Fumi di Londra: Lory Muratti incontra gli Howling Bells

Devo uscire di qui.
Stanotte devo ritrovare le strade senza sapere dove andare.
Questa volta devo ignorare il programma che mi vorrebbe seduto davanti allo schermo di un computer a mixare per ascoltare invece il suono di questa città e scoprire dove mi porterà.
Accade sempre qualcosa oltre la porta.

Dentro casa il silenzio di un angolo di Londra dove i rumori non arrivano, fuori le infinite possibilità a cui posso avere accesso con un semplice clik, quello della serratura che scatta alle mie spalle.
È martedì sera e sono da solo. Ho abbandonato tutti per concentrarmi sui brani che sto producendo, il mio telefono finalmente non suona più ed io permango in un piacevole limbo privo di connessione. Sciopero preordinato con finte relazioni, incombenze, social network e psicodrammi derivati. Esco senza avere la più pallida idea di cosa accada in città e allora decido di andare “in centro” a chiedere, come farei se fossi nel countryside italiano, in un paese come quello dal quale provengo dove camminerei fino al bar della piazza per chiedere ad Angelo, che troverei come una certezza dietro al bancone: “Che succede stasera? Che si fa?”

La metropolitana sbanda smarrita come me dentro il misterioso tunnel dell’esistenza. Le persone hanno smesso di parlarsi ere fa, ma adesso hanno splendidi piccoli congegni a far loro compagnia. L’amicizia si è fatta miniatura, non si sente più, ma si può toccare con la punta delle dita. Si può far scorrere il mondo scivolando a destra o a sinistra. Io scendo invece a Tottenham Court Road e scivolo via.

Soho conserva i suoi bagliori allampanati, i neon colorati dentro le vetrine dei sexy shops, le insegne dei ristoranti affacciati su Old Compton Street e i volti sorridenti di coppie al primo appuntamento.

Dove sto andando? Mi chiedo fermandomi un istante all’incrocio con Frith Street e fissando da lontano l’insegna del Bar Italia che anni fa i Pulp frequentavano in modo talmente assiduo da aver intitolato con quel nome persino un brano del loro disco “Different class”. Una ragazza con evidente accento francese si avvicina e mi chiede:
“Cosa fai stasera?”
“Cerco una risposta” le dico girandomi, ma lanciando ancora qualche occhiata nella direzione opposta, verso il bar. Nemmeno oggi ho cenato. Il tempo dentro la timeline di una canzone che si ripete milioni di volte mentre cerchi di far suonare tutto come si deve smette di avere un significato e ha senso solo in relazione a strofe e ritornelli. Il tempo che qui fuori sembra invece essersi fermato e riporta alla memoria quello che io ho dimenticato, almeno in apparenza.
“Al Madame Jojo’s si esibiscono gli Howling Bells” mi dice la PR senza sorridere e mi allunga un flyer fissandomi immobile.
“E così sia…” dico afferrando la cartolina promozionale del martedi del locale. “White Heat” il nome della serata.
Ecco dove stavo andando, penso ringraziando la sconosciuta che però sta già informando del concerto altri passanti. Ecco dove ero solito andare il martedì sera nel lontano 2007. Certe cose per fortuna non cambiano nemmeno in questa mutevole città. Certe cose sono lì dove le avevi lasciate e allora il Madame Jojo’s sarà ancora in Brewer Street, penso rabbrividendo per un colpo di vento che sale e mi spinge nella giusta direzione. Per di qua.

