Interpol: “Il nuovo album è orientato verso il futuro”

Daniel Kessler racconta il nuovo album della band, in uscita venerdì 28 agosto: l'intervista
Interpol: “Il nuovo album è orientato verso il futuro”
Credits: Elliot Lee Hazel

“Rappresenta gli Interpol di oggi e, in particolare, il periodo dell’ultimo anno e mezzo circa, quello in cui il disco è stato realizzato”. Daniel Kessler è preciso nel descrivere le sensazioni sul nuovo album della band di cui è cofondatore e chitarrista. Il disco si intitola “This mirror weighs a ton”, letteralmente “Questo specchio pesa una tonnellata”. Insieme alla copertina del disco in cui è riprodotta un’opera di Addie Wagenknecht, un distopico lampadario dall’estetica barocca composto da telecamere di videosorveglianza, il titolo restituisce già una parte dell’immaginario di questo lavoro.

Nel loro ottavo album in studio, prodotto da Andrew Wyatt e in arrivo il prossimo 28 agosto come primo lavoro della band per Partisan Records, gli Interpol affrontano attraverso i testi di Paul Banks temi legati all’introspezione, alla tecnologia, alla ricerca di chiarezza, alla percezione di sé e alla necessità di fare i conti con quello che si è diventati. In un brano come il singolo "Iron city" viene addirittura messo in scena un dialogo tra un narratore umano e una futura intelligenza artificiale che governerà le cose.

Mentre Banks aveva parlato in precedenti occasioni di un disco attraversato da “ricerca e riflessione” dopo essere diventato padre, nell’intervista con Rockol Kessler sottolinea come alcuni argomenti affrontati nei testi siano nuovi rispetto al passato del gruppo. Musicalmente, però, il chitarrista insiste soprattutto sull’idea di evoluzione. In collegamento via Zoom da Barcellona, Daniel Kessler spiega che “quello che stiamo creando rappresenta un’evoluzione” e aggiunge che “ci sono canzoni in questo disco che mi sembrano diverse da qualsiasi cosa abbiamo fatto prima”.

A un anno dal trentesimo anniversario della loro fondazione, in attesa di festeggiare anche i 25 anni dell’album d’esordio, “Turn on the bright lights” del 2002, gli Interpol credono ancora nella loro identità. E soprattutto credono nel loro futuro. “È il documento di un preciso momento nel tempo”, dice Kessler parlando del nuovo album: “Allo stesso tempo, però, mi sembra davvero un passo avanti per noi. È un lavoro molto orientato verso il futuro”.

Quali sensansazioni ed emozioni accompagnano l'uscita del nuovo album degli Interpol, “This mirror weighs a ton”?
Daniel Kessler
: È emozionante. Mi piace sempre molto il periodo che precede l’uscita di un disco. Abbiamo già pubblicato alcune canzoni, ma mi piace quel momento prima che tutti ascoltino e conoscano l’album. Trovo che abbia qualcosa di speciale. Ho dei bellissimi ricordi di questa fase per ogni disco che abbiamo realizzato. In quest'ultimo periodo siamo stati molto impegnati in tour, sono stati già mesi intensi.

Sono passati quattro anni dal precedente album “The other side of make-believe”. Quando avete iniziato a lavorare su questo nuovo disco?
DK
: Abbiamo iniziato a scrivere tra un tour e l’altro, direi nel 2024. Sapevamo già di voler lavorare con Andrew Wyatt come produttore, essendo lui anche un caro amico di tutti noi.
Nell’aprile del 2024, ci siamo incontrati con lui per lavorare su alcune canzoni e, più che altro, per capire un po’ come sarebbe stato lavorare insieme. Siamo andati a casa sua, tornando quindi a New York per registrare. Lui ha uno studio nel seminterrato, e abbiamo cominciato a lavorare lì. In appena quattro o cinque giorni abbiamo iniziato a mettere insieme del materiale. Quelle prime canzoni sono poi diventate “Iron city”, “Wings on fire”, “Sudden” e “So ride the reindeer”. È stato un momento davvero molto produttivo e lavorare con lui è sembrato naturale. È stato subito chiaro che lui fosse la persona giusta con cui lavorare e che avrebbe potuto dare molto a queste canzoni.
Personalmente, avevo già iniziato a lavorare sui brani tra un tour e l’altro, anche prima di quel momento. Non scrivo quando sono in tour. Ma quando ero a casa lavoravo a nuove canzoni, comprese quelle che poi abbiamo iniziato a sviluppare da Andrew, al pianoforte o alla chitarra.

