Chris Robinson: 'La mia band è un antidoto all'ossessione del successo'

Chris Robinson: 'La mia band è un antidoto all'ossessione del successo'

Alle undici di mattina, a casa sua in California, Chris Robinson è già in viaggio in un universo musicale parallelo. Ascolta i "Melbourne studio tapes" di Daevid Allen con la Invisible Opera Company of Oz. E parla con entusiasmo di "Tuscan castle and country seat", disco di un compositore italiano - Teisco, alias Marco Melchiori - specializzato in library music e sonorizzazioni. Psichedelia di matrice esoterica, quasi a rimarcare che i Black Crowes sono sempre più lontani. Mentre presente e futuro appartengono alla sua "Brotherhood" che ha appena sfornato il terzo album di studio in meno di due anni , "Phosphorescent harvest".

Ormai è evidente che la Chris Robinson Brotherhood è tutt'altro che un passatempo.

Il fatto è che da molti anni, per così dire, i

Black Crowes camminavano su gambe traballanti. Non credo che i componenti del gruppo, per lo meno quelli che ne fanno parte dall'inizio, siano molto interessati a produrre nuova musica e a scrivere nuove canzoni. A loro interessa solo suonare quel che c'è già in circolazione. Per me, invece, quel che è stato prima ha poca importanza. Mi sento un artista nel senso che la musica per me è un impulso, un obbligo. E' la mia bussola, l'unico modo per sapere dove mi trovo. Il mio modo di vedere, toccare, annusare e percepire il mondo. Scrivere è sempre stato il mio interesse e il mio obiettivo principale, fin da quando ero bambino. Prima testi, poi poesie, poi canzoni. Mi interessava solo quello, e all'epoca non pensavo che sarei mai diventato un cantante, un performer, un chitarrista. Tutto parte dalla scrittura e la musica cambia, si evolve. L'altro giorno, seduti sul tour bus, discutevamo su cosa sia la nostra band: vogliamo assomigliare ai protagonisti di quel film di Robert Altman, "McCabe & Mrs. Miller' ('I compari', nella versione italiana), ci siamo detti, ma suonare come se la colonna sonora fosse opera della Mwandishi Band di Herbie Hancock! Quando i Black Crowes si sono fermati, tutti per essere diplomatici hanno parlato di una pausa di riflessione...E capisco che qualcuno possa pensare che la Chris Robinson Brotherhood sia un progetto collaterale: ma la realtà è che questa oggi è la mia band e i Black Crowes sono diventati secondari. Siamo stati fortunati, ad avere tutto quel successo. Ma oggi, dopo venti o venticinque anni di carriera, sono contento di avere una band come la CRB perché ci permette di comunicare in profondità, di esprimerci liberamente e di avere un rapporto intimo e costante con il nostro pubblico. In un mondo dominato dall'ansia e dal timore, dall'odio e dall'avidità, noi vogliamo  rappresentare qualcosa di completamente diverso.

In che senso?

Credo che Timothy Leary avesse ragione quando diceva "Turn on, tune in, drop out". Ma era la sua prospettiva a essere sbagliata: il punto è che non si tratta solo di LSD ma di andare contro la cultura delle corporation, l'ingordigia che sta distruggendo il mondo. Sintonizzatevi sulla vostra lunghezza d'onda, sulle più genuine vibrazioni positive, facendovi guidare dall'amore. "Accendetevi" con qualunque cosa possa servire allo scopo: yoga, droghe psichedeliche, sesso, marijuana, libri, musica...E autoemarginatevi volontariamente, smettendola di far parte della macchina. Spegnete la televisione, non leggete le notizie dei giornali...

E' la "California freak" a cui inneggiano le copertine della CRB?

Esatto, la California è tuttora un luogo in cui si verificano eventi cosmici. E' il miglior scenario possibile per la nascita di una band come la nostra: siamo una band californiana sotto l'insegna dell'Unicorno. Quella California è un luogo mistico che esiste nelle nostre menti, oltre che un luogo fisico.

I tre dischi pubblicati finora dalla CRB suonano diversi uno dall'altro. Il primo sembrava più improvvisato, votato alle jam, mentre il nuovo privilegia le canzoni. Meno assoli e più melodia. 

