NEWS   |   Recensioni concerti / 11/02/2015

Queen, Adam Lambert e il fantasma di Mercury: il report del concerto di Milano

Queen, Adam Lambert e il fantasma di Mercury: il report del concerto di Milano

La queerness è tornata sul palco dei Queen. Lasciva e spudorata, s’è fatta spazio ancheggiando fra i riff virili di Brian May e il frastuono di due-batterie-due. L’ha riportata in vita ieri sera Adam Lambert, un trentatreenne uscito da “American Idol” – due album all’attivo e un terzo in arrivo nel 2015 – che non ha niente a che vedere con l’altro cantante andato in tour con quel-che-resta-dei-Queen dopo la morte di Freddie Mercury, e cioè Paul Rodgers. Lambert sale sul palco del Forum di Assago sold out con addosso giubbotto borchiato, occhiali scuri, guanti senza dita e unghie nerosmaltate. Alla quarta canzone già cambia abbigliamento. Scende dalla passerella con canotta nera e corpispalle con frange pendenti e si prende il concerto con un gusto per la teatralità sopra le righe e per lo spettacolo camp. Durante “Killer Queen” s’adagia su una dormeuse, agita un ventaglio in un tripudio di smorfie per poi leccare il microfono. Spudorato. Se lo scopo di Brian May e Roger Taylor era rievocare lo spirito beffardo e trasgressivo di Mercury, le sue pose gay e la vitalità debordante, allora hanno fatto centro.

Non si arriva a un concerto dei Queen – anzi, dei Queen + Adam Lambert, come recitano i cartelloni – senza un’idea preconcetta. Quella più radicale è nota: i Queen senza Mercury non hanno ragione d’esistere, punto. Un’altra s’è fatta strada da quando è stato annunciato questo tour, di cui nel 2012 s’è avuta un’anteprima: Rodgers aveva storia e credibilità, e nello show cantava anche pezzi suoi, Lambert è il prodotto di un talent e non ha spessore. Qualcuno s’è messo a confrontare l’estensione della sua voce con quella di Mercury. Non è questo il punto, anche se annotiamo che l’americano ha cantato bene nonostante fosse reduce da una bronchite che ha causato la cancellazione dello show di Bruxelles dell’8 febbraio. Il punto è che Lambert non possiede la nobiltà, il senso del melodramma e la profondità emotiva di Mercury e sopperisce alla mancanza con uno stile canoro fortemente debitore nei confronti del teatro musicale di Broadway. Ecco la novità di questo spettacolo: un pezzo di showmanship tipicamente americana s’è fatta strada nell’inglesità del gruppo, tant’è che alla fine, quando la band raccoglie l’ultimo applauso sulle note dell’inno del Regno Unito, un accenno a “Star-spangled banner” non stonerebbe.

È uno spettacolone che il pubblico ripaga con un’ovazione dietro l’altra. La band è ovviamente solida, anche se a tratti il suono penalizza le sfumature ritmiche. Alle spalle dei musicisti c’è un enorme schermo ovale semovente dal quale parte una passerella in discesa che porta in mezzo alla platea, a formare una Q. A destra e sinistra, due rampe che somigliano a prue di una nave. Si capisce subito che, nonostante le pose di Lambert, i Queen non si sono trasformati in un teatrino camp. Dopo otto canzoni il cantante s’eclissa nel backstage. Inizia il segmento della nostalgia con Brian May che guadagna il centro della scena accolto da un lunghissimo applauso dentro cui c’è tutto l’affetto degli italiani per lui e per il suo gruppo. “Siamo molto felici di essere tornati qui da voi… Queen da voi”, dice in italiano. “Volete cantare con me?”. E attacca con una chitarra dodici corde acustica “Love of my life”, che praticamente canta solo il pubblico. L’ultima strofa la lascia al “fantasma di Freddie Mercury, che appare in un filmato d’epoca sull’ovale. Anche il chitarrista sembra commosso e si asciuga la guancia sinistra (lacrima o sudore?). Poi, con i compagni (meno Lambert) in chiave unplugged – ovvero Roger Taylor (batteria), suo figlio Rufus Tiger (batteria e percussioni), Neil Fairclough (basso) e il veterano Spike Edney (tastiere) –  ripesca “’39” in aria di CSNY. Taylor canta “These are the days of my life” e “A kind of magic”, gli assoli si susseguono, l’atmosfera si raffredda. Si riscalda nuovamente col piccolo show personale di May all’elettrica, lirico e rumoristico, e col ritorno di Lambert, ora dal look e dalle mosse più sobrie. Dalle 20 mila braccia alzate in aria per “Radio Gaga” in poi è tutta discesa.


“Che ne pensate del nostro nuovo uomo?”, chiede May. Altra ovazione. Parte “Bohemien Rhapsody”: la prima strofa di Lambert è puro Broadway, la seconda la canta Mercury dallo schermo ovale, in un concerto dell’epoca, mentre May sta sul proscenio con addosso un mantello dorato. Ci sono facce commosse e alla fine si perdona la scelta di non cantare la difficile parte operistica, lasciata nel playback dell’originale. Lambert torna nei bis con completo leopardato e corona in testa. “We will rock you” e “We are the champions” chiudono due ore e venti di concerto bilanciato fra la celebrazione del passato commossa, ma non patetica, e il carattere festaiolo del presente. “Grazie per avermi concesso la possibilità di farlo”, dice a un certo punto Lambert, un po’ per ricordare che quella di stasera è “una celebrazione di Freddie e del suo gruppo”, un po’ per spiegare che non è qui per sostituire un frontman insostituibile. Un trionfo per lui e per la migliore tribute band dei Queen in circolazione.

(Claudio Todesco)

SETLIST:

"One vision"
"Stone cold crazy"
"Fat bottomed girls"
"In the lap of the gods"
"Seven seas of Rhye"
"Killer queen"
"I want to break free"
"Somebody to love"
"Love of my life"
"’39"
"These are the days of my life"
"A kind of magic"
"Bass solo / drum battle"
"Last horizon"
"Under pressure"
"Save me"
"Who wants to live forever"
"Tie your mother down"
"I want it all"
"Radio Gaga"
"Crazy little thing called love"
"Bohemian rhapsody"
"We will rock you"
"We are the champions"

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