Joe Jackson dal vivo a Milano: la recensione del concerto

Joe Jackson dal vivo a Milano: la recensione del concerto

Un uomo, nell’angolo in basso della platea, balla come se fosse ad un rave, anche se sta sentendo canzoni sostanzialmente basate sul piano. E’ la reazione più calda di un pubblico entusiasta, che ha esaurito il Teatro Dal Verme per Joe Jackson, per la quarta e ultima data del tour a supporto del recente “Fast Forward”.

Il piano-man inglese torna a Milano dopo 3 anni e mezzo con uno spettacolo “normale”: Jackson è uno che ha trovato il successo negli anni ’80 con grandi canzoni pop-rock, ma poi ha spesso preso strade secondarie, volutamente non facilissime - nel 2012 aveva portato un concerto largamente basato sulla musica di Duke Ellington, protagonista del suo disco recente.

Questa volta si capisce subito che le cose andranno diversamente: Joe Jackson arriva sul palco da solo, al piano, e attacca subito uno dei suoi brani più famosi, “It's different for girls”. “Sono l’opening act, poi arriva la band vera”, scherza.

Ma intanto il pubblico già urla di gioia. Una manciata di canzoni da solo, tra cui una cover di Joni Mitchell, “Big yellow taxi”, in stile blues: “Immaginatevi che non venisse dal Canada e non sapesse suonare la chitarra, ma il piano e venisse da New Orleans”. La prima parte si chiude con la title-track del nuovo disco: “Ora parte un po’ di batteria elettronica. Vedete, non devo neanche schiacciare un tasto” - scherza ancora, mentre parte il beat che riecheggia i suoni della sua musica degli anni ’80, quelli di “Night and day”. Le (molte) canzoni nuove in scaletta sono come questa: piacevoli, ma in fin dei conti delle rivisitazioni di se stesso (“Sono una cover band”, scherza sempre Jackson nella prima parte dello show).

Poi, poco per volta arriva la band - prima il fido Graham Maby per una bella versione piano e basso di “Is she really going out with him?”, poi il resto della band, per “Real man”: Doug Yowell (batteria) e Teddy Kumpel (chitarra). Mentre quest’ultimo aggiunge ottimi ricami alle melodie di Jackson, il batterista risulta fuori contesto: pesta come un fabbro, e il suono secco di rullante e cassa iniziano ad essere fastidiosi già nell’inciso di “Real man” - e ancora di più nella cover di "Scary monsters" di David Bowie (che Jackson fa finta di estrarre a sorte dai biglietti di un cappello). Per “Steppin’ out”, Jackson rinuncia alla drum machine pur usata in altri brani a favore di quell’invadente suono di batteria: rovinandola, possiamo dirlo?

Tutto gli viene perdonato però nei bis: prima una bella versione di “See no evil” dei Television (già inclusa in “Fast forward”) e "One more time": due pezzi veloci in cui la batteria finalmente ha un senso. Poi, soprattutto, la chiusura con “A slow song”, in cui i membri della band escono uno ad uno, lasciando Jackson da solo. Jackson alza le mani dal piano, che messo in loop, continua a suonare da solo, mentre lui esce dal palco. Un piccolo trucco che rende ancora più bella una stupenda canzone.

Joe Jackson fa parte di quella categoria di artisti “usato sicuro”: un grande repertorio di canzoni, fondamentale per chi è cresciuto negli anni ’80. Pazienza che le ultime cose siano meno emozionanti e assomiglino troppo a quelle vecchie: quando non divaga in sperimentazioni, come spesso fatto in passato, e quando propone spettacoli tutto sommato rassicuranti come questo, si merita tutto l’affetto del pubblico. Un affetto che certifica che la musica odierna sarà pure andata da un’altra parte, ma anche che di autori così non ne fanno più.

(Gianni Sibilla)

SETLIST

It's Different For Girls
Home Town
Take It Like a Man
Be My Number Two
Big Yellow Taxi
 Fast Forward
 Is She Really Going Out With Him?
 Real Men
 You Can't Get What You Want
 A Little Smile


 Kings of the City
 Poor Thing
 Another World
The Blue Time
Scary Monsters (and Super Creeps)
Sunday Papers
Keep On Dreaming
Ode to Joy
Steppin' Out

Bis

See No Evil
One more time
A Slow Song

 

 

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