In parte è stata una scelta intenzionale. Da quando abbiamo messo insieme il gruppo abbiamo fatto 180 concerti, iniziando in California per poi allargare il raggio d'azione a tutto il resto degli Stati Uniti. Nel frattempo non abbiamo immesso nessuna registrazione sul mercato, non ci siamo fatti fotografare, non abbiamo concesso interviste. Nel music business di oggi sembra che tutti, produttori e case discografiche in primo luogo, siano alla ricerca di musicisti desiderosi di far soldi e di diventare famosi. E in un mondo in cui tutti cercando di andare nei programmi tv o di piazzare una canzone in uno spot pubblicitario la mia idea è di fare musica biella e piena d'anima, diffonderla e lasciare che sia la gente a venire a cercarci. Di suonare senza le solite menate egocentriche, mandando a quel paese l'entourage, i discorsi sui soldi e tutto il resto. Vogliamo fare le cose in modo puro e autentico, e farle a modo nostro. Ed è così che abbiamo cominciato. All'epoca del primo disco, era il gennaio del 2012, siamo entrati in studio, ci siamo seduti sul pavimento e abbiamo cominciato a suonare la musica che facevamo ogni sera in concerto. Poi, col passare dei mesi, il nostro modo di scrivere è cambiato: io e Neal Casal ci siamo messi a lavorare assieme con più tempo a disposizione e meno canzoni su cui concentrarci. Stavolta abbiamo voluto fare un disco che suonasse decisamente più "prodotto", e unico: un disco così non lo avevo mai fatto prima d'ora. Sapevamo che l'anno scorso i Black Crowes sarebbero andati in tour e che dovevamo fare in fretta a completare le tracce base dell'album. Avevamo due settimane di tempo per realizzare il tutto con Thom (Monahan), il nostro produttore, mentre io e Adam MacDougall suonavamo con i Crowes, Neal collaborava con Phil Lesh e la grande famiglia Grateful Dead e tutti facevano le proprie cose. Ogni volta che qualcuno tornava a casa per un paio di giorni si recava nello studio, il Sunset Sound, per incidere la sua parte. Muddy completava una parte di basso, George aggiungeva un po' di percussioni, Adam rifiniva con le tastiere e Neal magari finiva per trattenersi una settimana intera. E' passato un anno intero senza che ci vedessimo mai tutti insieme nella stessa stanza. Ma intanto continuavamo a registrare e Tom mi mandava dei rough mix che mi permettavano di rendermi conto delle metamorfosi in corso nella nostra musica. Intorno a Natale abbiamo apportato i tocchi finali e siamo molto soddisfatti di quel che ne è venuto fuori: il disco ci è sembrato subito molto vitale, pieno di energia. Curioso, perché di solito si pensa che per ottenere un risultato del genere si debba fare tutto in una sola seduta. Invece siamo riusciti a catturare quel feeling anche lavorandoci sopra a lungo.

A proposito di Grateful Dead: anche in questo disco ci sono canzoni, su tutte "About a stranger", che ne richiamano lo stile ai tempi di dischi come "Workingman's dead" e "American beauty"...

Ovviamente ci hanno ispirato moltissimo. Il modo in cui noi intendiamo il rock and roll è lo stesso dei Dead, ma anche di Chuck Berry. Bisogna ricordare che negli Stati Uniti, e in particolare in California, la visione della controcultura è molto diversa da quella che si può avere in un Paese come la Germania. Non credo che lì la gente se ne esca di casa al martedì sera per andare a un concerto di tre ore e mezza e sballarsi. Non ci sono band e droghe psichedeliche, non ci sono eventi in cui la gente si metta a ballare senza sosta per due o tre ore. Neal ha letto una recensione in cui un tipo scriveva che la nostra musica non gli piace perché è confusionaria, sostenendo che non sappiamo che cosa sia il rock and roll. Beh, è proprio così. Ci sono delle maledette regole, per caso? Che sia lui a spiegarci cos'è il rock and roll! Anzi, credo che quello dovrebbe essere il nostro modello di ispirazione: non sapere cosa sia il rock and roll. I Grateful Dead erano lo stesso tipo di band, provocavano lo stesso tipo di reazione. Averne frequentato il giro è stata un'esperienza incredibile, Phil (Lesh) in particolare è stato per me come un padre. Gli voglio un gran bene e mi ha insegnato tantissimo, umanamente e come musicista.

E' per questo motivo, immagino, che avete deciso di affidare a Betty Cantor-Jackson, storico tecnico del suono, la registrazione dei concerti finiti sul vinile quadruplo "Betty S.F. Blends volume 1".

