Sanremo 2016 dal divano: una polemica al giorno (giovedì)

Sanremo 2016 dal divano: una polemica al giorno (giovedì)

Vi siete accorti che gli autori delle cover presentate giovedì sera venivano annunciati ma non comparivano sullo schermo sotto il titolo della canzone?

 

(Va bene, la smetto, lo so che vi ho ammorbato con questa storia).

Dovrei parlarvi del pasticcio della votazione rifatta di cui sono stati protagonisti Miele e Francesco Gabbani: ma dal divano ho capito poco di quello che è successo. L'unica cosa che mi è chiara è che fra una votazione e il suo rifacimento nessuno può garantire che una dozzina di votanti non abbiano cambiato voto, e che in ogni modo il secondo voto è stato pesantemente condizionato. Fossi nell'organizzazione del Festival annuncerei una finale a cinque, alla quale far partecipare sia Miele sia Gabbani.

Invece avevo in mente di intrattenervi sulle cover, argomento sul quale avevo già anticipato qualcosa quando ne era stato annunciato l’elenco. Le mie previsioni pessimistiche sono state più o meno rispettate.

Le scelte delle canzoni da, diciamo così, “omaggiare” sono state nel complesso poco apprezzabili, poco sorprendenti, e il risultato, come temevo, al di là delle buone prestazioni di alcuni, è stato quello di un gran karaoke scoordinato, senza un tema unificatore, e anche con qualche errore filologico (se dev’essere un tributo alle canzoni italiane che c’entra “Solitary man” di Neil Diamond?, ovvero “Se perdo anche te” nella originaria cover di Gianni Morandi? E che c’entra “Cuore” di Rita Pavone, che era una cover di Heart di Barry Mann e Cynthia Weil? E che c’entra la Quinta di Beethoven rimaneggiata da Walter Murphy ulteriormente rimaneggiata da Elio e le Storie Tese? – e quindi di queste tre cover, rispettivamente cantate da Irene Fornaciari, Arisa e Elio e le Storie Tese, non scriverò nulla).

 

Abbiamo sentito versioni inaccettabili (“A mano a mano” di Riccardo Cocciante massacrata da Alessio Bernabei con la complicità di Benji e Fede), riletture apparentemente originali ma in realtà ricalcate (“Goldrake” degli Zero Assoluto è uguale uguale uguale alla versione di Alessio Caraturo del 2004: si può parlare di plagio, per una cover?; e Clementino per “Don Raffaé ha ripreso pari pari l’arrangiamento di Massimo Bubola per la versione originaria di De André in “Le nuvole”).

Abbiamo sentito versioni inutili come quella di Valerio Scanu per “Io vivrò (Senza te)” di Lucio Battisti; versioni superficiali come quella di Lorenzo Fragola per “La donna cannone” di Francesco De Gregori; versioni sopra le righe come quella di Enrico Ruggeri di “A’ canzuncella” degli Alunni del Sole (era meglio quella d’epoca – 1989 - nel suo album “Contatti”); versione entusiastiche ma fuori ruolo come quella di Annalisa nella rovente “America” di Gianna Nannini; versioni affettuose ma scentrate come quella degli Stadio (featuring Ricky Portera e Fabio Liberatori) di “La sera dei miracoli” di Lucio Dalla (e bisogna dire a Gaetano Curreri che usa i video e le fotografie di sfondo con un po’ troppa disinvoltura; la bambina martedì sera, Lucio Dalla stasera – sarebbe stato più elegante evitare).

 

Altre sono riuscite meglio; originale e divertente quella di “Un bacio a mezzanotte”, anche se il garbo e l’eleganza del Quartetto Cetra sono inarrivabili (e forse Gorni Kramer avrebbe avuto da ridire sull’arrangiamento); rispettosa quella di “Amore senza fine” di Pino Daniele per le voci di Caccamo e Iurato; intensa quella di Francesca Michielin, che si è commossa cantando “Il mio canto libero” di Lucio Battisti. Interessante l’arrangiamento alla Roxy Music realizzato dai Bluvertigo per “La lontananza” di Modugno, che Morgan ha cantato sopra le righe, drammaticamente, avendo evidentemente in mente le interpretazioni di Domenico Modugno; apprezzabile Neffa con i Bluebeaters in “O’ sarracino” di Renato Carosone.

Niente da ridire su Noemi e la sua “Dedicato” che ha reso la canzone di Fossati anche più aggressiva di com’era cantata da Loredana Berté; bene anche Dolcenera in “Amore disperato”, non così diversa da quella di Nada; allegra ma un po’ troppo baraccona la “Tu vuo’ fa’ l’americano” – ancora Carosone - di Rocco Hunt.

Per “Tutt’al più” serve un discorso un po’ più lungo; l’ho sentita ricantare da Patty Pravo non più di due mesi fa e mi aveva quasi commosso, mentre stasera con la protesi rap ha perso secondo me un bel po’ di intensità – senza nulla togliere al pur bravo Fred De Palma.

Non commento i risultati delle votazioni: evidentemente i miei gusti non sono in sintonia con quelli di chi ha votato.

Resta in me la convinzione che queste serate non siano quello che sostengono di essere, cioè un tributo alle belle canzoni, ma un modo per aggiungere 24 ore alla durata del Festival. Potrebbero risparmiarcele. Soprattutto se non capiscono che bisognerebbe, se proprio le si vuol fare, compiere scelte – di repertorio, di arrangiamento, di rivisitazione – più coraggiose e più sorprendenti. E magari dedicare un minuto a raccontare un minimo di storia delle canzoni riproposte.

Meno male che a un certo punto è arrivato sul palco quel gruppo di anziani musicisti che ha messo su una cover band dei Pooh: oh, a parte qualche nota alta mancata sembravano proprio gli originali!

(Franco Zanetti)

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