RECENSIONE DI "CANZONI DELLA CUPA" DI VINICIO CAPOSSELA