Oh, il weekend scorso Betty ha registrato due nostri concerti a Denver e la vedrò di nuovo domani sera a Santa Cruz. Faremo molto altro assieme, durante questa branca del tour ci ha registrati anche due sere al Terrapin Crossroads e due a Big Sur. Una volta passato in rassegna il materiale speriamo di selezionare quello giusto per il prossimo "Blends": lavorare sul vinile è più complesso e richiede più tempo, ma credo che ne faremo uscire un volume all'anno. Nel frattempo il pubblico continua a registrare e a scambiarsi i concerti, ma ora noi li rendiamo disponibili anche in download e in cd: si trovano su un sito chiamato nugs.

In cosa si distingue, la Jackson, da tanti altri fonici?

Proprio come noi, Betty ci tiene che tutte le cose siano al posto giusto. Chi va ad ascoltare un gruppo dal vivo spesso lo sente eseguire ogni sera le stesse canzoni esattamente alla stessa maniera. Nel nostro mondo le cose vanno diversamente: suoniamo canzoni diverse e in modo sempre diverso, con tempi e improvvisazioni che cambiano da una sera all'altra. Lascia che le cose vadano come devono andare, è il nostro motto. Siamo fatti così, e ci piace la musica che funziona in quel modo. E' una mentalità più da jazzisti: invece di cercare di far succedere le cose lasciamo che accadano spontaneamente. Betty la pensa come noi, indossa le sue cuffie e segue istintivamente i suoi percorsi sonori. E' per quello che le sue registrazioni suonano così intime e sincere.

C'è qualche artista più giovane di voi che ti sembra incamminato sulla stessa strada, sintonizzato sulla stessa lunghezza d'onda? Magari Jonathan Wilson, con cui hai avuto modo di collaborare in passato...

Ho avuto modo di conoscerlo un po', circa otto anni fa. Non è una critica nei suoi confronti, ma credo che il suo approccio sia molto più misurato e calcolato del nostro. Jonathan è molto centrato, è capace di passare mesi e anni interi a registrare...Se devo parlare della musica neopsichedelica che preferisco io scelgo i White Cliffs di Los Angeles, il loro nuovo album è incredibile. E in termini più generali credo che l'anima dei CRB non sia troppo distante da quella della Tedeschi Trucks Band, anche se il loro stile è più blues/r&b e noi siamo più ispirati dal folk con qualche inclinazione soul e una robusta dose di rock and roll delle origini. A parte questo, le intenzioni e la direzione sono piuttosto simili, e nascono da una profonda conoscenza e rispetto del "dono" della musica. Qualunque cosa questo significhi.

Ci sono sorprese nel nuovo disco: "Shore power" sembra quasi un pezzo glam e apre il disco in modo abbastanza inusuale.

Siamo fatti così. Stavolta abbiamo sperimentato atmosfere diverse, soprattutto con le tastiere. Qualcuno sostiene che siamo un po' strani, ma in fondo è sempre rock and roll e quello è il pezzo più uptempo che abbiamo inciso finora. C'è molto dei Beach Boys nella nostra musica, anche se è difficile coglierlo al primo ascolto: non nel canto, dato che che non usiamo le armonie vocali, ma nelle chitarre. Un po' di Beach Boys e un po' di Dead, nel modo di usare le ritmiche. E continuiamo ad amare i Rolling Stones.

Avete altre canzoni nei cassetti?

Stiamo cominciando a lavorare su qualche pezzo nuovo, e Neal sarà qui da me tra una ventina di minuti... Il tour dovrebbe finire a dicembre e a gennaio torneremo in studio per il prossimo disco che speriamo di far uscire nell'autunno 2015. I piani sono di continuare a suonare dal vivo per tutto l'anno prossimo. Speriamo di venire anche in Europa, anche se da voi mi sembra che la musica continui a essere più legata alla macchina dell'industria musicale. Chiusi i rapporti con le major, anche i Black Crowes faticavano a trovare ingaggi: eppure, dovunque andassimo, facevamo il tutto esaurito. Se non trovi un disco sul tuo computer non significa che alla gente non piaccia! Noi insistiamo, e pensiamo che con ogni disco e ogni tour la CRB possa diventare sempre più popolare e allargare il suo successo. Ci piacerebbe molto tornare in Italia... Ma vorremmo suonare in anfiteatri storici, in bei posti, e non nel solito rock club di Milano. Per favore, spargi la voce.

(Alfredo Marziano)

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