Articoli - 26/06/2004
Patti Scialfa: ‘Ho sempre lottato per imporre una mia identità, anche artistica’
Si alza presto perché ama la mattina, si occupa dei figli a tempo pieno e alle 10 della sera è già a dormire. La sua boheme, all'’inizio degli anni ’80, l’ha trascorsa a Chelsea talmente lontana dall’atmosfera maledetta del quartiere di New York più amato dal rock da non essere mai entrata al Chelsea Hotel nei 15 anni trascorsi attorno a quella 23rd street entrata poi nel titolo del suo nuovo album appena pubblicato, “23rd street lullaby”. Il suo nome è Patti Scialfa, moglie e fulcro emotivo di Bruce Springsteen, nonché backing vocalist della E Street Band. Con questo nuovo album solista, per il quale ha chiamato in aiuto un folto numero di amici famosi, Patti rivolge uno sguardo pieno di tenerezza ai suoi anni di Chelsea e aggiunge un nuovo tassello alla sua identità di artista che, a dispetto delle dicerie dei maligni, affonda la sua radici prima del 1984, l’anno fatidico del suo ingresso nella E Street Band.
C’è una risposta che chi incontra Patti Scialfa, oggi 25 giugno a Roma presentare il disco alla stampa italiana deve ai fan del “Boss”: perché lei? Perché è una donna dai modi incantevoli, simpatica, sinceramente innamorata della musica e perfettamente consapevole di avere la fortuna di essere la protagonista di una delle storie belle del sogno americano. Come se non bastasse, è anche una mamma a tempo pieno e una moglie perfettamente a suo agio con gli amici del marito, visto che con molti di loro è stata insieme all’università.
“Ho abitato a Chelsea per 15 anni al principio degli anni ’80: ho sempre amato Bob Dylan e così, anche per me, quel quartiere rappresentava un mito. Il Chelsea Hotel era per me la parte misteriosa della creatività, quella tendenza alla decadenza che non ho mai amato. Il rock’n’roll non è decadenza ma una musica vitale. Dentro il Chelsea Hotel sono entrata quest’anno per il servizio fotografico della copertina del mio album: all’epoca non me lo potevo permettere”, racconta. La storia dei suoi studi e delle sue amicizie nate nelle aule universitarie spiega molte cose sul mondo del rock americano e, al tempo stesso, svela alcuni particolari gustosi suoi suoi legami con le leggende del rock del New Jersey. "Ho frequentato un liceo artistico a Miami dove ho avuto come compagni di studi Pat Metheny e Bruce Hornsby. Poi mi sono iscritta alla New York University dove sono diventata amica con Steve Jordan, un batterista di classe internazionale e uno dei produttori migliori della scena che ha avuto la grazia di lavorare al mio album. A quel punto ho cominciato a fare le mie prime cose da cantante con Narada Michael Walden, grazie al quale ho conosciuto David Sancious. Grazie a lui ho cominciato a suonare nel circuito dei club di New York: ricordo ancora che uno degli spettatori più assidui era Doc Pomus. Sempre grazie a Sancious sono entrata negli Asbury Jukes di Southside Johnny: ecco perché nel mio disco c’è anche Bobby Bandiera, il formidabile chitarrista dei Jukes. Con i Jukes ho cominciato a suonare allo Stone Pony dove ho conosciuto Bruce … Anche se sono nata qui, nel New Jersey ci sono arrivata da New York, non ho fatto parte di quell’ambiente da cui sono nate le leggende del Jersey rock come i Jukes e la E Street Band. Penso ancora con emozione alla gioia che ho provato quando l’Atlantic mi diede tremila dollari per scegliere i musicisti della mia band”. Potrebbe essere la pagina del diario in cui una Jersey girl fissa i suoi sogni: invece è la sintesi della vita della donna che, dopo essere salita sul palco del Born in the USA tour, è diventata la moglie di Springsteen e la madre affetuosissima dei suoi figli, riportando la serenità nella vita del Boss dopo il travagliato periodo del suo matrimonio con Julianne Phillips e del temporaneo trasferimento sulla West Coast. “So bene di essere una donna fortunata. Così come sono consapevole che essendo la moglie di un uomo che ha segnato la vita di milioni di fan in tutto il mondo sono molto invidiata. D’altra parte (dice con una bella risata) tu non ami la gente che sposa qualcuno che tu ami”.
Sfugge invece al confronto con Yoko Ono, il confronto cioè tra la sua immagine di compagna-stabilizzatrice e quella della donna accusata di aver contribuito alla fine dei Beatles plagiando il suo uomo. “Non mi piace il fatto che nella nostra cultura la donna venga utilizzata come simbolo delle cose che non vanno, una cultura in cui a 35 anni la donna non può più essere sexy. Non mi piace neanche parlare di altre persone che non conosco. Voglio però ricordare che io ho sempre lottato per imporre una mia identità, anche artistica. Ricordo quando mi sono sposata con Bruce, Steve Jordan mi ha detto: ‘non vorrai mica diventare solo la moglie di una rockstar? guarda che devi finire il tuo disco”. Guardando la lista dei musicisti che partecipano a “23rd street lullaby”, Nils Lofgren, Marc Ribot, Larry Campbell, Bobby Bandiera, Clifford Carter, Willie Weeks, Suzy Tyrell, oltre a Bruce Springsteen, pensando anche ai legami strettissimi che esistono all’interno della E Street Band, vien da chiedere quale sia l’elemento che consente amicizie così durature. “Credo che l’elemento fondamentale sia il fatto che parliamo la stessa lingua, ci capiamo al volo. Tra l’altro io non sono certo uno di quei tipi super sociali, non esco la sera, non frequento gente e club alla moda: devo pensare ai miei figli. Amo svegliarmi molto presto, sono uno di quei tipi che la mattina è di buon umore, per me è il momento migliore della giornata, quello in cui trovo lo spazio per le mie cose private, i libri da leggere. Nessun segreto dunque: queste amicizie esistono perché condividiamo alcuni valori e i nostri interessi. Poi mi sono abituata a vivere accanto a un uomo che fa cambiare la temperatura ogni volta che entra in una stanza”. Un uomo da cui, “salendo sul palco, ho imparato cosa sia il professionismo e a dare sempre il meglio di te stesso”.