Il titolo del nuovo album, “This mirror weighs a ton”, è un’immagine molto evocativa. Se il titolo parla di riflessione e percezione, in che modo l’opera di Addie Wagenknecht raffigurata in copertina si collega ai temi del disco?
DK
: Il titolo dell'album ha a che fare con il peso dell’introspezione, ma anche con l’essere onesti con se stessi. E penso che, nell’epoca in cui viviamo, tutto questo sia ancora più evidente. Ci troviamo in un momento storico molto complesso e molto incerto, dal punto di vista tecnologico, per la direzione che stiamo prendendo e per tante altre questioni che riguardano il mondo. E qui entra in gioco anche l’immagine di copertina, che secondo me, parla da sola.
Viviamo in un momento in cui tutto viene osservato, tutto viene documentato e, in qualche modo, tutto resta per sempre. La privacy è diventata qualcosa di sempre più raro, e continua a diminuire. Sembra che siamo arrivati a questo punto con un’accelerazione rapidissima, quindi è difficile sapere dove potremo arrivare dopo, o come saranno i prossimi cinque anni. In questo senso, è più un’osservazione sul momento storico che stiamo vivendo, che una vera e propria dichiarazione.

Queste sensazioni, in qualche modo, erano già individuabili nei primi tre singoli del nuovo album. Vedete “This mirror weighs a ton” quasi come un concept album oppure è più una raccolta di canzoni che, in modi diversi, affrontano vari temi?
DK
: Per quanto riguarda i testi, dovrei lasciar la parola a Paul Banks, perché li scrive tutti lui. Però, per come la vedo io, dal punto di vista tematico e dei testi, credo che il disco sia in realtà piuttosto vario, come del resto lo sono sempre stati i suoi testi e i nostri album. Ci sono sicuramente temi che Paul affronta in questo disco e che, secondo me, non aveva mai toccato nei lavori precedenti. Da questo punto di vista mi è sembrato qualcosa di davvero nuovo. Anche mentre cantava, lavorava ai testi, li condivideva con noi e ne parlava, sentivo emergere argomenti che non gli avevo mai sentito affrontare prima.

A livello musicale?
DK: Musicalmente, non lo definirei un concept album. In un certo senso mi piace molto il fatto che non abbiamo impiegato tantissimo tempo a scrivere e registrare questo disco. Abbiamo passato molto tempo a rifinirlo e a prendere decisioni, ma tutta l’energia musicale è venuta fuori in modo molto spontaneo e puro. Per me questo significa che stiamo continuando a cercare di evolverci. Poi spetta agli altri decidere se ci stiamo riuscendo oppure no, ma per noi quello che stiamo creando rappresenta un’evoluzione. Ci sono canzoni in questo disco che mi sembrano diverse da qualsiasi cosa abbiamo fatto prima. E ci sono sicuramente suoni ed elementi che non avevamo mai esplorato. Ma credo che siamo riusciti ad arrivare fin lì proprio perché siamo cambiati e ci siamo evoluti. Oggi siamo pronti ad accogliere certe cose che, ai tempi del nostro primo disco, probabilmente avremmo escluso, mettendo dei confini molto più netti su quello che volevamo o non volevamo fare, o sui suoni che eravamo disposti ad accettare. Credo invece che sia sano restare aperti. Quando qualcosa ti sembra giusto, devi semplicemente seguirlo. Ed è esattamente così che abbiamo affrontato questo disco. Per questo penso che, in qualche modo, ci sia una forte coesione in questo insieme di canzoni. È il documento di un preciso momento nel tempo. Rappresenta gli Interpol di oggi e, in particolare, il periodo dell’ultimo anno e mezzo circa, quello in cui il disco è stato realizzato. Allo stesso tempo, però, mi sembra davvero un passo avanti per noi. È un lavoro molto orientato verso il futuro.

