Eagles al Summer Festival di Lucca, il report del concerto
In una stagione in cui le reunion delle rock band sono all'ordine del giorno, passa dall'Italia quella che possiamo considerare la madre di tutta le reunion, quantomeno dal punto di vista economico (che – cinicamente, ma realisticamente – rimane il motivo principale di queste operazioni).
Lo dicono i numeri: in un anno di tour tra Nord America e Europa gli Eagles hanno fatto 87 concerti esibendosi davanti a 1,1 milione di persone incassando 145 milioni di dollari. Quella di Lucca era l'ultima data del tour europeo (riprenderà a fine agosto negli USA) e diciamo che la fatica della tournée si leggeva nei loro volti. Rispetto alla set list delle date inglesi (che durava circa tre ore), qui in Italia è stato tagliato di netto tutto il repertorio country-rock acustico - quello dei primi due album, per intenderci – con canzoni come “Witchy Woman”, “Doolin-Dalton” o “Peaceful Easy Feeling”. Ed è un vero peccato, primo perché queste sonorità sono paradossalmente tornate di gran moda (anche tra il grande pubblico) e poi perché nei pochi episodi in cui la band si è esibita su queste frequenze, come in “Lyin' Eyes” o nella conclusiva “Desperado”, i risultati sono stati eccellenti. Evidentemente hanno ritenuto più efficace per il pubblico italiano concentrarsi, oltre che sui grandi classici, sul repertorio più rock fm e in qualche episodio solista dei membri della band.
C'è da dire che Glen Frey è sempre lo stesso di quando lo avevamo lasciato ai tempi di Beverly Hills Cop: camicia di jeans aperta, t-shirt e mascellona volitiva. Don Henley, che si alterna tra la batteria e la chitarra acustica, è invece il più invecchiato ma continua ad avere una voce straordinaria. Joe Walsh, il chitarrista arrivato in un secondo tempo nella band a dare un'impronta più southern rock, è sempre il solito tamarro (ex?) ubriacone, fisicamente un misto tra Iggy Pop e Rick Parfitt degli Status Quo, fa lo scemo con il pubblico, gioca con il talk box, ma tiene il palcoscenico anche grazie a una gran tecnica chitarristica.
Della formazione originale c'è infine il bassista Timothy B. Schmit, preciso con lo strumento e voce solista nel lezioso pop di “I can't tell you why” (dove l'impressione era quella di ascoltare la versione del disco, anche il solo di chitarra del buon gregario Stuart Smith era identico all'originale di Don Felder).
Grande trasporto del pubblico per “Heartache tonight”, “One of these nights” e “Tequila sunrise”, mentre evitabili nella parte centrale alcune canzoni della carriera solista eighties di Don Henley (“Dirty Laundry” invecchiatissima e fuori luogo, avesse almeno fatto quel gioiellino di “The boys of summer”) e di Joe Walsh (“In the city” e l'assurdo hard rock-reggae “Life's been good”). Per un'ironica legge del contrappasso il pubblico, accorso da tutta Italia per questa data esclusiva, sembrava composto da tanti drughi gli stessi che nel film The Big Lebowski bistrattavano la band americana.
Gran finale con l'intensa “Hotel California” che da sola varrebbe il concerto, “Take it Easy” e la già citata “Desperado”.
Concerto relativamente breve (1 ora e 40 minuti) ma impeccabile dal punto di vista tecnico: suono perfetto e band (in tutto sono in nove sul palco: 3 chitarre, 3 tastiere, basso e due batterie/percussioni) che non sbaglia una virgola. Ad aiutare la serata anche la splendida piazza Napoleone di Lucca, location del Summer Festival che ha esordito con un bel sold out, nonostante i prezzi non proprio abbordabili (moltissimi gli americani, turisti e abitanti nella tuscan countryside).
(Michele Boroni)
SETLIST
How long
Take it to the limit
Tequila sunrise
I can't tell you why
Lyin' eyes
Heartache tonight (Acoustic)
Those shoes
In the city
One of these nights
Life's been good
Dirty laundry
Funk #49
Life in the fast lane
Encore
Hotel California
Take it easy
Rocky Mountain Way
Desperado