Sufjan Stevens a Milano: il report del concerto

«Moriremo tutti», canta Sufjan Stevens avventurandosi nella parte più alta del suo registro.

La musica esprime un sentimento di serena accettazione. «Moriremo tutti» ripete, e i suoni si fanno più robusti. Si sentono tintinnii di campane tubolari, una tastiera che sembra provenire da un altro mondo, interferenze elettroniche. «Moriremo tutti», dice più e più volte, il timbro smussato dall’accompagnamento femminile di Dawn Landes. E intanto il vortice sonoro s’innalza e si fa potente e distorto fino a far somigliare la musica a una sorta di celebrazione. Nel giro di pochi minuti, il presagio fatalista sotteso a quel «moriremo tutti» diventa un’affermazione edificante. Nessuno aveva mai trasformato una frase tanto cupa – contenuta in una canzonetta, poi – in una dichiarazione tanto vitale. “Fourth of July” non è solo uno dei momenti più alti dei concerti di Sufjan Stevens a supporto del concept album “Carrie & Lowell” come quello di ieri sera al Teatro della Luna di Milano, sold out. Ne rappresenta l’essenza. Stevens è tornato per dirci che moriremo come sua madre, protagonista del concept. E che perciò possiamo vivere la nostra esistenza in modo pieno e gioioso.

Sul palco sono in cinque, vestiti di scuro, Stevens e quattro multistrumentisti tra cui il chitarrista Casey Foubert e la cantautrice Dawn Landes. Suonano in modo pulito e preciso, con la cuffia nelle orecchie perché questa è musica che richiede accuratezza e interplay. I timbri acustici – una buona varietà di chitarre, un piano, un banjo e un trombone – sono perfettamente integrati a quelli elettronici. Il sound è secco e brillante, e per la maggior parte del tempo privo di basso elettrico. I cinque si muovono da una postazione all’altra, mettono le mani indifferentemente su tastiere e cordofoni, a volte in due sullo stesso strumento. Precisione e versatilità permettono a Stevens non solo di esprimere al meglio le canzoni di “Carrie & Lowell”, ma di portarle in un territorio sconosciuto. Alle loro spalle sono proiettati vecchi filmini casalinghi e splendidi scenari naturali, un richiamo ai temi struggenti dell’album, la memoria e la perdita, sullo sfondo dei panorami dell’Oregon dove si svolge parte della storia. Le immagini filtrano attraverso alte colonne che somigliano alle vetrate di una cattedrale e, unitamente al tono soffice delle composizioni, per tutta la prima parte del concerto offrono la sensazione di essere catapultati nella chiesa della memoria di Sufjan Stevens. Una chiesa in cui si svolge un rito trasformativo che strappa “Carrie & Lowell” dalla sua dimensione solitaria per farne patrimonio collettivo. Il concerto porta a un nuovo livello l’idea espressa dall’album di trasfigurare il dolore in un’esperienza spirituale: le fragili trame acustiche dell’album sono arricchite da momenti d’intensa trascendenza, da code strumentali che strappano le canzoni dal loro caldo torpore trasformandole in una celebrazione.

Spesso ai concerti in cui l’artista ripropone per intero (o quasi) l’ultimo album si ha la sensazione che il pubblico aspetti con impazienza quel che viene dopo, che l’ascolto delle canzoni più recenti sia un tributo all’ego del cantante necessario per arrivare alla ricompensa dei bis. Non con Sufjan Stevens, non ieri sera. La prima parte del concerto – un’ora e venticinque minuti circa – è dedicata per il 90% alla riproposizione di “Carrie & Lowell” ed è di gran lunga più intensa dei bis in cui l’americano mette in fila estratti dai vecchi album, soprattutto “Come on feel the Illinoise”. Stevens ha un timbro vocale espressivo e caloroso, e se la cava egregiamente anche quando prende piccoli rischi. Alla fine delle esecuzioni si porta spesso le mani sul viso, come se dovesse contenere l’emozione appena espressa. Parla poco, e quando lo fa si scusa con frasi tipo: «Spiacente, un’altra canzone triste». Non deve giustificarsi. Persino le più scarne, come “No shade in the shadow of the cross”, sono intense e accompagnate dal silenzio assoluto. Solo a fine concerto, dopo una “Chicago” con ospite la supporter Basia Bulat, il pubblico s’alza in piedi e applaude con trasporto. A giudicare dai sorrisi stampati sui visi delle persone l’esorcismo di Sufjan Stevens, quel modo unico di prendere storie di perdita e mortalità e trasformarle in affermazioni di vitalità, ha funzionato magnificamente.

(Claudio Todesco)


SETLIST:
Redford (for yia-yia & pappou)
Death with dignity
Should have known better
Drawn to the blood
Eugene
John my beloved
The only thing
Fourth of July
No shade in the shadow of the cross
Carrie & Lowell
All of me wants all of you
The owl and the tanager
Vesuvius
Blue bucket of gold
Concerning the Ufo sighting near Highland, Illinois
For the widows in paradise, for the fatherless in Ypsilanti
The dress looks nice on you
Casimir Pulaski day
Chicago

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