Pensando al processo creativo, in che modo la collaborazione con Andrew Wyatt ha cambiato il vostro modo di lavorare in studio?
DK: In genere gli Interpol entrano ancora in studio in maniera piuttosto tradizionale, un po’ alla vecchia maniera. Di solito arriviamo abbastanza preparati, e le canzoni sono già a un punto in cui possiamo suonarle dall’inizio alla fine tutti insieme in sala prove. Non siamo soliti scrivere direttamente in studio. Paul Banks lavora sui testi e sulle parti vocali, ma per il resto arriviamo in studio con i brani già piuttosto definiti. Quindi eravamo abbastanza preparati anche quando abbiamo iniziato a lavorare con Andrew.
Quello che lui ha aggiunto è stato davvero tanto. Lo conoscevo e gli volevo bene come persona e come amico, ma lavorando insieme abbiamo potuto vedere davvero quello che era in grado di portare alla nostra musica. È un tastierista e un pianista straordinario e ha una grande sensibilità musicale. È riuscito ad aggiungere una serie di atmosfere incredibili e molte parti di tastiera. Alcune canzoni, scritte al pianoforte, sono state suonate da me. Ma della maggior parte delle tastiere si è occupato Andrew, e ha reso il suono delle canzoni più ampio, più aperto, quasi tridimensionale. Ha aggiunto elementi che è stato davvero bello esplorare in questo disco, con questa raccolta di canzoni e in questo particolare momento della nostra carriera.

In questo album avete introdotto elementi che in passato erano meno presenti, come archi, fiati, armonie vocali stratificate e un lavoro di sound design più elaborato. Quanto è stato naturale ampliare la vostra tavolozza sonora senza perdere l’identità degli Interpol?
DK
: Ancora prima di lavorarci insieme, speravo che Andrew portasse questo tipo di elementi nel disco. Era qualcosa che volevo, per ampliare un po’ la nostra cassetta degli attrezzi - per così dire. Vogliamo trovare nuovi modi per esprimerci, pur restando comunque gli Interpol. E in questo caso è avvenuto tutto in modo molto naturale. Farei davvero fatica a portare avanti qualcosa che non mi sembri un’estensione entusiasmante di quello che siamo o qualcosa di giusto per una canzone. Fortunatamente, lavorando con Andrew non è mai successo. Tutte le sue idee ci sono sembrate delle estensioni belle e naturali della band. Hanno davvero ampliato le canzoni, l’esperienza d’ascolto e la palette - come la tavolozza di un pittore, cioè gli strumenti con cui dipingere queste canzoni.

Quanto possono influenzare i gusti musicali di ognuno di voi durante le lavorazioni di un disco?
DK
: Individualmente, abbiamo gusti musicali molto ampi. Io non ascolto un solo tipo di musica. Sono molto aperto. Se qualcosa mi emoziona, mi emoziona. Non penso molto da dove venga o quali elementi vengono utilizzati. Non ho criteri precisi su ciò che deve avere la musica, il cinema o qualsiasi altra forma d’arte per riuscire a coinvolgermi. Se mi colpisce, mi colpisce. Quella è la mia bussola. Ed è lo stesso quando scrivo o registro una canzone. Se qualcosa che abbiamo creato mi emoziona, allora mi entusiasmo e non penso troppo al resto. Do per scontato che, se entusiasma me, magari potrà entusiasmare anche altre persone, compreso chi ha apprezzato la nostra musica in passato. E penso che sia proprio così che è nata la nostra band. Prima di tutto si scrivono le canzoni per se stessi, perché si sta esprimendo qualcosa di proprio. Senti che c’è qualcosa con cui entri in connessione e poi speri che anche altre persone possano provare la stessa cosa. È quello che sentivo quando stavamo realizzando il nostro primo disco, ed è quello che sento ancora oggi.