Scesa la ripida scala di ingresso, il locale si apre davanti ai miei occhi proprio come lo avevo lasciato. Un bodouir anni ’50 dove il rosso la fa da padrone. Tavolini bassi, divani in pelle, velluti e luci intermittenti, palco sul lato opposto all’ingresso e nel mezzo la fossa in stile strip club sulla quale ci si può affacciare da quassù osservando chi guarderà il concerto dal basso.
London’s infamous art rock disco è lo storico slogan di questo locale ed è ricordando quelle parole che mi sembra di essere appena tornato a casa dopo un viaggio in mare aperto durante il quale ho dovuto affrontare tempeste e pirati. Sconfitto dalle evidenze, ho indossato benda e uncino e mi sono quindi unito a loro.
“Hey dude!” grida incredulo Dave il barista vedendomi entrare e facendomi cenno di raggiungerlo. Ci abbracciamo facendo ponte sopra al bancone e lui mi chiede che fine avevo fatto versandomi quello che bevevo allora e che suppone io beva ancora. Per fortuna ha ragione così brindiamo mentre il locale si riempie, mentre io lo aggiorno, mentre le luci si abbassano, mentre la musica del Dj che stava passando un brano di Kate Bush sfuma e come da copione, la band fa il suo ingresso sul palco quasi in punta di piedi.
“Amo questi ragazzi…” dice Dave sporgendosi dal bar per ascoltare meglio.
“Li conosci?” chiedo piuttosto stupito dall’affluenza di pubblico che sembra più di quanto io solitamente ricordassi. La serata del martedì qui è dedicata a band emergenti o “almost famous”, ma nella notte del mio homecoming sembra che io abbia trovato qualcosa di ben diverso.

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“Gli Howling Bells sono una band australiana che sfugge alle definizioni di genere con un trascorso di tutto rispetto e di onesta fatica alle spalle” mi racconta Dave e, mentre loro attaccano a suonare con un brano intitolato “Paris” che la dice lunga su quanto l’antica Europa abbia influenzato la band, io scopro la loro storia dalla voce dell’amico ritrovato.

Scopro che quello che presentano stasera è il loro quarto disco “Heartstrings” e che uno dei precedenti è stato nelle top 100 in UK portandoli a suonare ovunque in questi anni e permettendogli di condividere i tour di nomi come Coldplay, Placebo e Killers.
Sopra ogni cosa scopro però del loro coraggio nel lasciare tutto una decade fa per trasferirsi in quattro in una stanza qui a Londra. Una stanza che hanno condiviso per quasi un anno facendo ogni tipo di lavoro per inseguire un sogno che giustifica qualsiasi sacrificio e che si traduce nelle affascinanti note che mi circondano oggi. Suoni da un’altra epoca riassunti nel loro atteggiamento elegantemente rock e nella voce trasognata di Juanita che mi porta in viaggio sui tetti di Parigi anche se i miei piedi sono ben saldi dentro uno dei locali più retrò e mitteleuropei di Londra.
Lascio Dave alzando il calice e mi avvicino al banco mixer dove il fonico mi sorride e mi fa spazio accanto a lui riconoscendo in me un simile. Io ringrazio e mi abbandono ad ascoltare ogni singola nota, stanotte mi fido di questi amici che non conosco e mi lacio guidare senza alcuna riserva. Resto incantanto da un’onda di armonie che risuonano in me come non mi capitava da tempo e realizzo che un concerto come questo in un vecchio locale underground, qui in una Londra dimenticata eppure vivida, è una delle poche cose che mi sappiano ancora emozionare come se i miei occhi fossero nuovi al mondo. Mentre nelle strade ci trasformiamo in mostri che non credono più a niente, vittime di ciò che noi stessi abbiamo creato, qui sotto c’è una band che ha coraggio da vendere e strepitosi campanelli che risuonano nella mia testa mentre chitarre stralunate e una voce inconfondibile prendono la mira e vanno dritte al cuore.

And now it's morning there's only one place we can go. It's around the corner in Soho where other broken people go. Let's go…

Lory Muratti è un artista visionario. Musicista e scrittore, è figlio del mercante d’arte Andrea Muratti e della ballerina Helen Bresson. Dopo aver firmato i suoi lavori nascondendosi per circa un decennio dietro lo pseudonimo “Tibe”, ha di recente svelato la sua identità con il progetto letterario e musicale “Scintilla” edito in Italia da Feltrinelli e Mescal. Con la rubrica “Fumi di Londra” racconta ai lettori di Rockol di incontri musicali, artisti dal mondo, luoghi misteriosi e notti infinite nella città più rock d’Europa, dove è di recente tornato a vivere e lavorare su un suo prossimo progetto internazionale.

 

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