NEWS   |   Italia / 28/03/2014

Ligabue a Correggio, "A sort of homecoming"

Ligabue a Correggio, "A sort of homecoming"

Quando uscì, a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, “Unforgettable fire" degli U2, “A sort of homecoming” era uno di quei pezzi che non riuscivo a togliermi dal cervello.

Un po' era per quel suono nuovo firmato Lanois /Eno che avrebbe rivoluzionato il mondo della musica negli anni a venire, un po' per il significato della canzone.

Il ritorno a casa. Anzi una specie di ritorno a casa.

Ma non è questo il punto.

Sì, perché il ribattere ipnotico dell'echo di The Edge faceva sperare anche noi, incapaci di fare gli assoli di chitarra, che un giorno avremmo potuto avere un futuro su e giù da un palco, per dire le molte cose che avevamo da dire.

E tenevamo sotto tiro quel quartetto di irlandesi come cecchini, perché loro erano quello che molti di noi speravano di poter diventare.

Qualche anno dopo, allo stadio di Modena nel 1987, gli U2 ci confermarono che erano la band più lucida e invulnerabile di tutto il pianeta. E i sogni di rocchenroll di molti emiliani come me, partirono da lì.

Però non è questo il punto.

Oggi molte cover band fanno sogni di rocchenroll cantando “Sogni di Rock and Roll” su un palco, che è una cosa un po' strana, se ci pensate, perchè ognuno sognerebbe su un palco di fare i sogni di rocchenroll con le sue canzoni e non con quelle di un altro.

Ma alla fine ognuno è poi libero di fare i sogni di rocchenroll con quel cazzo che gli pare, fin che siamo in democrazia e soprattutto finché siamo vivi.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che il 27 marzo 2014 Luciano Ligabue ha fatto il suo ritorno a casa, anzi una specie di ritorno a casa. Il suo “A sort of homecoming”.

Ha preso possesso del palazzetto “Dorando Pietri” di Correggio e ha fatto rivivere a tutti i presenti i suoi sogni di rocchenroll.

Quest'idea del tour nelle piccole città, lo dico da musicista con una forte punta di invidia, è stata proprio ben pensata. Le piccole città italiane, quelle che i più chiamano provincia, sono centri molto vivi di una nazione ormai sclerotizzata nei suoi punti nevralgici principali.

L'essere di provincia e il provincialismo sono due cose ben distinte. L'uno è partire dalle proprie radici per essere originali il più possibile, l'altro è lo scimmiottare qualcosa di estraneo a sé, omologandosi senza nessuna pretesa al resto della globalità.

“Piccola città, bastardo posto” cantava Francesco Guccini incapace di liberarsi di quel luogo di origine dove “correva la fantasia tra la Via Emilia e il West”.

E Luciano Ligabue (per brevità chiamato Ligabue, come recita la scheda per i giornalisti) ha iniziato rimarcando il tema con la sua “Piccola Città Eterna”.

Non che si fosse mai allontanato più di tanto da Correggio, Luciano Ligabue.

Sì, le tournee, le interviste, gli impegni di lavoro... Ma poi di nuovo a casa.

Lo si può spesso incontrare al bar, o sotto i portici... O vederlo chiacchierare in compagnia di qualche vecchio amico, come il suo manager Claudio Maioli.

Qualcuno lo vede in giro anche a Scandiano o a Rubiera.

Sai chi ho visto ieri, ti dicono, ho visto Ligabue e abbiamo fatto una foto insieme.

Sai che mio figlio va a scuola con la figlia di Ligabue, ti dice un altro.

Succedeva anche con Augusto Daolio: passava per strada a Reggio Emilia e dava un passaggio a qualche studente di ritorno verso Novellara.

Luciano proprio non se la tira. Sì, perché dopo quel popò di roba che è la sua carriera artistica, e qui rimando a Wikipedia per chi non la conoscesse, uno potrebbe tirarsela un pochettino.

