NEWS   |   Pop/Rock / 14/11/2014

Daniel Lanois, intervista: "Artista e produttore sono una cosa sola"

Daniel Lanois, intervista: "Artista e produttore sono una cosa sola"

C’è la firma inconfondibile di Daniel Lanois sul suono degli artisti più importanti degli  ultimi decenni: ha prodotto U2, Bob Dylan, Peter Gabriel, Neil Young, ha lavorato su album come "The Joshua Tree", "Oh mercy", "So". Ma da qualche tempo, lavora soprattutto per sé: ha inciso dischi di canzoni notevoli (“For the beauty of Wynona” del ’93 o “Here is what is”, del 2007); l’ultimo album “Flesh and machine” è un esperimento sonoro che lo riporta ai tempi della ambient music e del lavoro con il suo mentore, Brian Eno.

Il suono sognante e stratificato di Daniel Lanois arriva dall’arte di ascoltareLanois ha idee forti, precise, esprime concetti in maniera evocativa, ma allo stesso tempo concreta. Basa il suo metodo sull’ascolto: dei suoi “sonics” - come li chiama lui -, dei musicisti che deve produrre, anche delle domande che gli si fa, che vuole essere sicuro di avere capito bene, facendosele ripetere, e richiedendo altrettanta attenzione per le risposte. Sentendolo parlare, tornano in mente le parole di Bob Dylan, nel lungo capitolo dedicato a “Oh mercy” e al lavoro con Lanois nell’autobiografia “Chronicles Vol.1”: “Una cosa che mi piaceva di Lanois era che non si accontentava di galleggiare in superficie. Non gli interessava nemmeno nuotare. Voleva tuffarsi e scendere in profondità. Voleva sposare una sirena”.

Lo raggiungiamo al telefono nel bel mezzo del tour americano: è entusiasta dell’”Electroshow” che ha appena messo in piedi, e che sarà lo stesso che porterà in Italia la prossima primavera (il 20 aprile ai Magazzini Generali di Milano). Una sola risposta è evasiva, quando gli chiediamo cosa ne pensa del nuovo disco degli U2, a cui non ha lavorato: “Non l’ho ancora sentito ancora”, svicola. “Ho sentito quello che stavano facendo un anno fa, e mi sembrava buono. Tu l’hai sentito?” (immaginatevi il mio imbarazzo nel dover dire la mia opinione su “Songs of innocence” all’uomo che ha fatto il suono degli U2: seguono bofonchi vari). A parte questa piccolo trucco diplomatico, per il resto, sentire parlare Lanois è una piccola lezione di filosofia della musica.

 

Come è nato “Flesh and machine”?

E’ da tempo che volevo sperimentare un nuovo modo di fare musica, creare una sorta laboratorio con i miei suoni. La cosa più importante, per me, è che stiamo portando questo laboratorio in concerto. Sono in tour in questo momento, e il concerto è una sorta di studio di registrazione sul palco, che mi permette di fare davanti al pubblico le cose che normalmente fai da solo, tra quattro pareti, dietro una porta chiusa. Dub, campionamenti, mix: faccio tutto dal vivo. Mi permette di improvvisare su delle fondamenta, che ho costruito in studio su un registratore a 8 piste che ho portato con me e che usiamo come base.

 

Il disco mette assieme diversi suoni, dal rock all’ambient music a cui lavoravi con Brian Eno.

Per inciderlo ho scavato nella mia storia sonora, sono andato indietro a quei giorni con Brian, recuperando suoni collegati a quelli che usavamo allora. In quei giorni eravamo davvero devoti a quell’approccio e una simile devozione è stata usata per fare questo disco. Non sono simili i suoni, quanto la filosofia: piuttosto che scrivere io canzoni ho lasciato che la musica mi dicesse dove andare. Anche per questo non ho cantato nel disco: queste musiche non avevano bisogno di parole.

 

L’attenzione ai dettagli, la stratificazione sonora: è musica da ascoltare in cuffia, la tua. Sei d’accordo?

Mi piace che “Flesh and machine” sia un “headphone record”, perché mi dà l’idea di accompagnare l’ascoltatore in un viaggio. E’ mia responsabilità far sentire all’ascoltatore qualcosa di diverso, che non ha mai sentito. Toccare il suo cuore, trasportarlo in un posto che lo faccia sentire diverso da dov’era prima dell’inizio dell’ascolto.

 

Cambi approccio quando lavori alla tua musica e quando lavori a quella di altri artisti? 

Quando produco dischi per altri artisti, ho una responsabilità diversa, quella di capire i loro sogni. Abbiamo lunghe conversazioni su questi sogni e speriamo di arrivare assieme ad un luogo magico. E’ un processo difficile da raccontare, perché la magia non è può essere misurata. Ci arrivi in modi imprevisti: attraverso il talento, certo. Ma per caso, per devozione, per scambi fatti di sfumature. Fortunatamente questa magia è capitata qualche volta anche quando lavoravo da solo, quando ho la stessa responsabilità verso me stesso.

