Il crooner dal cuore di metallo: Guido Elmi fra Vasco Rossi e il debutto solista. L'intervista

Il crooner dal cuore di metallo: Guido Elmi fra Vasco Rossi e il debutto solista. L'intervista

Direttamente dagli archivi di Rockol abbiamo ripescato questa intervista a Guido Elmi, originariamente pubblicata il 21 gennaio del 2016, un giorno prima dell'uscita di "La mia legge", l'album di debutto come solista del produttore (scomparso oggi all'età di 69 anni - qui un breve riassunto della sua collaborazione con Vasco Rossi, che gli ha dedicato un post pubblicato sui social).

Guido Elmi è tutto tranne che un esordiente. Per trentacinque anni, con una pausa a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, è stato il co-produttore di Vasco Rossi e ne ha accompagnato l’evoluzione da “Siamo solo noi” a “Sono innocente”. È lo Steve Rogers della Steve Rogers Band, ha prodotto “Carta del cielo” di Alberto Fortis e “Signore dei dischi” degli Skiantos. Lo scorso giugno ha debuttato da solista con  un singolo intitolato “It’s a beautiful life”. Domani, 22 gennaio, esce l'album "La mia legge". È una storia che parte da lontano, dai tempi di “Nessun pericolo… per te”. 

“It’s a beautiful life” è un ritratto di yuppie scritto usando parole inglesi abusate da noi italiani. Com’è nato?
Un paio d’anni fa avevo una fidanzata che aveva fatto un master in comunicazione e tendeva a usare questi termini, briefing, training, feedback, meeting. “Ti vedi col tuo staff?”, mi chiedeva. “Ma sì, cazzo, mi vedo con Vince Pastano, siamo in due…”. Mi è venuta la curiosità di mettere insieme tutte queste espressioni e poi affidare una specie di controcanto al rapper Rockwell Knuckles, per creare una contrapposizione tra il protagonista e chi vive nel ghetto. Mi sono ispirato alla letteratura di fine anni ’80-inizio’90, ad “American psycho” di Bret Easton Ellis, a “Si spengono le luci” di Jay McInerney. E pure al film di Brian De Palma tratto da Tom Wolfe “Il falò delle vanità”, che ha ispirato il video. L’abbiamo girato di notte nella periferia di Bologna mettendoci dentro qualche elemento surreale, alla David Lynch.

Sapendo dei tuoi gusti metal, le atmosfere di “It’s a beautiful life” mi hanno spiazzato…
È una specie di trip-hop, con sotto delle armonie vagamente alla Sakamoto. Sai, ho superato i 60 anni, mi sentirei ridicolo a esordire facendo pezzi hard rock. Quelli semmai li scrivo per Vasco. Non ho mai fatto sentire in giro le mie cose finché non ho trovato questa chiave vocale, questo tono da crooner, alla Leonard Cohen se vuoi.

Come si è evoluto il lavoro sul disco da “It’s a beautiful life”?
"It’s a beautiful life" è un brano un poco atipico rispetto al resto dell’album. Il resto dell’album contiene testi tutti in italiano e quindi le atmosfere  sono molto singer-songwriter oriented. Con brani che richiamano Dylan, Cohen, Nick Cave e altri cantautori anglosassoni.  Mi dicono che forse ci si può trovare qualcosa di Conte. C’è poi un brano con un testo molto duro, "La mia legge", dove ho utilizzato stilemi gothic-metal con chitarre distorte, pianoforte alla My Dying Bride, violino elettrico alla "The Sins of Thy Beloved". Con qualcosa di scuola islandese nelle altre chitarre. Un altro brano, "Sono un uomo", arrangiato completamente dal maestro Beppe D’Onghia, è stato realizzato privilegiando pianoforte e archi molto classici. La suite finale, brano 11, tratta dal sottofondo d’arrangiamento di Sono un uomo, dedicata a Chopin, è un vero e proprio brano di musica classica.

Perché proprio "La mia legge”, come titolo?
La mia legge perché è il titolo del brano forse più inquietante e originale dell’album. Un brano che scrissi alla fine degli anni novanta. Testo nichilista e senza speranza. Musica gothic-doom  e post rock. Con una frase finale simbolica ma rappresentativa dell’abisso dei sentimenti.

Quanto ci hai messo a sentirti a tuo agio come cantante?
I primi quattro, cinque pezzi li scrissi ai tempi di “Nessun pericolo… per te”, ma non riuscivo a cantarli. La mia voce mi faceva schifo, perciò ho smesso di scrivere per me. Ho ricominciato l’anno scorso, ho capito che dovevo abbassare le tonalità per cui ho recuperato anche quelle vecchie canzoni. Faccio ancora fatica, lo so che non è il mio mestiere, e infatti è stato Vince a spingermi a fare l’album. Non ho ambizioni. È un prodotto di nicchia, intimo. Farlo è un successo di per sé, mi riempie la vita, mi dà gioia. Mi fa lavorare anche meglio con Vasco, perché adesso ho la mia soddisfazione personale.

Qualche tempo fa dicevi che non credevi di poter andare in tour.
Su questo ho cambiato idea, mi sono riempito di coraggio e penso che farò un breve tour nei club tra fine marzo e aprile. 