Ed è questo forse uno dei segreti del suo successo, oltre alla sua inarrestabile voglia di fare: non tirarsela.

Essere sempre disponibile verso i suoi fan è essenziale, perche sono loro a decretare l'ascesa o il tramonto di un artista. Non le radio o la televisione o le case discografiche, come molti vogliono far credere.

E ieri sera Luciano era era lì, con la sua Telecaster bianca, come se il tempo si fosse fermato sul palco di quel palazzetto, che come lui ben sa è un palco molto rock. Il palco calcato da Jesus and Mary Chain nel lontano 1987, ad esempio, o dai Ramones nel 1992.

In effetti Correggio è un posto che con il rock ha molto a che vedere. La sua famosa festa dell'Unità ospitò per più di un trentennio, tra gli anni Ottanta e il duemiladieci, i più importanti artisti internazionali e non.

Vennero a Correggio da Bob Dylan a Siouxie and the Banshees, dai Litfiba ai Massimo Volume, da Chuck Berry a Iggy Pop. Il tutto intersecando e galvanizzando giovani e vecchi iscritti al PCI, PDS, DS, e via dicendo. Tutti assolutamente convinti che per cambiare le cose si doveva partire dalla base, cioè conoscendo e diffondendo la cultura popolare.

Liscio e rocchenroll a pochi metri uno dall'altro. Lambrusco e tortellini da una parte, pop corn e hot dogs dall'altra. E qualche canna, forse.

Ma non è questo il punto.

Una simbiosi di una collettività con la musica, dalla quale questo paese ha saputo trarre benefici culturali, politici e non poche volte economici.

Quest' Emilia l'ha raccontata Pier Vittorio Tondelli, altro correggese doc, nei suoi scritti.

Lo ha fatto lo stesso Ligabue in quel suo piccolo gioiello cinematografico che è “Radiofreccia”.

Lo puoi capire tu stesso girando per le vie del centro o ascoltando i discorsi nei bar.

La musica a Correggio la fanno in tanti, e spesso salgono alla ribalta nazionale e internazionale: Fabrizio Tavernelli e i suoi progetti (AFA, Groove Safari, Roots Connection), Mamamicarburo, Frankie Magellano,Valerio Semplici e i Black Box, il roccabbilli Little Taver, il flautista Andrea Griminelli, e, per chi ha avuto il piacere di sentirlo e registrarlo come me, il coro delle mondine novantenni.

Correggio chiaramente non è Arcadia, e ultimamente ha perso un po’ di fascino, tradendo qualche ruga e qualche ripetersi di troppo. Come una bella signora che senza accorgersene invecchia un po' troppo in fretta perdendo un po' di smalto.

D'altra parte il provincialismo è un nemico da combattere quotidianamente, e come tutti sanno combattere logora.

Ma non è questo il punto.

Ma tu quindi Luciano lo conosci, vi chiederete.

Sì. L'ho conosciuto. E qui so di avere completamente la vostra attenzione.

C'è stato un periodo in cui avevo i capelli lunghi e uscivo con belle ragazze e avevo tanti ideali e anche uno studio di registrazione. A Rubiera. Si chiamava Esagono.

E Luciano venne a registrare lì “Buon compleanno Elvis”, il suo capolavoro.

Da lì in poi Ligabue si trasformò da artista popolare ad artista molto più che popolare.

Ricordo quel periodo molto volentieri.

Si rideva parecchio, si facevano scherzi. E feste, quante feste.

Lo studio A era dentro un ex caseificio, lo studio B era dentro una stalla ristrutturata, proprio a casa mia.

Secondo me sono stato uno dei primi ad ascoltare “Certe notti” chitarra e voce mentre la faceva sentire alla band (Rigo Righetti, Robby Pellati, Mel Previte, Fede Poggipollini). Gli feci i complimenti. Gran bella canzone Luciano, gli dissi, e lui mi rispose grazie.

Il disco venne registrato in completa serenità in aperta campagna, accompagnato da una serie di “tormentoni” che alleggerirono ulteriormente un' atmosfera già molto tranquilla.