In una recente intervista Paul Banks ha raccontato che questa volta sentiva fosse davvero importante realizzare un grande disco. Avete affrontato queste canzoni con uno spirito diverso rispetto agli album precedenti?
DK
: Non saprei. Personalmente, quando inizio a scrivere delle canzoni, cerco sempre di fare il meglio possibile e di lavorare solo su idee che sento davvero forti. Non sono uno che scrive cento canzoni all’anno. Ne scrivo solo una manciata. E per decidere di lavorare davvero su un brano devo sentirmi molto coinvolto, devo esserne entusiasta. Poi, quando stai facendo un disco, scrivi le canzoni, le sviluppi insieme agli altri e magari sei molto emozionato per quello che sta prendendo forma, ma trasformarle davvero in qualcosa che funzioni su un album richiede moltissimo lavoro. Far sì che le canzoni suonino al massimo delle loro possibilità e che riescano a esprimere tutto quello che possono esprimere è una cosa molto delicata. Per me fare un disco è quasi come creare qualcosa di vivo, e bisogna trattarlo con grande attenzione. A volte funziona e senti che non potrebbe essere migliore di così. Altre volte, magari in una certa giornata, non riesce a esprimersi nel modo in cui sai che quella canzone potrebbe farlo. È qualcosa di molto particolare. Quando fai un disco non hai mai la garanzia di riuscire a far suonare le canzoni esattamente bene quanto vorresti. È davvero un processo delicato.
Detto questo, mentre scrivevo i brani e mentre lavoravamo alle canzoni del nuovo album in sala prove con Andrew, avevo delle ottime sensazioni. Durante la lavorazione riuscivo a percepire il potenziale perché diventasse un disco davvero speciale. Ma in quei momenti penso soltanto a quanto sono coinvolto come artista e a quanto mi entusiasma stare in quella stanza a lavorare con quelle persone. Non penso se il disco funzionerà commercialmente, né a come reagiranno gli altri. Alla fine puoi controllare soltanto ciò che dipende da te, cioè riuscire a dire quello che vuoi dire.

Sei stato uno dei principali artefici del suono degli Interpol, attraverso il modo di scrivere per la chitarra e al pianoforte. Guardando ai vostri primi dischi e poi a questo nuovo album, come senti che si sia evoluto il tuo linguaggio musicale? Cosa cerchi oggi quando inizi a scrivere una nuova canzone?
DK
: È una domanda interessante per me. Cerco di mantenere le cose molto semplici. Amo scrivere canzoni e lo faccio ancora in un modo molto essenziale. A casa scrivo semplicemente con una chitarra classica. Una delle chitarre che ho a New York, per esempio, è la stessa che ho da quando avevo 14 anni. Amo ancora scrivere al mattino, guardare un film, suonare la chitarra e bere un caffè. Per me era uno dei piaceri più grandi quando ero adolescente e lo è ancora oggi. La cosa importante è continuare a provare piacere nel farlo. Quando comincio a lavorare in quel modo e all'improvviso arriva un'idea che mi fa pensare che potrebbe essere interessante, inizio a svilupparla. Finché provo quella sensazione, quel vero entusiasmo, e improvvisamente nasce qualcosa senza che io sappia nemmeno da dove sia arrivato, allora funziona. Sono momenti quasi euforici. All'improvviso passano due ore e ti sembra che siano trascorsi cinque minuti, perché sei completamente concentrato su quello che stai facendo. Finché continuo ad avere momenti e passaggi di questo tipo, so che per me questo è un modo molto puro di esprimermi. Può nascere qualcosa che sento essere forse la cosa migliore che abbia mai fatto fino a quel momento. Che gli altri siano d'accordo oppure no, io devo provare quella sensazione.