Come hai lavorato all'allbum?
Esce per una piccola etichetta. Sai, ho fato le cose un po’ così, in sordina. Troverei umiliante alla mia età andare dai direttori artistici delle etichette discografiche a far sentire i miei pezzi. Prima del tour di Vasco la scorsa estate ho scritto i testi e fatto la preproduzione di altre nove canzoni. A luglio, finito il tour di Vasco, li ho realizzati in studio. Con Vince, che lo ha co-prodotto, abbiamo cercanto di dargli una veste un po’ originale. C’è un pezzo che si chiama “Like Gregory Peck” ispirato al film “Un uomo senza scampo” di John Frankenheimer con un’atmosfera californiana, un po’ country-rock con qualche suono nuovo alla War On Drugs. Un altro pezzo mi sono divertito a farlo arrangiare a Beppe D’Onghia, che dirigeva l’orchestra per Lucio Dalla. S’intitola “Sono un uomo”, è la storia di un uomo senza scrupoli con le donne, piano, voce e archi. Il sound dell’album è molto variegato, il filo conduttore è dato dai testi. Ce n’è uno intitolato “Ero il re del bosco” che racconta la mia vita in 4 minuti, partendo dal bambino che viene giù dal paesello, arriva a Bologna e viene trattato come un estraneo. Ho sofferto molto, dai 12 ai 14 anni.

Questo ti lega a Vasco Rossi, un altro provinciale che ha patito l’arrivo in città…
Sì, questa cosa ci accomuna, ma io vengo da un posto ancora più piccolo di Zocca, tipo 700 abitanti.

Dopo qualche anno ti laurei in scienze politiche…
A fatica, per far contenti i miei. C’era il lavoro pronto, ma avrei dovuto prendere la tessera di partito, roba che non m’appartiene. Avevo l’hobby della musica, suonavo percussioni e chitarra ritmica in un gruppo che faceva cover di King Crimson e Pink Floyd. Decisi di lasciar perdere la carriera da laureato e aprire un’osteria. Era in Via del Pratello, vicino a Radio Alice, perciò ho vissuto tutto il ’77. Andai sei, sette mesi a Roma a studiare percussioni con Karl Potter. Ma il mio sogno è sempre stato stare dietro le quinte, fare il produttore.

C’è stato un periodo in cui hai effettivamente suonato le percussioni con Vasco, nel ’79. Com’erano quei concerti?
Una roba naïf, anche con 10, 15 spettatori in tutto. I locali non pagavano le bollette e allora si era costretti a suonare unplugged. A Ventimiglia suonammo solo io alle congas, il batterista al triangolo e Solieri all’acustica perché non c’era energia sufficiente per alimentare l’impianto. Andavamo quasi gratis e lo so perché le serate le vendevo io. Ero convinto che Vasco aveva la faccia giusta per sfondare e l’unico modo per farci conoscere era suonare, anche 200 serate l’anno. La stampa non ci cagava. Ai tempi di “Siamo solo noi” scrissero che facevamo rock rurale.

In quel periodo lui si metteva alle spalle il cantautorato…
È stato Vasco a farmi scoprire i cantautori. Figurati, io confondevo Venditti con De Gregori. Io e Solieri gli abbiamo dato questa spinta AOR, da arena rock.

Ecco, che coscienza avevate del rock? Quali erano i vostri riferimenti?
Judas Priest, AC/DC, Def Leppard, il rock mainstream. E poi qualcosa di punk, pensa ad “Asilo republic”, e un po’ di Police. Col tempo ho cominciato ad apprezzare il metal, Solieri è rimasto all’AOR, ma allora eravamo molto uniti in questa ricerca. Ai tempi di “Vado al massimo” e “Bollicine”, capendo che non arrivavamo alla gente facendo la musica che ci piaceva, abbiamo sterzato verso il rock più commerciale.

Quanto quei dischi erano il frutto di scelte ponderate e quanto dei caratteri messi in gioco?
Stavamo imparando, ma facevamo scelte coscientemente. A volte la produzione era un po’ scrausa, non troppo leccata, ma era una cosa voluta. Ci tenevamo da morire. Quando la casa discografica smise di finanziarci, i soldi per finire “Siamo solo noi” li misi io. All’inizio il lato personale contava parecchio. Si era fra amici. Poi pian piano le decisioni abbiamo cominciato a prenderle Vasco ed io. La svolta è stata con gli “Gli spari sopra”, quando abbiamo cominciato a usare turnisti di un certo livello. Siamo cresciuti andando a lavorare in California.

Le canzoni migliori di Vasco vengono da quel periodo, diciamo sino ai primi anni ’90, non credi?
È un po’ una leggenda. Il punto è che la gente vuole sentire sempre le stesse cose. E poi quei dischi sono mitizzati perché si tende a ricordare solo il meglio, mentre quelli nuovi li si ascolta per intero… Vasco ha ancora molto da dire specie nelle ballate, tipo “Come vorrei”, anche perché scrivere pezzi rock in italiano è difficile. Il rock ci serve più che altro per il live.