 

Però c’è una tua firma sonora, sia nei tuoi dischi che in quelli che hai prodotto. Il tuo suono è sempre riconoscibile.

Sì, credo di avere una mia firma. E’ una firma sonora che cambia, come i capitoli della mia vita: i suoni che usavo negli anni ’80 sono ancora con me, ma si sono evoluti. Talvolta mi esalto per un approccio, dura qualche anno, poi cambio ancora. Cerco di non abbandonare mai il passato, di portarlo sempre con me nelle cose nuove che faccio. “Firma” è una parola molto importante, perché comprende anche cose che ho imparato lavorando con gli altri. Se lavoro con Bob Dylan, un po’ di lui vivrà dentro di me in futuro; se lavoro con Jimmy Cliff in Giamaica, un uomo molto spirituale, poi un po’ di Jimmy rimarrà in me e un po’ di Daniel Lanois rimarrà in lui. Questa è la parte fenomenale dello scambio che fai con questi grandi artisti, producendo la loro musica: diventano parte di te e tu di loro.

 

Bob Dylan parla di te in maniera molto sentita nelle sue “Chronicles”, per il lavoro che avete fatto assieme su “Oh mercy”.

E’ un disco che amo, molto intimo. La maggior parte del disco è stata fatta con io e lui seduti in cucina su due sedie, parlando e concentrandoci sulle canzoni, su come porgere la sua voce, che suono dargli. Quel disco ha una sua presenza, e non parlo solo di frequenza sonore, ma proprio del fatto che fa sentire che c’è qualcuno. E’ stata una grande lezione.

 

Dalle parole di Dylan si intuisce che avete anche avuto divergenze, forse scontri. E’ una cosa che capita spesso quando lavori con altri artisti?

Non voglio usare la parola “scontro”, sa di teppisti di strada. Non mi ricordo di scontri con lui o in altre circostanze. Il processo creativo è fatto di rivelazioni, e quando qualcosa si rivela, devi abbandonare altri aspetti di quello che sarà il disco. Più che “scontro” è una sorta di intelligenza, perché questa parola spiega come si evolve il pensiero, come cerchi di metterlo davanti a tutto nel processo creativo finché non diventa chiaro alla spazio in cui stanno le persone. Lo spazio in cui si lavora ha una sua intelligenza. E’ evoluzione, conoscenza, saggezza, visione. E' la capacità di riconoscere dove sta l’originalità. 

 

Preferisci lavorare da solo o come produttore?

La risposta a questa domanda è cambiata con il tempo. Oggi il lavoro da artista e da produttore sono diventati una cosa sola. Porto lo studio sul palco, e se qualcuno vuole lavorare con me, mi raggiunge lì: possiamo fare musica sul momento, pubblicarla il giorno dopo. L’altra sera ho suonato con i Tinariwen a New York. Ho messo il mio studio di registrazione in macchina e ho fatto un remix d un loro brano, girando per la città su una Cadillac del ‘72. In questo momento è questa la direzione che mi interessa.





 

A proposito di spazi particolari di registrazione: “Le Noise” di Neil Young è stato inciso in uno di questi modi. 

L’abbiamo registrato in una vecchia casa di Los Angeles costruita negli anni ’20, che è diventata il mio studio. E’ un disco con un grande suono perché è stato registrato in una grande casa, con grandi saloni, grandi corridoi. Neil Young aveva idee molto chiare su quello che voleva. Non voleva musicisti, per esempio: voleva suonare tutto da solo. Questo mi ha reso le cose più facili, ho potuto applicare i miei suoni, i miei esperimenti cercando di soddisfare un solo musicista, non una band intera. 

 

E’ più facile lavorare con un artista da solo o con una band?

Con una band ci vuole più tempo, più mediazione. Quando ho lavorato con i Neville Brothers, ogni fratello aveva una sua idea sulle canzoni da includere nell'album, "Yellow moon". Non è stato difficile, ma devi sapere ascoltare con attenzione ogni persona che hai davanti.

 

Credi che il lavoro del produttore sia riconosciuto come deve? Certe volte è più importente di quello degli artisti stessi.

Non credo che i produttori debbano avere più credito di quello che già hanno. Devono solo fare il loro lavoro, appunto: aiutare gli artisti a realizzare i loro sogni sonori.

 

Però tu tendi spesso ad intervenire direttamente nella creazione della musica, suonando nei dischi che produci, qualche volta arrivando a cofirmare le canzoni, come è successo con gli U2.

Mi piace suonare un po’ la chitarra, qualche volta la batteria. Io sono prima di tutto un musicista, è il mio contributo allo spazio musicale a cui mi viene chiesto di partecipare. Voglio essere sicuro di conoscere la struttura della canzone, gli accordi, i riff, la melodia, le parole. Più sei informato, migliore è il lavoro che fai.

 

C’è un artista che vorresti produrre?

Una volta dicevo che avrei voluto fare un disco con Neil Young, ma sono già riuscito a farlo. Lascerò che la natura venga a me e vediamo cosa succederà.

 

(Gianni Sibilla)

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