Sam Smith, intervista: 'Il secondo album sarà ancora più deprimente del primo'

Sam Smith, intervista: 'Il secondo album sarà ancora più deprimente del primo'

Sam Smith arriva all’incontro con la stampa italiana con barba incolta, felpa blu, maglia a righe, orecchini a forma di croce. Nascosti all’interno dei due indici ha tatuato i simboli maschile (Marte) e femminile (Venere). Il ragazzo inglese che solo due anni fa puliva il gabinetto di un pub londinese ora vale milioni di euro. Il suo “In the lonely hour” è il secondo album più venduto nel 2014 nel Regno Unito dopo “X” di Ed Sheeran. Non solo: Smith ha fatto l’en plein ai Grammy portando a casa le statuette per il migliore nuovo artista, canzone e registrazione dell’anno per “Stay with me”, migliore album pop vocale per “In the lonely hour”. È omosessuale e non lo nasconde. Nel video del suo ultimo singolo “Lay me down” è inscenato un matrimonio gay in chiesa. Una nuova versione del pezzo in duetto con John Legend è stata lanciata per raccogliere fondi per Comic Relief, che si occupa anche della comunità LGBT di Londra. Dopo il sold out di stasera all’Alcatraz di Milano, Smith tornerà a esibirsi in Italia sabato 20 giugno all’Assago Summer Arena (MI) e domenica 21 a Rock in Roma. “E quando avrà 40 anni verrò a vivere nel vostro Paese. Voglio trasferirmi a Sestri Levante. E morire in Italia”.
Poco più di un anno fa eri considerato la next big thing, e ora lo sei diventato sul serio…
Ricordo il giorno in cui ho scritto “Stay with me” e l’ho spedita all’etichetta discografica. Mi dissero che sarebbe diventata un successo clamoroso. E quando ti senti dire una cosa del genere non puoi fare a meno di pensare che sarà un flop miserabile. Poteva finire tutto da un momento all’altro e invece sono stato fortunato. È il bello della musica: alla fine decide la gente. Se non vengono ai tuoi concerti e non comprano i tuoi dischi… sei fottuto.
La vittoria ai Grammy ti ha regalato un po’ di sicurezza o ti ha messo addosso ancora più pressione?
Ho cominciato a chiedermi: come faccio a ripetermi a questi livelli? Poi ho capito che non devo per forza rilanciare e la prossima volta vincere cinque Grammy. Devo crescere, questo sì. Voglio essere un artista longevo. Ci saranno alti e bassi nella mia carriera e l’idea mi eccita.
Nelle tue canzoni non nascondi la tua vulnerabilità. Pensi che una delle ragioni del tuo successo?
Credo proprio di sì. È una questione d’onestà. Nelle canzoni mi sono denudato e la gente ci si è riconosciuta. Non è diverso da quel che fa Drake. Ecco perché adesso mi è così difficile scrivere nuove canzoni. Viaggio da un hotel all’altro, non intreccio più relazioni.
Mai avuto paura di fallire? Ti sei mai detto: queste canzoni sono troppo tristi, non piaceranno a nessuno?
Sì, e mi veniva il panico. La casa discografica non voleva farmi usare il titolo “In the lonely hour”. È troppo triste, dicevano, deprimerà le vendite. A un certo punto ho pensato d’intitolare l’album “Stay with me”, ma alla fine mi sono fidato del mio istinto. La gente come Pharrell Williams scrive canzoni per chi è felice, io le scrivo per chi è triste. Non significa che sono un depresso. Anzi, sono più felice di prima perché ho sfogato la tristezza nella musica.
Dopo tutto il successo che hai avuto, il prossimo album sarà allegro…
Oh, no, sarà ancora più deprimente. Per ora ho scritto due canzoni e sono più tristi che mai. Conto di pubblicare il disco l’anno prossimo, o comunque nel giro di un paio d’anni. Parlerà di molti più argomenti rispetto a “In the lonely hour” che trattava un solo tema, la solitudine.
Conterrà anche il pezzo che hai scritto con Linda Perry?
Lo ascoltavo ieri mattina sul tour bus. Lo adoro. Non sono sicuro che sarà nel disco, ma sicuramente ne riflette lo spirito.
Userai lo stesso team produttivo di “In the lonely hour”?
Sì, lavorerò ancora con Jimmy Napes e Steve Fitzmaurice. Sai cosa non mi piace delle pop star che esplodono? Improvvisamente diventano perfette. Puoi quasi vedere i soldi che sono stati spesi per produrre i dischi. Io voglio che il secondo album sia ancora più onesto del primo, voglio che la musica sia grezza, la copertina cruda.
Come ti vedi fra quattro o cinque anni?
Non ne ho la più pallida idea. Un tempo ero un grande pianificatore. Avevo pianificato tutta la mia esistenza, ma gli eventi degli ultimi due anni mi hanno insegnato che tutto può accadere.
Con chi ti piacerebbe duettare in futuro?
Chaka Khan, Jessie Ware, Kanye West. Ma deve succedere in modo naturale, com’è accaduto con John Legend. Odio i dischi la cui track list è un elenco di featuring. Preferisco che i miei dischi raccontino la mia storia. Che siano il mio diario. Sarà egoista, ma è così. Le collaborazioni le lascio nel remix.
Sei stato spesso paragonato ad Adele: come la vivi?
All’inizio mi faceva piacere. È incredibile essere paragonato alla più grande star del pianeta. Ci accomunano l’onestà… e il fatto che non abbiamo il fisico di Beyoncé. Ora mi piace pensare di essere Sam Smith.
Hai sfondato negli Stati Uniti con uno stile molto americano, un po’ come vendere ghiaccio al Polo Sud…
Non era mia intenzione fare un disco americano, a parte la sezione gospel di “Stay with me”. L’ho inciso a Londra, a me sembra inglesissimo. Penso che gli americani ci si possano relazionare per via della mia voce: sono cresciuto imitando cantanti soul come Chaka Khan e Whitney Houston.
Ti consideri un’icona gay?
Ho fatto coming out quando avevo 11 anni e non mi sono mai sentito differente o anormale in quanto omosessuale. Non voglio essere incasellato nella categoria “artista gay che fa musica gay per un pubblico gay”. Faccio musica per tutti. Però mi piacerebbe essere un’icona gay. O anche un’icona, e basta.
Come definiresti la tua musica?
Onesta, triste, coraggiosa.
Coraggiosa?
Ci vuole del coraggio ad accettare di vedere la tua faccia associata in tutto il mondo alla parola “solitudine”. Chiunque sia onesto è anche coraggioso. Nel mondo del pop è molto più semplice interpretare un personaggio: vai al lavoro, reciti, poi vai a casa e torni ad essere te stesso. Ma essere te stesso tutto il tempo… è una di quelle cose che ti fa diventare pazzo.
(Claudio Todesco)

 

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