Dopo quasi trent'anni, riesci ancora a provare lo stesso entusiasmo anche quando scrivi insieme agli altri Interpol?
DK: Se un giorno tutto questo iniziasse a sembrarmi un lavoro o qualcosa che devo fare per forza, allora smetterei. Non posso farlo continuamente, per via dei viaggi e dei tour. Ma quando sono a casa, nella mia intimità, e riesco a vivere quei momenti in cui emerge qualcosa di puro, è un piacere. Finché quella sensazione continuerà a esserci, continuerò ad avere voglia di farlo sempre di più. E non è qualcosa che puoi dare per scontato, soprattutto considerando che scrivo canzoni da quando ero adolescente. Eppure provo ancora le stesse sensazioni. È un piacere autentico, qualcosa di davvero straordinario. E poi posso collaborare con i miei compagni di band, con i quali sento ancora una fortissima chimica. Anche quando lavoriamo insieme a nuova musica, non mi sembra mai un lavoro. Tra noi c'è sempre stata una chimica molto forte. E non abbiamo mai avuto davvero un blocco creativo. Magari dobbiamo capire quale direzione prendere mentre lavoriamo a un brano, ma le idee ci sono sempre. Non è qualcosa che puoi aspettarti o dare per scontato. E il fatto che quella sintonia esista ancora dopo esserci conosciuti quando eravamo praticamente adolescenti è davvero qualcosa di eccezionale nella vita.

L’anno prossimo gli Interpol festeggeranno il trentesimo anniversario. Tornando al 1997, quando avete scelto il nome Interpol, cercavate qualcosa che suonasse serio, distintivo e diverso dai nomi che avevano molte band dell’epoca. Se doveste ricominciare da zero oggi, scegliereste ancora Interpol come nome? Pensi che rappresenti ancora quello che siete come band?
DK:
È una domanda molto interessante, ma è difficile essere obiettivo nel dare una risposta. All’epoca Interpol ci sembrò semplicemente giusto come nome. Ancora oggi mi piace il fatto che non sembri il classico nome di una band, e mi piace che sia una sola parola, al singolare. Da questo punto di vista, credo che ci rappresenti bene e che sia ancora il nome giusto. Ormai ho trascorso gran parte della mia vita sotto il nome Interpol, quindi mi è difficile immaginare qualcosa di diverso.

Ricordate ancora come lo sceglieste?
DK: Quando lo scegliemmo, fu una decisione molto spontanea. Nei primi tempi avevamo suonato diversi concerti usando altri nomi, che poi cambiavamo praticamente dopo ogni show. Poi un giorno Paul disse: "Che ne dite di Interpol?". E ci sembrò subito funzionare, come se fossimo finalmente arrivati al nome giusto. Sentivamo che ci rappresentava. Avevamo già iniziato a vestirci nel modo che poi ci avrebbe caratterizzato e avevamo già un’idea abbastanza precisa di chi fossimo come band. Quel nome aveva semplicemente senso e sembrò l’ultimo tassello che mancava in quel momento.

In vista dell'anniversario della band e del vostro primo disco, "Turn on the bright lights" del 2002, avete già iniziato a pensare a come vorreste celebrare queste ricorrenze? Oppure preferite continuare a guardare avanti, piuttosto che al passato?
DK
: Al momento non lo sappiamo. Sono molto felice di poter suonare le canzoni di tutti i nostri dischi dal vivo. Non ho mai voluto essere uno di quegli artisti che prendono le distanze dai propri primi lavori o che non vogliono più suonare determinate canzoni. Sono felice di suonare qualsiasi nostro brano che siamo in grado di portare sul palco. Da questo punto di vista, per me come artista era molto importante, mentre registravamo quei dischi e quelle canzoni, sentirmi a mio agio e in pace con quello che stavamo facendo, e stare bene con quelle scelte. E posso dire che ancora oggi mi sento molto legato a tutte le canzoni del primo disco. Le sento ancora profondamente parte di me e di noi.
Capisco tuttora perché abbiamo fatto determinate scelte e perché abbiamo scritto quelle canzoni. Ho anche ricordi molto forti del periodo in cui le stavamo scrivendo. Quindi sono molto felice di sentirmi ancora tanto vicino a quella musica, invece di percepirla come qualcosa di distante. Nella vita non puoi mai sapere cosa succederà. Quando hai fatto qualcosa tanto tempo fa, potresti chiederti cosa stessi facendo. Per me, invece, è sempre stato molto importante continuare a sentire quel legame. Non avrei mai voluto arrivare al punto di non sentirmi più connesso a qualcosa che avevo creato.

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