Sanremo,
il commento
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La sera di lunedì 5 gennaio ho ricevuto da una collega un'email nella quale mi invitava a scrivere “un veritiero e pungente commento al cast del prossimo Festival”. Le ho risposto così:
“Sul Festival di Sanremo, temo di avere una teoria poco allineata con la maggioranza. Secondo me, molta dell'acrimonia nei confronti di Tony Renis è strumentale e "politica", in senso lato. (...)
Il fatto è, certo, che Renis è amico di Berlusconi; ma francamente, rispetto al fatto che Renis sia il direttore artistico di Sanremo, trovo più imbarazzante il fatto che un signore che si chiama Dalla Chiesa organizzi un contro-festival di canzonette a Mantova. Dal primo non mi aspetto granché, in generale; dal secondo mi aspetto - essendo egli un uomo politico, ed essendo figlio di quel padre - discrezione, serietà e non vocazione alla clownerie. (...)
Insomma, sarà per la mia vocazione al bastian contrario, ma non sono pregiudizialmente critico nei confronti né di Renis né di questo Festival: aspetto di sentire le canzoni (cosa che credo dovremmo fare tutti, noi che di canzoni scriviamo) perché mi pare sleale criticare a priori”.
Così rispondevo alla collega. Non scriverò, dunque, un commento al cast, perché per fortuna non sono obbligato a farlo da esigenze editoriali; ma ero molto curioso, ieri, di leggere i commenti dei colleghi dei quotidiani, quelli sì chiamati inderogabilmente a scrivere del Festival. Sicché ieri mattina ho acquistato una mazzetta di giornali, e (lo confesso) ero pronto ad irritarmi leggendo una raffica di critiche aprioristiche e “politiche”. E invece, sorpresa!, i miei illustri e ben più titolati colleghi hanno scelto una linea non solo benevolmente attendista, ma persino benignamente favorevole, che accomuna Mario Luzzatto Fegiz sul “Corriere della Sera”, Marinella Venegoni su “La Stampa”, Marco Mangiarotti su “QN”, persino Gino Castaldo su “La Repubblica” (e anche Cesare Romana su “Il Giornale”, benché quest'ultimo, difensore strenuo della canzone d'autore, non risparmi frecciatine alla provenienza “radiofonica” di alcuni dei componenti del cast).
“Tony Renis ha rivoltato il vecchio baule della canzone italiana mettendo le mani in fondo, dove nessuno da anni aveva osato” (Fegiz); “Il cast si rivela una curiosa e accorta mescolanza (frutto di) una scelta coraggiosa” (Venegoni); “Bisogna riconoscere a Tony Renis... almeno una cosa: non ci sono i soliti sanremesi, nemmeno quelli che credevano di essere amici suoi” (Mangiarotti); “Di sicuro l'elenco prova a riportare il Festival più vicino a quello che esprime la musica italiana di oggi” (Castaldo); “Il sanremismo tradizionale è stato archiviato per puntare, una volta tanto, sulla musica dei giovani; che potrebbe essere un ragguardevole titolo di merito, se addizionato alla qualità” (Romana).
Che dire? Sono spiazzato, come mi capita (cosa che, per il vero, non succede frequentemente) quando mi trovo d'accordo con qualcuno da cui mi aspettavo pareri nettamente diversi dal mio.
Mi ha invece lasciato perplesso, per il tono snob e la ricerca forzata di un tono pungente e sarcastico, il colonnino firmato Maria Laura Rodotà sulla prima pagina di “La Stampa”. Rodotà è una brava, anzi bravissima giornalista, che leggevo con grande piacere quando per “L'Espresso” curava certi servizi di costume scrivendo didascalie esilaranti. Il suo pezzo d'occasione suona come una cosina scritta su commissione, abbastanza cerchiobottista - ma non escludo che a farmi venire l'orticaria sia stato l'apprezzamento per i “nomi più nobili” annunciati dal controfestival di Nando Dalla Chiesa (che palle, i nomi “più nobili”: nobile, a mio avviso, è chi accetta di mettersi in gioco e di mescolarsi alla “plebe”, non chi si rinchiude nei propri castelli per celebrare riti “colti” per una platea di raffinati - ? - intenditori).
Molto apprezzabile è invece, secondo me, il pezzo di Francesco Merlo su “La Repubblica”: mi è parso equilibrato, informato, sopra le parti e giustamente improntato a un lucido scetticismo, a una disincantata visione delle cose, e a una tranquilla, consolidata diffidenza nei confronti degli schieramenti ideologici “a priori”.
Altre due o tre cose, prima di chiudere.
1: alcuni dei nomi dei partecipanti al Festival 2004 sono, è vero, totalmente o quasi sconosciuti anche agli addetti ai lavori (André, Linda, Danny Lo Sito, Stefano Picchi, Mario Rosini, Simone, Veruska). Ma vi sottopongo l'elenco delle “nuove proposte” del Festival 2003: provate a scorrerlo, e ditemi quanti, di questi nomi, vi erano noti prima del Sanremo scorso (ma soprattutto, ahiloro, quanti vi sono ancora del tutto ignoti, e di quanti vi siete completamente scordati): Alina, Allunati, Dolcenera, Marco Fasano, Jacqueline M. Ferry, Gianni Fiorellino, Roberto Giglio, Patrizia Laquidara, Elsa Lila, Maria Pia and Superzoo, Filippo Merola, Daniela Pedali, Daniele Stefani, Verdiana, Manuela Zanier, Zurawski.
2 - “Mai un Festival così in basso e senza nomi di rilievo” ha tuonato una sedicente associazione di consumatori, annunciando la richiesta alla procura di Sanremo dell'annullamento delle selezioni. So bene (per averne anche scientemente e strumentalmente approfittato, in passato e per miei interessi extramusicali) quanto Sanremo funzioni da magnete per attirare attenzione su chiunque vi si avvicini. Ma a questi signori di un'associazione della quale non farò il nome, per non favorire il loro giochetto autopromozionale, posso suggerire che sarebbe il caso prima di tutto che si occupassero di questioni meno frivole di un festival di canzonette, e poi che andassero a rileggersi i cast dei partecipanti a certi festival del passato - suggerisco soprattutto le edizioni della fine degli anni Settanta - prima di usare incautamente l'avverbio “mai”.
3 - solo “Il Giornale” ha chiesto e raccolto il parere del direttore generale della FIMI (“l'associazione dei discografici che, dopo aver tanto contribuito al suo declino, quest'anno disertano il festival” - parole totalmente condivisibili di Cesare Romana), il quale direttore generale ha dichiarato “Vi sono ben altri problemi, dovremmo occuparci di una kermesse che da anni non fa vendere dischi?”. Alla FIMI, e al suo direttore generale Enzo Mazza, devo pubblicamente riconoscere di aver mantenuto la promessa minaccia di non partecipare al Festival 2004 - dimostrando così di non essere quacquaraquà. Lo faccio volentieri. Ma quel “da anni non fa vendere dischi” m'inquieta: se così stanno le cose, perché spendere tanto tempo e tanta fatica, nei mesi scorsi, per trovare un accordo con la RAI e poter partecipare al Festival alle proprie condizioni? Non sarebbe stato meglio lasciar perdere fin da subito, dedicandosi più attivamente a quei “ben altri problemi”?
(franco zanetti)
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