Prima ci fu il momento “Maiali”. Io sostenevo assieme ad altri che i maiali fossero animali feroci, tanto da poter sbranare un essere umano in pochi minuti. C'era invece l'altra fazione dei sostenitori della completa mitezza suina. Il dibattito proseguì per parecchi giorni. Poi un bel dì Claudio Maioli si presentò con un articolo di giornale che si intitolava “Il piccolo Claudio sbranato dai maiali” che temporaneamente pose fine a ogni diatriba. Quando si seppe che l'articolo era contraffatto il dibattito proseguì più acceso che mai, con risvolti del tutto inaspettati.

Poi ci fu il momento “Rane” . Di fianco allo studio A c'era un fossato pieno di rane che facevano un casino bestia disturbando a ogni ora del giorno e della notte le registrazioni. Per tutta risposta fu piazzato un microfono sul fossato e venne incisa “Rane a Rubiera blues”. Quando giro per l'Italia e dico che sono di Rubiera tutti sanno di dove sono. Penso sia dovuto a quella canzone. Però ti chiedono anche se le rane hanno un buon sapore e se si mangiano cotte o fritte.

Poi ci fu il momento “Elvis”. Rigo Righetti, il bassista della band, era un superfan di Elvis Presley e aveva tappezzato tutta la sua postazione di poster e manifesti di “the King”. Il mio ex socio Claudio Morselli, che registrò e mixò il disco, non lo era affatto. Era innamorato del prog inglese dei Settanta tipo King Krimson, Genesis eccetera e considerava Elvis un fenomeno da baraccone. E da qui interminabili discussioni annaffiate di lambrusco su cos'era o non era rock. Fatto sta che tutti i giorni sparivano i poster di Elvis, poi ricomparivano, poi sparivano di nuovo... Così fino a mixaggi ultimati.

Poi ci fu il momento “Scommessa”. Teminati i mix, assistenti e fonici vennero convocati in gran segreto dal direttore della casa discografica. Ci fece capire senza mezzi termini che il disco non era di suo gradimento, e che se non avesse venduto avremmo avuto vita grama come studio. Gli si rispose che se ne poteva andare affanculo e che il disco era bellissimo. Però Claudio Morselli fece una scommessa con Luciano. Se “Buon compleanno Elvis” avesse superato il milione di copie avremmo fatto una festa. Ma non una festa. Una FESTA. Cibo a base di maiale, che feroce o no da vivo, da morto lo sarebbe stato esclusivamente per il colesterolo, e poi lambrusco a fiumi. L'altra clausola era che tutti gli insaccati li avrebbe dovuti scaricare dal furgone lui stesso, e che si sarebbe prestato personalmente ad affettare una mortadella da tre quintali per tutti gli invitati. Così fu. La festa è diventata anche un racconto del suo primo libro “Fuori e dentro il Borgo” e s'intitola “Pork Party”.

In quel periodo Ligabue era l'artista più lucido e invulnerabile di tutta la penisola. Proprio come gli U2 di “Joshua Tree” nel 1987.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che Luciano Ligabue col capello grigio e con la chitarra al collo sta cantando “I ragazzi sono in giro”.

E io comincio a salutare un po' di gente. Molti sono incuriositi dal fatto che io sia accreditato come giornalista. Molti sono incuriositi dalla bionda molto attraente al mio fianco. Che a onor del vero è mia figlia. E tra i vari convenevoli parte “Il muro del suono”. C'è una frase in questa canzone che mi piace molto: “Il cerino sfregato nel buio fa più luce di quanto vediamo”. Mi viene da collegarla a mille discorsi, ma comincia a fare e caldo e invece che collegarla a qualcosa l'ascolto e basta.

La visione di un concerto da parte di un musicista è qualcosa di estremamente fazioso. Non ascolta il concerto, il musicista. Ascolta il suo strumento.

Tutto bello sai, ma il basso era un po' dentro, ti confida il bassista...

