Jack Garratt, faccia a faccia con la next big thing del cantautorato pop britannico – VIDEOINTERVISTA

C’è un songwriter da cui tutti s’aspettano grandi cose nel 2016. Si chiama Jack Garratt, ha 24 anni e debutterà il 19 febbraio con l’album “Phase”. È stato piazzato dalla BBC in cima alla lista degli artisti emergenti e ha vinto un Brits Critics’ Choice Award, il premio che in passato è finito nelle mani di Adele, Florence + the Machine, Ellie Goulding, Emeli Sandé, Sam Smith, James Bay. Il mensile Q parla di electro-pop sensation, il Telegraph di una nuova direzione per la musica pop, persino.

“È terrificante e al tempo stesso favoloso”, commenta lui. Ha l’aria del ragazzo riservato, ma amichevole, un cappellino con visiera del marchio milanese GCDS, una barba rossastra e una t-shirt che reca sul petto la scritta “Realness”. E così vorrebbe essere considerato: un artista genuino, non una creazione dell’industria discografica.


Per meritarsi tutti questi elogi, Garratt non ha fatto altro che pubblicare gli EP “Remnants” (autunno 2014) e “Synesthesiac” (primavera 2015) le cui canzoni sono in parte riprese in “Phase”.

Nell’album Garratt mischia le carte in un continuo rincorrersi fra parti suonate e programmate, ritornelli pop e manipolazioni elettroniche, vibrazioni cupe e melodie solari, carezze soul e sferzate rock. Qualcuno lo paragona a James Blake, ma la sua musica non ha la medesima qualità impalpabile. Qualcun altro ha fatto i nomi di Ed Sheeran e Sam Smith, a cui però manca la capacità di Garratt di trasformare le canzoni in panorami sonori cangianti. “Amo manipolare gli stili”, dice, “decostruirli e renderli irrilevanti. Mi piace prendere elementi che la gente pensa di conoscere e presentarli in modo irriconoscibile. I giornalisti continuano a chiedermi: che genere fai? Ma io, davvero, una risposta non ce l’ho”.



Jack Garratt è un one-man band: ha scritto, arrangiato, cantato, suonato, prodotto e persino mixato in quasi totale solitudine le canzoni di “Phase”.

E anche dal vivo si esibisce da solo, mettendo le mani su chitarra, tastiere, pad percussivi e campionatore, tutto nella stessa canzone. “Non sono un maniaco del controllo e non lo faccio per vanto. È l’unico modo che conosco per fare musica, fin da quando ho scritto la mia prima canzone, a 13 anni. Ho imparato l’arte della produzione da autodidatta ed è stato salutare: ho avuto tempo e modo di lavorare su me stesso, fino a trovare la mia voce”. Per arrivare a “Phase” Garratt è passato attraverso una lunga serie di esperienze. Viso paffutello e zazzera riccia, ha partecipato allo Junior Eurovision Song Contest, versione under 15 del concorso più kitsch d’Europa, per poi cercare d’imporsi come chitarrista blues. “Poi ho capito che cercavo di compiacere gli altri. Mi esibivo per avere la loro approvazione. È cambiato tutto quando ho cominciato a farlo per me stesso”. Di sicuro, è stato fortunato a firmare un development deal con Island, l’etichetta del gruppo Universal che gli ha permesso di scrivere canzoni ed esibirsi, e nel frattempo ricevere un fisso mensile.



È stato allora che Garrett ha sviluppato il suo profilo di songwriter tradizionale che cala le canzoni in paesaggi sonori digitali. “È un bel modo per descrivere quel che faccio. Mi piace pensare che le mie canzoni, ridotte a voce e accordi, restano comunque in piedi. Ma non mi basta: voglio presentarle in modo completamente differente, elevarle, dare loro una nuova vita. Dici bene che si tratta di paesaggi sonori: voglio che la gente si senta immersa in quei paesaggi, e che si perda dentro di essi. Non è roba che puoi ascoltare in sottofondo”. Fra le influenze, che vanno da Stevie Wonder (si sente) a Tom Waits (non si sente, anche se Garratt afferma il contrario), c’è la musica gospel. “Che è importantissima per me”, dice. “È musica per l’anima, tratta argomenti tristi, ma in definitiva celebra l’esistenza. E così è il mio album. È piuttosto cupo, perché nella vita ci sono tantissime cose mi terrorizzano, ma la musica m’incoraggia ad affrontare ciò che temo. Scrivo canzoni dal punto di vista di una persona tormentata che impara a celebrare la paura”.

Lanciato da “Worry”, un pezzo assemblato per gioco con l’amico produttore Carassius Gold con l’idea di scrivere una canzone per Justin Timberlake, l’album passa dal pop elettronico al collage sonoro artistico, e mostra le doti d’interprete di Garratt, che canta talvolta in un registro alto, che ricorda certe cose di Bon Iver. “Lo faccio per spiazzare chi ascolta, per portare la canzone in un’altra dimensione, ma sotto sotto credo sia un modo per mostrare la mia vulnerabilità. Scrivo testi ambigui e astratti, non racconto storie con personaggi che evolvono. Uso molte immagini per suggerire l’esplorazione di un problema, di un’ossessione. Ed è un’esplorazione senza risoluzione”. Dopo essere stato in tour con i Mumford & Sons, a partire dal 5 maggio Garratt girerà l’Europa continentale come headliner, toccando anche l'Italia, con una data al Tunnel di Milano il prossimo 20 maggio. “Sarò di nuovo sul palco da solo, come sempre”. E poi, come per meritarsi quella scritta sul petto, aggiunge che “non cambio modo di fare musica solo perché ora ho pubblicato un album”.

(Claudio Todesco)
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