C’è una risposta che chi incontra Patti Scialfa, oggi 25 giugno a Roma presentare il disco alla stampa italiana deve ai fan del “Boss”: perché lei? Perché è una donna dai modi incantevoli, simpatica, sinceramente innamorata della musica e perfettamente consapevole di avere la fortuna di essere la protagonista di una delle storie belle del sogno americano. Come se non bastasse, è anche una mamma a tempo pieno e una moglie perfettamente a suo agio con gli amici del marito, visto che con molti di loro è stata insieme all’università.
“Ho abitato a Chelsea per 15 anni al principio degli anni ’80: ho sempre amato Bob Dylan e così, anche per me, quel quartiere rappresentava un mito. Il Chelsea Hotel era per me la parte misteriosa della creatività, quella tendenza alla decadenza che non ho mai amato. Il rock’n’roll non è decadenza ma una musica vitale. Dentro il Chelsea Hotel sono entrata quest’anno per il servizio fotografico della copertina del mio album: all’epoca non me lo potevo permettere”, racconta. La storia dei suoi studi e delle sue amicizie nate nelle aule universitarie spiega molte cose sul mondo del rock americano e, al tempo stesso, svela alcuni particolari gustosi suoi suoi legami con le leggende del rock del New Jersey. "Ho frequentato un liceo artistico a Miami dove ho avuto come compagni di studi Pat Metheny e Bruce Hornsby. Poi mi sono iscritta alla New York University dove sono diventata amica con Steve Jordan, un batterista di classe internazionale e uno dei produttori migliori della scena che ha avuto la grazia di lavorare al mio album. A quel punto ho cominciato a fare le mie prime cose da cantante con Narada Michael Walden, grazie al quale ho conosciuto David Sancious. Grazie a lui ho cominciato a suonare nel circuito dei club di New York: ricordo ancora che uno degli spettatori più assidui era Doc Pomus. Sempre grazie a Sancious sono entrata negli Asbury Jukes di Southside Johnny: ecco perché nel mio disco c’è anche Bobby Bandiera, il formidabile chitarrista dei Jukes. Con i Jukes ho cominciato a suonare allo Stone Pony dove ho conosciuto Bruce … Anche se sono nata qui, nel New Jersey ci sono arrivata da New York, non ho fatto parte di quell’ambiente da cui sono nate le leggende del Jersey rock come i Jukes e la E Street Band. Penso ancora con emozione alla gioia che ho provato quando l’Atlantic mi diede tremila dollari per scegliere i musicisti della mia band”. Potrebbe essere la pagina del diario in cui una Jersey girl fissa i suoi sogni: invece è la sintesi della vita della donna che, dopo essere salita sul palco del Born in the USA tour, è diventata la moglie di Springsteen e la madre affetuosissima dei suoi figli, riportando la serenità nella vita del Boss dopo il travagliato periodo del suo matrimonio con Julianne Phillips e del temporaneo trasferimento sulla West Coast. “So bene di essere una donna fortunata. Così come sono consapevole che essendo la moglie di un uomo che ha segnato la vita di milioni di fan in tutto il mondo sono molto invidiata. D’altra parte (dice con una bella risata) tu non ami la gente che sposa qualcuno che tu ami”.
Sfugge invece al confronto con Yoko Ono, il confronto cioè tra la sua immagine di compagna-stabilizzatrice e quella della donna accusata di aver contribuito alla fine dei Beatles plagiando il suo uomo. “Non mi piace il fatto che nella nostra cultura la donna venga utilizzata come simbolo delle cose che non vanno, una cultura in cui a 35 anni la donna non può più essere sexy. Non mi piace neanche parlare di altre persone che non conosco. Voglio però ricordare che io ho sempre lottato per imporre una mia identità, anche artistica. Ricordo quando mi sono sposata con Bruce, Steve Jordan mi ha detto: ‘non vorrai mica diventare solo la moglie di una rockstar? guarda che devi finire il tuo disco”. Guardando la lista dei musicisti che partecipano a “23rd street lullaby”, Nils Lofgren, Marc Ribot, Larry Campbell, Bobby Bandiera, Clifford Carter, Willie Weeks, Suzy Tyrell, oltre a Bruce Springsteen, pensando anche ai legami strettissimi che esistono all’interno della E Street Band, vien da chiedere quale sia l’elemento che consente amicizie così durature. “Credo che l’elemento fondamentale sia il fatto che parliamo la stessa lingua, ci capiamo al volo. Tra l’altro io non sono certo uno di quei tipi super sociali, non esco la sera, non frequento gente e club alla moda: devo pensare ai miei figli. Amo svegliarmi molto presto, sono uno di quei tipi che la mattina è di buon umore, per me è il momento migliore della giornata, quello in cui trovo lo spazio per le mie cose private, i libri da leggere. Nessun segreto dunque: queste amicizie esistono perché condividiamo alcuni valori e i nostri interessi. Poi mi sono abituata a vivere accanto a un uomo che fa cambiare la temperatura ogni volta che entra in una stanza”. Un uomo da cui, “salendo sul palco, ho imparato cosa sia il professionismo e a dare sempre il meglio di te stesso”.
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