NEWS   |   Recensioni concerti / 05/11/2015

Dave Gahan a Milano: “Se non fosse per i Soulsavers, non sarei più nei Depeche Mode” - INTERVISTA E LIVE REPORT

Dave Gahan a Milano: “Se non fosse per i Soulsavers, non sarei più nei Depeche Mode” - INTERVISTA E LIVE REPORT

“Try walking in my shoes”, canta alla fine del concerto. Già, provate ad essere Dave Gahan: uno dei più grandi e carismatici cantanti degli ultimi 30 anni, frontman di una band altrettanto grande e importante - ma in libera uscita solista, con un’altra band. Le scarpe di Dave Gahan, però, sono stilosissime; lui ci sa camminare come nessun altro, anche senza i suoi compagni di sempre dietro le spalle a sostenerlo. Ne ha di altrettanto validi, in questa veste.

Il “Momento Depeche Mode” è arrivato solo alla fine della serata di ieri, 3 novembre, con i Soulsavers: due canzoni a fine scaletta: “Walking in my shoes”, appunto, e “Condemnation”. Ma la gente che ha riempito in ogni spazio il Fabrique non era venuta per sentire quelle canzoni, non solo. Era uno dei soli 6 concerti a supporto di “Angels & ghosts”, il secondo album in compagnia del gruppo di Rich Machin. Ma, a differenza di “The light the dead see” del 2012, questa volta c’è il nome del cantante dei Depeche Mode in copertina e sui cartelloni.

“Io e Rich abbiamo continuato a lavorare assieme, in questi anni, anche se in mezzo c’è stato un disco dei Depeche mode”, ci ha spiegato oggi, nel corso di un incontro con la stampa, affiancato da Machin, deus ex-machina dei Soulsavers. “C’è stata sicuramente una progressione nella scrittura. Perché abbiamo messo il mio nome? Perché volevamo che lo sentisse più gente possibile. Abbiamo anche pensato a presentarlo come un mio album solista, ma poi abbiamo scartato l’idea: la nostra è da sempre una collaborazione. Perché senza Rich non ci sarebbe questo disco: ha portato dei fantastici musicisti, ha messo assieme il lavoro, e io sono una parte di tutto questo”. Poi rilancia: “Se non avessi fatto questi due dischi con i Soulsavers, probabilmente non sarei più in grado di scrivere e lavorare con i neanche con i Depeche. Non perché non mi piaccia lavorare con Martin e Fletch, ma perché come arista ogni tanto deve tuffarsi in altre acque, lavorare con persone diverse”.

Le acque dei Soulsavers sono scure, rock, venate di blues e di gospel, ma in maniera diversa da quelle dei Depeche. E il sound retrò dell’album è stato reso alla perfezione sul palco nel concerto del Fabrique: guidati da Machin i Soulsavers sono in 6, più tre coristi si affiancano alla perfezione a  Gahan. Che sta al gioco: entra per ultimo sul palco, si prende l’ovazione del pubblico, ma è in una veste diversa. Giacca grigia, camicia nera, gioca con il microfono come un crooner in versione rock - e in più di un momento ricorda Nick Cave.  “Uso la voce che ho, dipende dalla canzone”, ci spiega oggi. "Quando canto le canzoni dei Depeche, Martin (Gore) mi spiega cosa significano, cosa voleva comunicare, poi me le lascia interpretare. Quando le canzoni sono mie, le ho scritte io, devo entrare in uno spazio diverso, tutto mio”. I suoi classici urli di incitazione, quelli che trascinano il pubblico durante i concerti dei Depeche Mode, sono ridotti al minimo. Il pubblico non ha bisogno di essere incitato: le magliette dei Depeche si sprecano in platea, ma la maggior parte conosce a memoria le canzoni dei due dischi dei Soulsavers, e le canta a squarciagola.

La prima parte del concerto è quasi tutta centrata su “Angels & ghosts”, e “Shine” si prende la prima ovazione. Il set principale è di 12 canzoni, nei bis Gahan rispolvera due brani dai dischi solisti, “Kingdom” (da “Hourglass” del 2007) e “Dirty sticky floors” (da “Paper monsters” del 2003), prima dell’uno-due finale: “Condemnation” è ancora più black e soul, suonata dai Soulsavers. “Walking in my shoes” è il pezzo trascinante e liberatorio perfetto per chiudere la serata. Un’ora e 20 di concerto, e 5 minuti di applausi e di inchini alla fine.

"La performance di sera è stata piena di sensazioni e di soddisfazioni”, ci dice oggi. "Ma anche piena tristezza, perché si chiude un capitolo. Quando si conclude qualcosa di così importante c’è sempre un po’ di tristezza”, spiega Gahan - quella di ieri sera era l’ultima data del minitour con i Soulsavers. Machin, che ascolta le domande al collega più famoso in rispettoso silenzio, interviene per dire “Lo davvero spero, e credo, che ci sarà un terzo lavoro assime”, e Gahan annuisce. Poi ringrazia Lanegan (che aveva cantato negli album precedenti dei Soulsavers): “Se non fosse per Mark non sarei qua” - e poi, schezando: “Il terzo album potremmo cantarlo metà a testa”. Nessuna menzione per il futuro dei Depeche. Gahan parla invece della figlia, Stella Rose, 16 anni, che ha scattato la foto di copertina: “Un giorno mi ha chiesto di fare degli scatti per un progetto a scuola, in cui dove svilupparle alla vecchia maniera, in camera oscura. L’idea era quella di una foto che rappresentasse diverse personalità di una stessa persona.  Quando abbiamo deciso di intitolare l’album ‘Angels & ghosts’, ho ripensato a quella foto, ma lei era perplessa. ‘Però non me la modifichi, vero?’, mi ha chiesto. Penso sia perfetta per il disco perché è un personaggio che emozioni diverse e contrastanti. potrebbe essere qualsiasi altra persona oltre a me”. Poi chiude scherzando: “I testi di questo disco sono meno cupi perché sono cresciuto in questi anni, sono passato da 16 a 19”. Vale la pena aspettarlo ai 21-22 per un nuovo album con i Soulsavers, se il risultato musicale è di questo livello.

(Gianni Sibilla)

 

 

 

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