Nomadi, 50 anni on the road: 'Perché non riusciamo a vederne la fine'

Nomadi, 50 anni on the road: 'Perché non riusciamo a vederne la fine'

Prima l'annuale raduno a Asola, il 24 maggio, il primo post cinquantesimo, poi una serie di date (ad oggi) fino a metà agosto: "Ma ne arriveranno sicuramente delle altre", assicura Beppe Carletti, "L'idea è quella di tirare avanti fino a fine settembre: non saranno meno di 45/50 concerti". Avere mezzo secolo di attività sui palchi e questo atteggiamento nei confronti dei live richiede per forza un segreto: forse una condotta di vita più salutista rispetto a altri colleghi con una simile anzianità? "Non sono un santo, ma non bevo superalcolici e non fumo. Insomma, si tratta solo di volersi un po' bene".

I Nomadi saranno impegnati anche quest'estate in un tour che li portarà a suonare ai quattro angoli dello Stivale ("isole comprese"): in itinerario pochissime le grandi città, e moltissimi i piccoli centri. "Perché lo diciamo da anni", rivendica Carletti: "I paesi sono le nostre grandi città: in piazza c'è un calore che nemmeno uno stadio tutto esaurito può dare. Nelle grandi città sei solo un evento tra i tanti: in un paese sei il cuore di una festa che coinvolge tutti". Anche al sud, dove - in tanti - lamentano una carenza di spettacoli dal vivo: "Lì poi è eccezionale, suonare è sempre un'esperienza indimenticabile. In tempi di ristrettezze i comuni fanno fatica a patrocinare gli spettacoli, e questo è un problema, in zone dove le affluenze - in presenza di un ingresso a pagamento - premiano solo i grandi nomi. Ma anche quest'anno non ci siamo fatti mancare le piazze da quelle parti".

Le energie di Carletti, al momento, sono tutte concentrate sull'attività dal vivo per la promozione del recente "50+1": "Facciamo tutto da noi", dice orgoglioso, sfoderando una sorprendente attitudine al do it yourself: "Booking, organizzazione. Tutto. Ci sono anche arrivate delle offerte, da parte di grosse agenzie: ci proponevano solo una decina di concerti all'anno, del tipo grandi eventi. Ma non fanno per me, perché io a non suonare mi rompo le scatole".

Nessuna novità, invece, riguardo al musical (e al film, per il quale pare ci fosse stato un abboccamento da parte di Pupi Avati): e se un altro vicino di casa, solito darsi da fare tanto sui palchi quanto dietro la macchina da presa, raccogliesse l'invito? "Luciano? Ottima idea: gliene parlerò sicuramente. Lui sarebbe la persona giusta, con la sensibilità adatta. Non crediate che sia una questione di megalomania: non sarebbe un film sui Nomadi, ma su cinquant'anni di storia di un Paese visti attraverso la nostra lente. E lui a farlo sarebbe bravissimo".

Già, cinquant'anni. Un lasso di tempo dopo il quale in molti faticano a vedere un futuro. "Per quanto mi riguarda, è esattamente il contrario: io faccio fatica a non vederlo", risponde Carletti: "Già penso a cosa faremo l'anno prossimo, al disco nuovo, ai concerti. Sarà che sono ottimista, anche quando è difficile esserlo, ma sono fatto così: per me va sempre bene, anche quando va male. L'ho sempre pensata così". Anche quando Augusto Daolio morì. "Fu quello il momento più difficile. Lì sì che rischiò di finire tutto. Ma superato quel momento siamo diventati un gruppo ancora più unito". Nonostante la scelta - accolta criticamente da parte della fan base - di tenere in vita la formazione anche al costo di una rivoluzione pressoché totale della line-up, che ad oggi lo vede unico elemento originale: "Per me è molto semplice, è come se fossimo una squadra di calcio. Se tu credi in una squadra non smetti di crederci perché se ne va un giocatore. Di noi Augusto era l'unico insostituibile: una volta fatti i conti con la sua mancanza, ho capito che non sarebbe stato più il singolo a fare la differenza, ma la squadra". Detto senza alcun intento iettatorio, in ogni caso? "Io e Augusto ne parlavamo spesso. Lui mi diceva: 'Non sarebbe bello se quanto tu ed io non ci saremo più il gruppo potesse comunque andare avanti?'. Sì, mi piacerebbe. Lo so che è utopico, come so che nulla è eterno, ma sarei contento se il gruppo sopravvivesse anche a me. Ma, per il momento, ci sono ancora. E penso a suonare, continuando ad avere sete di date, perché il bello del fare concerti non è tanto il live in sè, quando il viaggio. Non è che ci chiamiamo Nomadi per caso".

Perché la macchina non si ferma, nonostante la crisi: "Continuano ad arrivarci proposte, anche da Zurigo e Basilea. E tantissime dall'Italia". Non male in un periodo dove si gioca al risparmio: "Parlando con gli amici promoter ce lo ripetiamo, da un po' di tempo a questa parte: è un po' come essere tornati agli anni Sessanta. La crisi ci porta a riflettere, e a pensare che forse siamo andati un po' oltre. Spero che tra un po' tornino ad aprire le balere. E non lo dico per nostalgia dei bei tempi che furono, ma per i giovani, per chi voglia provarci davvero a vivere di musica. Posti così sono diversi dai pub dove, dove la gente a va bere: lì la gente viene per ascoltarti, per ballare. La musica non è un accessorio, ma la ragione prima. E se riesci a conquistare il pubblico vedendolo in faccia hai centrato l'obbiettivo. Ora non voglio parlare male dei talent show, so che in molti li considerano un mezzo per raggiungere uno scopo, ma la celebrità sul piccolo schermo è illusoria, perché una volta spente le telecamere si torna nell'anonimato dal quale si è usciti. Dal vivo è diverso, e noi - che ad oggi, senza alcuna promozione, siamo la band che conta più cover band di tutti - possiamo testimoniarlo: più che dalla TV, il sentiero per il successo - quello vero - parte dalla balera".

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12 ago
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