Tutto bello, ma le tastiere non c'erano, sobilla il tastierista...

I peggiori sono i batteristi, come al solito. Puoi essere di fronte alla più grande performance dell'universo, ma se il suono del rullante era brutto, per il batterista il concerto è una merda.

Il suono stasera è bello. All'inizio un po' basso di volume. Ma forse sono io che comincio a essere un po' sordo.

Poi mi viene da pensare che in quasi tutte le canzoni di Luciano ci sono frasi che avrei voluto scrivere io. Mentre nelle canzoni di Battisti no. E quando Ligabue dice che vorrebbe essere come Battisti, a me viene in mente Dylan che diceva di voler essere come Dean Martin.

Molte frasi gliele invidio proprio. Sì, perché poi l'invidia è una brutta bestia, e chi ha un successo come il suo lo sa bene. Tutti ti vogliono, tutti ti cercano, tutti vorrebbero essere te. Oppure vorrebbero farsi un giro sul carro del vincitore, assieme a te.

Ma tu hai anche suonato con Luciano, vi chiederete. Ebbene sì.

E qui di nuovo un’impennata di attenzione penso di meritarla.

Ho sostituito il suo bassista americano Kaveh Rastegar due volte. Ai Wind Music Awards del 2008 e a “Che tempo che fa”, la trasmissione di Fabio Fazio, nel 2010. Poi con la band della quale faccio parte (i Rio) abbiamo aperto tanti suoi concerti. Tutto il tour degli stadi del 2010 più alcune date del tour europeo. E' per questo che conosco molte persone qui stasera, e le saluto come vecchi amici sempre molto volentieri.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che Luciano Ligabue ora è in pieno “A sort of homecoming”.

Per presentare “Ho perso le parole” confessa di non essere un cantante, bensì un agente segreto della Pro Loco di Correggio in incognito, e per di più gratis. Questo è il Luciano Ligabue che conosco io. Ironico e vero. E nonostante i capelli grigi lo smalto non lo perde.

Mi chiama da una parte Claudio Maioli, incuriosito per la bionda al mio fianco e un po' anche per il mio pass da giornalista. Chiarisco entrambe le cose e lui mi saluta divertito. Chissà cosa avrà pensato. Il giornalista? Ma se suonava il basso... Mah...

Per me stasera è come essere invitato ad una festa in maschera. Sono vestito da Assante, o da Fegiz, anzi da Zanetti, e sì, sarò spietato come solo poche penne al mondo sanno essere.

Questo Luciano Ligabue per brevità chiamato Ligabue... Mmmmh, vediamo... Dov'è questo pelo nell'uovo, questo ago nel pagliaio che non mi sembra di scorgere? Dov'è la pecca, il difetto?

Forse la scaletta un po' frammentaria... Forse la chitarra di Niccolò Bossini che sul terzo pezzo aveva il sol leggermente calante... Forse il solo di Fede Poggipollini sul quarto pezzo era in ritardo al sesto ottavo della terza misura... E la cassa della batteria? Forse troppo enfatizzata sui 500 herz. E si sa che non c'è cosa peggiore al mondo di una cassa della batteria enfatizzata sui 500 herz. Il basso forse... Ecco il basso aveva un suono poco avvolgente....

No, non ce la posso fare... Non vedo l'ora di tornare a suonare, o a scrivere canzoni.

Il concerto è stato meraviglioso. Perché non c'è niente di meglio per un artista sincero di trovarsi di fronte a gente sincera, che sinceramente gli dice bentornato a casa.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che “Sogni di Rock and Roll” non è in scaletta. E questo mi guasta un po' tutto il discorso. E comunque... Comunque la versione più bella di “A sort of homecoming” è quella di “Wide awake in America”.

Fabio Ferraboschi

Fabio Ferraboschi (qui la sua biografia) è musicista, produttore, autore, cantante. E’ nato a Reggio Emilia nel 1969. Nella sua vita ha fatto e farà un sacco di cose. Rockol ha parlato di lui recentemente qui.

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