Però le cose più incisive, quelle che sono restate nell’immaginario, le ha scritte in quegli anni lì…
Questo lo devono dire i critici. Quando ci mettiamo a fare un disco nuovo non pensiamo al passato. Ci sono artisti che si fermano e diventano le caricature di se stessi. La gente vuole che tu sia sempre uguale, però poi se l’accontenti smette di seguirti. Una volta in aereo ho incontrato Roberto D’Agostino, quello di Dagospia, un amico. “Quando fai un altro Bollicine?”, mi ha chiesto. L’abbiamo già fatto. Il passato è importante, ma per continuare a stare sull’onda devi rinnovarti. Io l’anno scorso ho rinnovato completamente il concerto, inserendo riffettoni con la chitarra sette corde. La gente s’è divertita ad ascoltare qualcosa di diverso.

Cosa ti piace della musica italiana di oggi?
Nel metal ci sono gruppi avanti come gli Aborym, all’altezza di quelli norvegesi. Il pop non m’appassiona, lo trovo tutto uguale. Nell’indie ci sono belle cose, ma a volte registrate male. Ah, l’altro giorno ho sentito su Spotify Flavio Giurato, interessante. Mi piacciono i Marlene Kuntz. Ci siamo visti anni fa…

Tu e i Marlene?
Sì, ma non fu un’idea loro, ci presentò un avvocato. Si parlò di una produzione assieme, poi credo si siano spaventati per il mio nome troppo legato al mainstream. A me invece sarebbe piaciuto perché quando mi spoglio del vestito del produttore di Vasco Rossi ascolto tutt’altro. Non perché disprezzi quel che faccio, ma perché voglio crescere. Ma non ho molto tempo per ascoltare gli italiani. In questo periodo sono intrippato con la musica scandinava, tipo Gorgoroth e Arcturus. Amo Mark Kozelek. E poi le passioni di sempre, Nick Cave e i Velvet Underground.

Sai che non ho capito fino in fondo le ragioni del tuo “divorzio” da Vasco a cavallo fra anni ’80 e ’90?
Non le ho capite neanch’io, nel senso che non le ricordo esattamente. Sai, abbiamo vissuto in simbiosi dal 1979 al 1986, facevamo una vita disordinata. Ci siamo fagocitati a vicenda. Eravamo stanchi di questa vicenda e ci siamo allontanati durante la preproduzione di “Liberi liberi”. A quel punto mi sono dedicato alle mie cose – Steve Rogers Band, Alberto Fortis, Clara And The Black Cars – e non ho più parlato di Vasco in pubblico. Credo che lui l’abbia apprezzato e così mi ha richiamato. Abbiamo ricominciato con parametri diversi: lui fa il cantante, io faccio il produttore, una cosa più ordinata per così dire. Sai, prima facevamo 200 concerti l’anno, incidevamo dischi, non stavamo mai fermi. Io negli anni ’80 non ho visto nessuno, non avevo una vita privata, e lui nemmeno.

Quella fame di vita e di musica ha creato grandi canzoni…
Però se non smetti muori. Io sono stato due anni in ospedale. Mangiavamo male, non dormivamo, stavamo in studio per settimane tutte le notti e ti assicuro che di notte incidi anche delle stronzate di cui si accorgi il giorno dopo, a mente lucida. Io per fare il riff di “Brava Giulia” mi sono messo lì dalle 4 del pomeriggio ininterrottamente fino alle 5 del giorno dopo. Il fisico va a puttane. Quando sono andato in America per “Gli spari sopra” ho visto che anche i musicisti più sconvolti come il bassista dei Guns N’ Roses arrivavano in studio alle 11 del mattino e andavano via alle 7 di sera. La vita che si faceva con Vasco negli anni ’80 è leggendaria e creativa, ma non poteva andare avanti.

E cosa direbbe il Guido Elmi di oggi a quello di allora?
Ho avuto troppi amori e tutti buttati via. E non ho mai avuto un figlio. Lo dico anche in un pezzo dell’album: “Com’è lunga la giornata di chi non ha pensato alla propria eternità”. Perciò gli direi di ingravidare qualcuna.

Vasco ha sentito il disco, o il work in progress? Di solito sei tu il produttore, ma ti ha dato qualche consiglio?
A Vasco ho consegnato il disco qualche giorno fa. Ha voluto anche una dedica. Stiamo lavorando al suo DVD e sto già pensando alla scaletta per i suoi concerti di giugno. Lo ascolterà con calma. Gli ho anche detto che come produttore avevo già fatto di tutto e che quindi questa esperienza mi serviva anche professionalmente. Stare per mesi di là dal vetro e non in regia mi è servito tantissimo. E mi potrà essere veramente utile anche per lavorare ai suoi dischi con rinnovata professionalità ed entusiasmo. Questo lui lo ha gradito. 
Mettersi in discussione per uno che da quasi quarant’anni lavora in sala di registrazione e ha collaborato con musicisti importanti (che poi altri produttori italiani hanno utilizzato in seguito) soprattutto a Los Angeles e frequentato tantissimi studi nel mondo, credo sia fondamentale.

(Claudio Todesco)

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