La carriera di grandi artisti è fatta di “sliding doors”, di momenti che hanno definito le loro carriere. Chi scrive storie dice che i personaggi diventano grandi quando compiono grandi azioni sotto pressione, quando sanno decidere se attraversare meno quella porta, nonostante il mondo là fuori. “When in trouble, go big”, si dice oggi. E fa impressione pensare che se proprio quella porta non fosse stata attraversata, quegli artisti oggi non sarebbero così grandi. Sarebbero comunque qui, ma magari solo come icone di culto.
“Born to run” è la sliding door di uno dei più grandi musicisti di sempre. Una delle tante che Springsteen ha attraversato, ma la più importante, ciò che lo ha definito, come suono, scrittura, carica, visione.
Quella porta si apre una sera del 1974, quando un giovane ma già affermato critico musicale va a vedere un concerto del Boss a Boston. La sua fama dal vivo è già leggendaria, ma i primi due dischi, Greetings from Asbury Park” e “The wild, the innocent and the E Street shuffle”, sono stati un mezzo flop, ancora di più se si pensa che era stato messo sotto contratto dalla Columbia con l’ingombrante etichetta di “Nuovo Dylan”. Springsteen sta lavorando al terzo album, che è quello de “la va o la spacca”. Se fallisce ora a mettere su disco le sue storie, la sua visione dell’America in un modo che arrivi a tutti… beh, il rischio è quello di ritrovarsi per sempre nella nicchia. Ma fatica a trovare la quadra del suono che ha in testa. Non riesce ad uscire dall’angolo.
Il 22 maggio Jon Landau scrive un articolo per una piccola testata, raccontando quel concerto: “Ho visto il futuro del rock ‘n’ roll, il suo nome è Bruce Springsteen”. Non è tanto la frase a rimanere, ma l’incontro: Landau e il Boss diventano amici, Landau gli spiega la sua visione, Springsteen capisce che è l’uomo giusto, quello che lo aiuterà a trovare quel suono. Landau subentra come co-produttore del disco. E “Born to run” diventa il capolavoro, un album che ha ridefinito l’idea stessa di Rock, quello con la “R” maiuscola.
Fin dalle prime note si entra nell’epica americana di Springsteen: un piano, un’armonica, una storia che sembra piccola, quella di Mary che balla sulla veranda. E poi la musica cresce, e anche la storia che diventa quella di chi vuole scappare dalla città di perdenti.
A rendere epica quella storia c’è la musica: un misto del “wall of sound” di Phil Spector, musica nera (blues e r ‘n’b) e rock ’n’roll, un’impasto basata sul piano (quello di Roy Bittan) e sui fiati (il sax di Clarence Clemons, ovvio, ma anche i Brecker Brothers, destinati a diventare affermati jazzisti). E lui, The Boss, a fare da direttore d’orchestra, con le spalle coperte da Landau in cabina di regia. La grandezza di “Born to run” non sta solo nell’epica di “Backstreets” o nel rock-blues alla Bo Diddley di “She’s the one” o nell’ r’n’b di “Tenth avenue freeze out”, che ripercorre la formazione della E Street Band, un gruppo di amici prima che un gruppo di musicisti.
La grandezza sta nelle storie che questi brani raccontano e nel pathos dell’interpretazione. Springsteen riesce a raccontare la fine del sogno americano (“Di giorno sudiamo sulle strade di un sogno americano che fugge via” sono le parole iniziali della title-track), la voglia di scappare per rifarsi una vita finché si è in tempo per farlo, il tentativo di trovare una via d’uscita da questa disillusione nell’amore.
Passare quella porta non sarà indolore: “Born to run” è considerato uno dei più grandi dischi di rock degli anni ’70. Esce a fine agosto del ’75, e poco dopo Springsteen finirà contemporaneamente sulle copertine di Time e Newsweek, i principali settimanali americani, una cosa mai successa. E' una rockstar. Ma non pubblicherà altri album per tre anni. In mezzo c’è la lotta legale con Mike Appel, il suo primo manager, che non ha apprezzato l’arrivo di Landau e che tramite avvocati ha messo in stallo buona parte dell’attività del Boss. Risolta la battaglia, Landau diventa il nuovo manager e nel ’78 arriverà “Darkness on the edge of town”, disco scuro e figlio di quegli anni difficili. Springsteen ha continuato a suonare dal vivo, e continuerà, accrescendo sempre di più quella straordinaria fama di performer che lo accompagna dagli esordi. Ma “Born to run” rimane il suo primo capolavoro di studio: dall’altra parte di quella “sliding door” c’era una manciata di canzoni destinate a rimanere nella storia.

"Born to run" di Bruce Springsteen è disponibile su Legacy Recordings. Sul sito dedicato all’immenso catalogo italiano e internazionale di Sony Music, puoi scoprire tantissime news, curiosità e promozioni dal mondo della musica. Un archivio con tutti i protagonisti, la loro discografia e l’opportunità di pre-ascoltare moltissimi brani.
La rubrica settimanale Legacypedia, poi, ti permette di esplorare a fondo album e brani che hanno fatto la storia della musica. Per rimanere sempre aggiornato, iscriviti alla newsletter.