Hoodie Allen, intervista al rapper che ha trasformato Ed Sheeran in un supereroe
Forse avete visto un video in cui Ed Sheeran gira per le strade di Toronto vestito da supereroe. È un pezzo del rapper newyorchese Hoodie Allen, s'intitola "All about it" ed è quanto di più lontano possiate immaginare dall'hip-hop impegnato di un Kendrick Lamar. Se il rapper di "To pimp a butterfly" riempie i dischi di storie di Compton e dei sensi di colpa che prova per avere raggiunto il successo, Steven Adam Markowitz ha costruito la sua carriera come un grande party sin dal nome che s'è scelto, un ammiccamento a Woody Allen. Classe 1988, bianco, ebreo, laureato in un'università della Ivy League, non prova alcun senso d'inferiorità nei confronti dei rapper che vantano una credibilità di strada. "Qual è la cosa più importante dell'hip-hop? L'autenticità. E per me autenticità significa accettare il fatto che non sono Kendrick Lamar e non vengo dal ghetto. Ognuno ha il dovere di raccontare la propria storia. E la mia è questa qua".
Hoodie Allen è per metà rapper e per metà pop star 2.0. In Italia è appena uscito il suo album di debutto "People keep talking", che contiene "All about it". Negli Stati Uniti è stato pubblicato nell'ottobre 2014 e ha raggiunto la seconda posizione nelle classifiche Rap e R&B, l'ottava in quella generale. Le sue canzoni somigliano a vignette colorate che vanno dal desiderio di diventare attore di successo al rapporto con le "girls" che gli girano attorno, più vari riferimenti alla propria autonomia d'artista. Può permetterseli. È dal 2009 che il rapper distribuisce in modo indipendente mixtape - il più noto è forse "Pep rally" del 2010 - ed EP come "All American" del 2012. "Ho iniziato a fare musica attorno ai 13 anni", racconta a Rockol. "Non sono neanche sicuro del motivo. Mi piace scrivere, raccontare storie divertenti, costruire canzoni. Era un hobby e per un bel pezzo è andata avanti così. Poi ho imparato a usare internet per diffondere la musica. All'inizio la sentivano solo gli amici, poi gli amici degli amici, alla fine ho trovato un vero pubblico". Nel 2010 ha trovato anche un impiego entrando nel programma AdWords di Google, a Mountain View. "Lì ho imparato a pensare in modo critico, ad avere la mente aperta, a essere creativo. Ma fra Google e la mia musica, lavoravo venti ore al giorno. Lasciare l'impiego per dedicarmi al rap è stato un atto di fede".
Google, dice Markowitz, "mi ha insegnato a interagire con la gente a livello di marketing". Ha imparto bene e ha usato internet in modo intelligente per costruire una fanbase coinvolta e attiva che qualcuno ha battezzato Hoodie Mob. "Voglio essere il tipo d'artista che conosce personalmente i suoi fan e non si limita a usarli per le campagne marketing". A volte esagera. Ai tempi di "All American" ha promesso di chiamare chiunque comprasse l'EP. Qualche telefonata l'ha pure fatta, "salvo poi rendermi conto dei problemi di privacy e che chiamare un fan all'estero mi costava di più di quanto avessi guadagnato dalla vendita del disco". Prima di incidere "People keep talking" ha chiesto ai fan di lasciargli un messaggio in segreteria. "Li ho ascoltati tutti. Poi ho capito che usarli nel disco comportava non pochi problemi legali". In compenso, ha inserito nell'album due finti messaggi. Il primo chiude il brano che dà il titolo al disco e riproduce la voce tremante e la sintassi incerta di una fan emozionantissima. "È un modo sarcastico per prendere in giro i superfan, quelli che dicono che ti amano e non sanno nemmeno i titoli delle tue canzoni. È gente a cui interessa solo postare commenti sensazionali sui social. Nel giro di un paio di mesi rivolgono l'attenzione verso qualcun altro".
Il secondo messaggio è contenuto in "Sirens". Un finto discografico - Todd Ferman della Gigantic Records - dice a Hoodie Allen che lo adora e lo vuole mettere sotto contratto, non prima di averne snaturato la musica. "È ispirata a un vero discografico, di cui non dirò il nome. Quando diventi popolare su internet gli A&R cominciano a chiamarti non perché credono in te, ma perché vogliono essere i primi a 'scoprirti' o per dire al capo di averci almeno provato". A dispetto dei ritornelli piacioni e dell'atmosfera scanzonata dell'album, che culmina idealmente nell'inno all'eterna giovinezza "Act my age", Hoodie Allen è piuttosto serio quando difende la propria autonomia. Il senso è: potete dire quel che volete di me, ma non cercherò di compiacervi e continuerò a fare musica a modo mio, restando coi piedi per terra. "È possibile essere un artista convinto di quel che fai senza diventare uno stronzo, come a volte succede nel mondo dell'hop-hop", dice. La collaborazione con Ed Sheeran e il video di "All about it" hanno portato il suo lavoro a un nuovo livello. "Con Ed si è amici da tre anni, eppure non avevamo mai fatto musica assieme. Il video l'abbiamo girato l'ultimo giorno del suo tour nordamericano. Lui non voleva nemmeno apparire. L'ho convinto io a mostrare il suo lato più leggero, che la gente non conosce. Perché nella vita lui è proprio così: un tipo divertente".
(Claudio Todesco)